23-01-2012

Servizio segnalazione articoli e commenti di lunedì 23 Gennaio 2012

Il Servizio in questione, avuto riguardo alla Sentenza della Corte di Cassazione del 20 settembre 2006 n. 20410, è completamente gratuito ed è privo di qualsiasi finalità di lucro; gli articoli riportati vengono diramati nel tardo pomeriggio onde evitare pregiudizio alla diffusione in edicola.
 
 
 
 
 

Dal Corriere della Sera di Lunedì 23 Gennaio 2012

 
 
 
 
 
 
 
Da La Stampa di Lunedì 23 Gennaio 2012  

 

 

DUE RAGIONI PER ESSERE OTTIMISTI

 
Di Luca Ricolfi
 
     Non il decreto-legge sulle liberalizzazio­ni, che il governo preferisce chiama­re «pacchetto di riforme strutturali per la cresci­ta», è ufficialmente iniziata la «fase 2» del governo Monti, volta a far ripartire l'econo­mia italiana. Nel giudicare l'ef­ficacia delle misure fin qui deli­neate, tuttavia, sarebbe bene distinguere nettamente fra ef­fetti a breve termine ed effetti di periodo medio-lungo.
 
     Nel breve periodo sarebbe sbagliato aspettarsi grandi ri­sultati. La realtà, purtroppo, è che la «fase 1» (la manovra di fine anno), con le sue pochissi­me riduzioni di spesa e i suoi moltissimi aumenti di entrata, ha avuto un impianto forte­mente recessivo. Il che signifi­ca, in concreto, che le misure della «fase 2», più che far ri­partire la crescita, si limite­ranno ad attenuare la reces­sione preparata dalla «fase 1».
 
    Altrettanto sbagliato, tut­tavia, sarebbe non vedere la straordinaria opportunità che le misure delineate nel decre­to-legge di venerdì scorso of­frono all'Italia nel periodo me­dio e lungo.
 
Se quelle misure non saranno ab­bandonate o annacquate dal par­lamento, e diventeranno invece il primo tassello di una strategia di scongelamento del sistema Italia, i loro frutti potrebbero essere generosi, an­che se - realisticamente - credo sarà diffici­le raccoglierli prima di 2-3 anni.
 
     Che cosa mi induce, contrariamente al mio solito, a un sia pure cauto ottimismo? Essenzialmente due considerazioni. La prima è che, nonostante le previsioni di cre­scita dell'Italia nel 2012 si siano ancora dete­riorate nelle ultime settimane, passando da -0.5% a -2.2%, il rendimento dei nostri titoli di Stato ha finalmente cominciato a scende ­re, non solo nel confronto con la Germania, ma anche in quello con paesi europei a noi più comparabili, come la Spagna, la Fran­cia, il Belgio. Da circa due settimane lo spread italiano non si limita a beneficiare della boccata di ossigeno che i mercati stan­no concedendo a diversi Paesi dell'area Eu­ro, ma sta migliorando la sua posizione rela­tiva rispetto a diversi paesi. Se anziché cal­colare lo spread (rispetto alla Germania) calcoliamo lo «spread dello spread», ossia il nostro grado di penalizzazione rispetto alla media di Spagna, Francia e Belgio, non pos­siamo non registrare con soddisfazione che nelle ultime due settimane la nostra situa­zione è migliorata di 54 punti base, che sal­gono a 76 se il confronto è con la sola Spa­gna, un Paese rispetto al quale, fino a po­chissimo tempo fa, eravamo invece in co­stante peggioramento. È difficile stabilire con certezza a che cosa si debba questa sor­ta di inversione del giudizio dei mercati, ma è difficile negare che gli ultimi segnali siano relativamente confortanti: la situazione è sempre gravissima (paghiamo oltre 4,3 pun­ti di interesse più della Germania), ma il trend delle ultime due settimane è decisa­mente incoraggiante.
 
     C'è anche un'altra considerazione che mi rende meno scettico del solito. Il decreto sul­le liberalizzazioni, proprio perché è incom­pleto, pieno di limiti e di omissioni, offre a tutti gli attori in campo, e innanzitutto ai par­titi, la possibilità di scegliere fra due strate­gie: prendere le distanze dal decreto perché si spinge troppo in là, facendo molto di più di quanto centrosinistra e centrodestra hanno saputo fare negli ultimi 1 5 anni, oppure anda­re oltre il decreto, combattere perché lo spettro delle liberalizzazioni sia più comple­to. Ferrovie, porti, aeroporti, mercato del la­voro, valore legale del titolo di studio, per fa­re solo qualche esempio, sono tutti ambiti su cui il decreto interviene poco o niente, e che invece meriterebbero di essere investiti da ulteriori ondate di liberalizzazioni.
 
     Il presidente del Consiglio, con la sua di­chiarazione di ieri sulla non intangibilità dell'articolo 18, sembra più che mai determina­to ad andare avanti nella sfida delle libera­lizzazioni, senza cedere alla retorica degli «opposti distinguo», secondo cui «questo si deve fare, quest'altro non è una priorità».
 
     Più difficile è valutare le strategie di Pd e Pdl. Il Pd, almeno a parole, sembra criticare il governo perché non liberalizza abbastan­za. Il Pdl, invece, sembra preoccupato che si liberalizzi troppo. Ma entrambi potrebbero scambiarsi i ruoli non appena si parlerà di mercato del lavoro e di articolo 18, con Ber­sani pronto ad isolare i riformisti à la Pietro Ichino, e Berlusconi tentato di sostenere una riforma radicale del mercato del lavoro.
 
     Vedremo come andrà a finire. Però fin da ora almeno una cosa possiamo dirla. Il peggio per l'Italia sarebbe che i due maggio­ripartiti cercassero di riconquistare con­sensi cavalcando il malcontento delle rispet­tive basi sociali, con Berlusconi che soffia sul fuoco della protesta di taxisti e professio­nisti, e Bersani che legittima le resistenze sindacali a una riforma vera del mercato del lavoro. Il meglio per l'Italia sarebbe che Monti portasse fino in fondo la strategia del­le liberalizzazioni, e i due maggiori partiti raccogliessero la sfida, pungolando il gover­no a fare di più e non di meno di quello che sta facendo.
 
     Detto in modo più brutale, il peggio per l'Italia sarebbe che Pd e Pdl cercassero di arrivare alle elezioni con l'intento di cambia­re nettamente rotta rispetto al governo Monti, interrompendo un'azione che ha di­sturbato troppi interessi. Mentre il meglio sarebbe che cercassero di arrivare alle ele­zioni competendo fra loro per portare il più avanti possibile un'opera che ha dovuto at­tendere la nascita di un governo di professo­ri per essere avviata, ma che alla fine toc­cherà alla politica portare a termine.
 
 
Da Il Giornale di Lunedì 23 Gennaio 2012 
 
Quello che nessuno vi dice sulla crisi tra tedeschi furbetti e spread ballerino
 
Le tempeste finanziarie provengono dagli Usa, ma fanno più danni nella Ue perché è divisa in paesi penalizzati e pochi privilegiati. L’andamento dei bot lo dimostra: più soldi con Berlusconi
  
Di Renato Brunetta
 
      Ci sono molte cose dette sulla crisi economica che stiamo vivendo e ce ne so o molte altre che nessuno dice. La più importante è quella che sta all'origine del caos finanzia­rio che si è generato: chiunque pensi che o chiunque voglia far credere che la colpa della crisi sia dell'Italia si sbaglia di grosso. Vi­viamo da dieci anni nel pieno di una serie di bolle speculative che hanno destabilizzato il mercato: quella di internet, quella immobi­liare, la sub-bolla delle materie prime, la speculazione sui debiti sovrani. Queste hanno generato un deterioramento complessivo del mercato che ha preso ogni vol­ta forme diverse. Adesso è il tur­no dell'attacco alle casse dei Pae­si. Le crisi partono sempre negli Stati Uniti poi arrivano da noi in Europa dove diventano più forti per una questione banale: è un'entità disomogenea, nella quale ci sono paesi penalizzati co­me l'Italia e Paesi come la Germa­nia che arrivano a vendere i pro­pri titoli a tassi di interesse addi­rittura negativi avvantaggiando se stessi e danneggiando tutti gli altri.
 
     Ora, secondo le stime del Fon­do monetario internazionale, nel 2012 i governi mondiali avranno bisogno di prendere a prestito dai mercati più di 11.000 miliardi di dollari. Di questi: 1.400 miliardi in Europa; 4.700 miliardi negli Stati Uniti, 3.000 miliardi il Giappone 3.000 miliardi. Significa che la cri­si del debito pubblico europeo è quantitativamente marginale ri­spetto al resto del mondo, ma la mancanza di una politica econo­mica comune e di una Banca Cen­trale prestatore di ultima istanza rendono vulnerabili i paesi del­l'Ue. Va da sé che la l'andamento dello spread italiano come quello di altri Paesi non dipende dal go­verno Monti o da quello Berlusco­ni, ma dalla debolezza della gover­nance europea. La dimostrazio­ne? Lo spread medio degli ultimi giorni del governo Berlusconi è stato più basso di quello dei pri­mi sessanta giorni del governo Monti. Proprio così: contraria­mente a quello che in troppi so­stengono la tenuta del debito pubblico italiano era più solida con l'esecutivo precedente che con quello in carica: il motivo è che contano poco i picchi dello spread, mentre conta molto di più la media in un periodo più lungo. Peraltro, anche la riduzio­ne del differenziale tra il rendi­mento dei titoli distato tedeschi e di quelli italiani, ultimamente è stata drogata dal massiccio inter­vento della Banca centrale euro­pea.
 
Le bolle speculative
 
Negli ultimi 10 anni abbiamo visto nascere, crescere ed esplodere 4 diverse bolle:
 
1. la bolla di internet;
 
2. la bolla immobiliare;
 
3. la sub-bolla delle materie prime;
 
4. la speculazione sui debiti sovrani. Bolle, e successive crisi, sono iniziate sempre negli Stati Uniti e da li gli effetti si sono propagati in Europa, fino a passarci del tutto la patata bollente;
 
Il risultato:
 
1. mentre in Europa, ogni volta che vengono diffusi dati sulla situazione economica, tutto va sempre peggio;
 
2. negli Stati Uniti il Department of Commerce, che calcola e diffonde periodicamente i principali indicatori economici, ha ripreso a comunicare dati positivi.
 
 
Politica monetaria e politica economica
 
Le cause:
 
1. Politica monetaria: la FED è diversa dalla BCE:
 
- la FED pratica il quantitative easing, iniettando liquidità sul mercato; -
 
- la BCE non funge da prestatore di ultima istanza, dunque da garante ultimo della solvibilità degli Stati dell'UE.
 
2. Politica economica e di bilancio:
 
- Non comune e sovranazionale per tutti i paesi dell'Unione Europea; -Tendenzialmente depressiva: comprime la crescita;
 
- le raccomandazioni dell'EBA (Autorità bancaria europea) alle banche europee ci trascinano verso il credit crunch (stretta del credito)
 
 
Il masochismo:
 
1.l'America è unita, compatta e determinata: se c'è da indebolire 1'euro per difendere la propria moneta non ha scrupoli e usa l'arma che conosce (e apprezza) meglio: i soldi;
 
2. l'Unione Europea è disomogenea: ci sono paesi penalizzati come l'Italia e Paesi come la Germania che arrivano a vendere i propri titoli a tassi di interesse addirittura negativi
 
 
Il quadro internazionale
 
Secondo le stime del FMI, nel 2012 i governi mondiali avranno bisogno di prendere a prestito dai mercati più di 11.000 miliardi di dollari.
 
Di questi:
 
1.. Europa 1.400 miliardi; x. Usa 4.700 miliardi;
 
3. Giappone 3.000 miliardi.
 
Pertanto, la crisi del debito pubblico europeo è quantitativamente marginale rispetto al resto del mondo ma:
 
1. la mancanza di una politica economica comune e di una Banca Centrale prestatore di ultima istanza rendono vulnerabili i paesi dell'UE;
 
2. se l'euro resiste alla tempesta e l'Europa consolida i conti pubblici, finirà per sottrarre capitali al finanziamento del debito di altri Paesi
 
Il caso Italia
 
-Scendendo nel particolare italiano, alla debolezza della governante europea si aggiungono il debito pubblico e la scarsa credibilità come riformatori;
 
-in 3 anni e mezzo di attività, il governo Berlusconi IV:
 
1. ha varato 4 manovre finanziarie per un impatto complessivo, nel periodo 2008-2014, di 265 miliardi di euro;
 
2. ha operato una sostanziosa azione di risanamento dei conti pubblici che consentivano il pareggio di bilancio nel 2013;
 
3. si e impegnato ad un percorso di riforme:
 
. approvate dal Consiglio Europeo nella riunione dei 26 ottobre 2011;
 
. validate dalle ispezioni dei funzionari dell'UE e della BCE;
 
. valutate positivamente nel rapporto Rehn del 29 novembre 2011
 
-Il peggioramento della congiun tura economica nell'area euro e l'aumento del costo del servizio del debito pubblico nazionale hanno richiesto un'ulteriore manovra correttiva dei conti;
 
-A ciò ha provveduto il governo Monti con il D.L. 20112011, che avrà un impatto complessivo sulle finanze pubbliche, nel triennio 2012-2014, di 63 miliardi di euro, pari solo al 2011 dell'impatto totale degli interventi, l'andamento dello spread non dipende dal governo Monti, come prima non dipendeva dal governo Berlusconi; esso altro non è che il misuratore di una doppia debolezza che riguarda al contempo:
 
- il sistema politico italiano;
 
- la governante europea
 
 
Gli effetti collaterali della manovra:
 
Le tasse del Professore fanno arricchire i nostri vicini
 
 
 
Italiani in trasferta in Svizzera, Slovenia, Croazia per fare la spesa e il pieno
 
Di Fabrizio de Feo
 
      Roma La raffica di nuove tasse contenute nel decreto salva-Italia, l'aumento dell'Iva, la pioggia di accise caduta sui carburanti. Una terapia shock per fare cassa presto e su­bito che fa piangere gli italiani ma accende sorrisi nei Paesi a noi vicini. Chi più, chi me­no, Svizzera, Slovenia, Croazia, Albania e perfino Francia stanno raccogliendo sensibi­li benefici dal tentativo dei consumatori ita­liani di sfuggire alla mannaia dei rincari.
 
     Il caso più classico è quello del pieno di benzina in Canton Ticino. Qui un litro di ver­de si aggira intorno a 1,7 franchi, circa 1,45 eu­ro al litro, mentre il diesel che in Svizzera co­sta da sempre di più sfiora gli 1,8 franchi, cir­ca 1,54 euro al litro (negli ultimi giorni però ci sono stati rincari). Questo vuol dire che su un auto di grandi dimensioni con un serbatoio da 100 litri il risparmio sul pieno è attorno 20 euro,15 euro per cilindrate inferiori. Le code dei pendolari dal Comasco e dal Varesotto stanno oramai facendo scattare l'allarme, tant'è che Roberto Formigoni ha chiesto un intervento del governo. «Dobbiamo cercare di bloccare l'esodo oltreconfine che sta met­tendo in ginocchio gli esercenti e creando danni alle casse statali» dice il governatore lombardo. D'altra parte secondo uno studio sembra che il 10% della benzina venduta in Svizzera sia acquistata da automobilisti stra­nieri, in larga parte italiani. Mentre più in ge­nerale, nella fascia di confine, secondo uno studio dei benzinai di Confcommercio, in un anno lo Stato perderà 243 milioni di euro tra accise e Iva non incassate.
 
     Il fenomeno dei transfrontalieri della ben­zina, non riguarda, però, la sola Svizzera. So­no sempre di più i liguri che guardano a Ovest per risparmiare qualche euro sul prez­zo del carburante. Nella Liguria di Ponente si espatria nella vicina Francia con risparmi che raggiungono i 20 centesimi al litro. Stes­so discorso anche in Trentino. Con il nuovo aumento dei carburanti, la concorrenza con l'Austria (dove si compra benzina a 1,3-1,4 euro) si è trasformata in un massacro. Sopr at­tutto per l'Alto Adige, che essendo a un passo dal Tirolo sconta duramente la differenza di prezzi. Ovviamente nulla cambia se ci si spo­sta a Est verso la Slovenia, dove si può facil­mente allargare il campo anche ad altri pro­dotti tra cui, ricercatissime, le sigarette. Scri­ve un blogger triestino: «Sono tornato ora dal­la Slovenia insieme a un numero impressio­nante di connazionali. Ebbene: gasolio a 1,26 (40 centesimi di meno); pane a 1,39 al Kg; latte a 0,53; carne per le fiorentine a 7,60/Kg; verdura a prezzi sbalorditivi. D'ora in poi gasolio e spesa solo oltre confine. Gli sloveni penso faranno un altare a Monti che ha convinto un numero enorme di italiani a versare le accise sui carburanti, l'Iva e tutto il resto agli sloveni invece che agli italiani». An­che perché la platea dei frequentatori dello shoppingin Slovenia si sta allargando non so­lo a chi si trova a ridosso del confine attiran­do sempre più consumatori nostrani. In altri settori fanno buoni affari anche Croazia e Al­bania.
 
       Le barche italiane, nel mirino della mano­vra Monti, cercano, infatti, nuove rotte. Dal­la darsena di Rimini ha già preso il largo circa il 15% dei natanti, in testa quelli superiori ai 20metri e quelli targati San Marino. La desti­nazione preferita è la Croazia, ma molto get­tonato è anche il porto albanese di Orikum, che ha una marina costruita da italiani. Lo shopping oltreconfine, insomma, diventa sempre più multiforme. E accende la preoc­cupazione di chi, commercianti in testa, vive questo fenomeno sulla propria pelle e sulle proprie tasche.
 
 
LA NORMA SULLE POLIZZE COLLEGATE AI MUTUI 
 
I consumatori al governo: «Così è un cresci-banche»
 
    Altro che cresci Italia, «chiamatelo cresci banche». Ironizzano Elio Lannutti (Adu­sbef) e Rosario Trefiletti (Federconsuma­tori) sul decreto liberalizzazioni. «Da anni - spiegano - le banche sono impegnate ad annettere ai loro servizi principali servizi accessori non richiesti dalla clientela: al mutuo collegano l'apertura obbligatoria di un conto corrente e l'accensione di una costosa polizza vita. La prassi illegale di imporre una polizza vita alla concessione dei mutui ha indotto l'Antitrust ad aprire un'indagine e l'Isvap ad impedire alle ban­che e alle finanziarie di ricoprire il doppio incari co di venditori e beneficiari di una polizza, con i consumatori costretti a sot­toscriverne una con gli istituti di credito per garantire il capitale». Adusbef e Feder­consumatori chiedono che il governo, tra­mite il sottosegretario Catricalà, elimini l'obbligo di subordinare una polizza vita a un mutua, per«impedire che banche e assicurazioni possano continuare a lucrare 2,5 miliardi di euro l'anno».
 
 
Da La Stampa di Lunedì 23 Gennaio 2012  

 

Meno costi e burocrazia
 
Monti prova a semplificare 
 
Di Francesca Schianchi
 
      Dopo il decreto approvato ve­nerdi, tra pochi giorni sarà la volta delle semplificazioni. Che non sono altro, come sot­tolinea Alberto Mingardi, di­rettore generale dell'Istituto di ricerche e studi Bruno Leo­ni, che «le liberalizzazioni più importanti»: sfoltire, sburo­cratizzare, rendere più agevo­le la vita ai cittadini come alle imprese che, soprattutto quel­le straniere, «fuggono da dove si sentono in balìa di confusio­ne e incertezza».
 
     «Avere la prossima setti­mana le semplificazioni vuol dire che la condizione delle im­prese è destinata a migliorare: risparmieranno sui costi», spiega il presidente del Consi­glio Mario Monti, ospite della trasmissione di Lucia Annun­ziata, «In 1/2 ora». Una dichia­razione di principio, senza scendere in ulteriori dettagli su cosa sarà contenuto in quel corposo testo, a cui stanno la­vorando vari dicasteri e che dovrebbe arrivare veneri 27 sul tavolo del Consiglio dei mi­nistri, in tempo per avere un'altra approvazione împor­tante in curriculum al Consi­glio europeo del prossimo weekend. Nessun annuncio quindi su cosa conterrà il de­creto, anzi, il premier protesta contro le «anticipazioni selvag­ge» dei giornali: ce ne sono sta­te (molte confermate) sul de­creto dedicato alla concorren­za appena licenziato dal Cdm, già cominciano a girarne sul nuovo testo.
 
     Il governo è al lavoro, ogni provvedimento all’esame po­trebbe cambiare, ma per ora si parla di interventi sull'uni­versità, con l'introduzione di una digitalizzazione massic­cia, é sull'abolizione del valo­re legale del titolo di studio, della definizione di un'agenda digitale che copra svariati set­tori, del casellario dell'assi­stenza Inps da far diventare uno strumento usato per ge­stire la spesa sociale e valutar­ne l'efficienza.
 
     Circolano voci su interven­ti riservati al mondo della ri­cerca (come la possibilità di controlli successivi ai finanzia­menti, per verificare l'idoneità dei requisiti) così come, l'ha anticipato ieri il «Corriere del­la sera», si starebbe ragionan­do sulla nascita di una sorta di «commissario» che venga in soccorso alle imprese: un uffi­cio dai poteri appunto commis­sariali, da creare nelle pubbli­che amministrazioni, che pos­sa intervenire quando l'ufficio preposto a qualche pratica non rispetti i tempi delle pro­cedure, per garantire scaden­ze certe e celeri.
 
     «A me piace un paese che corre in avanti ma l'abitudine che voglio seguire è correre in avanti con le decisioni e non con le indiscrezioni», commen­ta Monti, senza confermare né smentire. Tuttavia, chi nei partiti sta seguendo il dossier liberalizzazioni-semplificazio­ni ammette di aver sentito parlare di questi arg omenti. Anche se, come sospira un ter­zopolista, «mi sembra che il governo non abbia ancora chiari tutti gli interventi che vorrebbe realizzare».
 
     «Aspetto di vedere cosa fa­rà il governo: siccome già è sta­to fatto moltissimo, spero che l'ex capo di gabinetto Patroni Griffi oggi ministro continui sulla strada di quello che ho fatto io», chiede l'ex responsa­bile della Pubblica ammini­strazione, il Pdl Renato Bru­netta. Mentre l'esecutivo lavo­ra al testo sulle semplificazio­ni, comunque, per il Parlamen­to scatta l'appuntamento con il decreto già approvato tre giorni fa sulle liberalizzazioni. Perché la palla passi alle Ca­mere, manca solo la firma defi­nitiva del capo dello Stato.
 
 
Il governo studia la mossa segreta, le cause di lavoro-lampo
 
Fornero e i suoi tecnici al lavoro, l’idea è rendere standard gli indennizzi
 
Di Fabio Martini
 
     E’ la terza tappa. Ma il Professore la conside­ra strutturale esatta­mente come le prime due (il «Salva» e il «Cresci-Italia») e dunque già da qualche giorno Mario Monti aveva informalmente disposto un'«appa­recchiatura» da grandi occasioni per il tavolo che stamattina aprirà la trattativa per ridisegnare il mer­cato del lavoro nel nostro Paese. Una settimana fa il presidente del Consiglio aveva informato i mini­stri di «volere essere presente» all'avvio della discussione e di voler aprire non solo simbolicamente il tavolo attorno al quale si ritrove­ranno le parti sociali. E dunque si parte a palazzo Chigi, alle 10, nella Sala Verde (l'ampio salone dalla tappezzeria e dalle sedie verdi, do­ve si svolgono le riunioni più affolla­te) con un'introduzione del presi­dente del Consiglio, che poi lascerà la riunione per trasferirsi all'Euro­gruppo di Bruxelles, il summit dei ministri economici dell'Eurozona e lì potrà ragionevolmente annuncia­re di aver appena aperto una tratta­tiva che si concluderà anche que­sta - come i due decreti già appro­vati - con la terza riforma struttu­rale del suo governo.
 
      A discutere con le parti sociali, Monti lascerà ben quattro mini­stri, secondo un forma che sem­pre lui ha chiesto: oltre ad Elsa For­nero, titolare della materia in di­scussione, ci saranno anche il mini­stro dello Sviluppo economico Cor­rado Passera, il ministro dell'Uni­versità e della Ricerca Francesco Profumo, il viceministro Vittorio Grilli. Una squadra che corrispon­de alla filosofia che Monti stesso ha tenuto a sottolineare durante l'in­tervista televisiva rilasciata a Lu­cia Annunziata in «Mezz'ora». Alla giornalista che insisteva per avere una risposta da «titolo» sulla que­stione dell'articolo 18, Monti ha repli­cato che in qualche modo la «noti­zia» l'aveva già data, collegando la questione lavoro alla crescita: «Tut­to si lega, perciò più noi agiamo sugli altri fattori e meno abbiamo bisogno di agire sul lavoro. Ma attenzione: ri­mane vero che il lavoro resta comun­que una quota molto, molto grande nei costi di produzione».
 
      Dunque, una riforma urge e si farà. Naturalmente la trattativa nelle pros­sime settimane sarà condotta dal mi­nistro del Lavoro e delle politiche so­ciali Elsa Fornero, di cui Monti apprezza la forte personalità e la prover­biale competenza, ma il forte investi­mento del premier sulla questione è come se aprisse la strada, quantome­no nella vulgata giornalistica, ad una doppia attribuzione, una sorta di rifor­ma Monti-Fornero. Nella prima riu­nione il ministro Fornero si limiterà ad indicare gli obiettivi generali della riforma, ascolterà le parti e conclude­rà la riunione, aprendo tre tavoli, uno sulle assunzioni, uno sulla formazione, uno sugli ammortizzatori sociali. Non è oggi che matureranno sor­prese. Ma dietro le quinte stanno ma­turando novità. La più interessante - finora inedita - la stanno elaborando il ministro Fornero e i suoi tecnici. E riguarda i lunghi contenziosi susse­guenti alle cause da licenziamento re­golate dall'articolo 18. Si sta studian­do la possibilità di formalizzare pro­cedure accorciate che consentano di abbreviare drasti­camente i tempi del­le cause da lavoro, che attualmente si possono prolunga re fino a 5-6 anni. Con costi per le aziende e incertezze per il lavorato­re. E dunque, si va verso tempi e ri­sarcimenti standardizzati, non è an­cora chiaro se affidando il contenzio­so a sezioni specializzate della magi­stratura. Una soluzione che, sulla ba­se dei primi contatti informali con le parti sociali, potrebbe andar bene sia alle imprese che ai sindacati.
 
      Ma a palazzo Chigi sanno bene che su tutto questo dossier ci saran­no i fucili puntati, oltreché delle parti sociali, anche dei due principali parti­ti della maggioranza. Dice Giuliano Cazzola, pdl, nei giorni scorsi consul­tato informalmente dal ministro: «Al governo consiglio di non dimenticare che esiste una Delega ancora aperta, nel Collegato lavoro, che consente al l'esecutivo di fare qualsiasi riforma, risparmiando mesi di attività legislativa. E sconsiglio di abbandonarsi alla retorica del con­tratto unico: situazioni lavorative dif­ferenti non possono essere ricondot­te ad un'unica fattispecie». Sostiene Paolo Nerozzi, senatore Pd, già alto dirigente Cgil: «Attenzione, stavolta la piattaforma sindacale oltreché cre ­dibile è realmente unitaria: non si di­mentichi che, da Amato a Dini, con la concertazione siamo andati in Euro­pa, senza ne stavamo uscendo».

 

 

Da Il Tempo di Lunedì 23 Gennaio 2012

 

 

La riforma dei taxi vista da un marziano
 
Liberalizzazioni. Tre reati e nuove authority, il mercato resta di fatto così com’è
 
Di Davide Giacalone
 
      Sono appena arrivato da Marte e mi serve un taxi. Nonlo trovo, perché sono in sciopero. Siccome sono cu­rioso degli usi e costumi in que­sta parte del pianeta Terra, cer­co di capirne le ragioni. Ed è qui che scopro alcune cose in­teressantissime, utili a capire il modo in cui s'intende e vive la democrazia, il mercato e la legge in Italia. Il Paese in cui diventa eroe chi lasciapassare quotidianamente le navi da crociera laddove d'estate ven­gono multati i gommoni.
 
     I primi cui chiedo sono i tas­sisti stessi, assiepati numerosi e arrabbiati laddove avrei volu­to prendere l'auto pubblica: la­voriamo tutto il giorno, siamo oppressi dal fisco, siamo gli unici imprenditori che non so­lo non scaricano il costo, ma neanche Piva dei beni stru­mentali (la vettura) e siamo ar­cistufi di essere additati man­co fossimo monopolisti del pe­trolio o del pane.
 
     Pensare chela grande batta­glia di modernizzazione sia au­mentare il numero dei taxi non è fantasioso, ma demen­ziale. Hanno ragione, cribbio. Poi aggiungono: siamo con­trari all'aumento delle licen­ze, perché, in alcune grandi cit­tà, le abbiamo comprate pa­gandole fino a 200 rasila euro, facendo debiti, quindi consi­deriamo un esproprio sottrar­re loro valore. Accipicchia, osservo, le am­ministrazioni locali di quelle città devono essere ricchissi­me, se riescono a vendere le li­cenze a quel prezzo. Ma che hai capito, marziano! Mica le paghiamo ai comuni, le com­priamo da un collega.
 
     Quindi, ragiono, è proprio il numero chiuso delle licenze a far si che alcuni s'indebitano e altri s'arricchiscono, senza contare che il commercio pri­vato di licenze pubbliche do­vrebbe essere considerato un reato, o, almeno tale lo consi­derano in altre galassie. Quin­di hanno torto, questi tassisti.
 
     Come se non bastasse non solo hanno fatto esplodere pe­tardoni nei centri cittadini, ma hanno anche conciato ma­le un loro collega, reo di lavora­re. Il torto tende a farsi marcio. Trascino il bagaglio verso la metropolitana e rasi fermo all'edicola. Leggo il titolone: il governo liberalizza le licenze taxi. Ecco un buon governo, penso, composto da gente se­ria.
 
      Poi scorro il testo del decre­to e non ci capisco più nulla. Le licenze nun verranno rila­sciate dai comuni, c'è scritto, e capisco il sott'inteso: i tassisti sono una lobby potente, e an­che prepotente, che pesa in ambito municipale, sicché è meglio evitare che siano i sin­daci a decidere. Ma così proc edendo questi italiani dimostra­no di non sapere cos'è la demo­crazia, ovvero la consegna del potere (ai suoi vari livelli) nelle mani di chi ha maggiore con­senso, salvo il fatto che l'opera­to dell'eletto sarà sottoposto al giudizio degli stessi elettori.
 
     Siccome si suppone che quanti cercano un taxi siano più numerosi di quanti lo gui­dano, ne discende che se la de­mocrazia funziona il sindaco che si mette in combutta con la lobby, e priva i cittadini del trasporto, è destinato a essere cacciato.
 
     Funziona così, dove funzio­na. Qui, invece, ragionano in modo diverso: dato ch ei sinda­ci s'inciuciano, passiamo il po­tere a un organismo centrale. Ma, allora, cancellate anche i sindaci, così risparmiate sui costi e sui nastri da tagliare. E pensare che volevano fare il fe­deralismo fiscale, poi manco le licenze gli affidano.
 
     A decidere sarà un'autorità nazionale. Mi viene da ridere: e che ne sanno quelli di quanti taxi ci vogliono in una determi­nata località? La risposta è nel decreto: lo chiedono ai sinda­ci.
 
Sembra un sopraffino gioco degli specchi, invece è una su­perba tavolata che crea l'ennessima s truttura burocratica inutile, istituisce una nuova procedura, allunga i tempi del­le decisioni, deresponsabiliz­za tutti, non risolve i problemi (veri) dei tassisti e non sana il mercato nero delle licenze. Il mercato resterà opaco, il nu­mero delle licenze crescerà in tempi lunghi e nessuno ne ri­sponderà agli elettori.
 
      In un colpo solo fregano la democrazia, il mercato e la leg­ge. Il tutto ribadendo l'idola­tria statalista, secondo cui so­lo lo Stato sa quanti taxi ci vo­gliono, solo lo Stato è immune da corruzione. Ove la seconda cosa è più credibile della prima. Ci vuole umorismo, per chiamarla liberalizzazione.
 
     Nella metro vedo accanto a me un collega, arrivato da Ve­nere. Anche lui appiedato. Provo a raccontargli quel che ho ap­pena scoperto sui taxi, ma mi accorgo che quello piange. Ha dei lucciconi che gli scendono per le gote. Ti senti bene?
 
     Parla a fatica, gli manca il fia­to. Digrigna i denti e stringe gli occhi. E in preda ad una rida­rella devastante. Capisco a stento le sue paro­le: guarda qui, singhiozza indi­cando il giornale, il capo del loro governo, che fa il professo­re d'economia, sostiene che con quel tipo di decreto il pil crescerà dell' 11 % (i consumi e l'occupazione dell'8, gli inve­stimenti del 18 e i salari del 12) .
 
Ma sono le ultime parole, poi s'accascia piegato in due a reggersi la panza.
 
     E pensare che eravamo ve­nuti nella penisola attirati dall'idea che si facesse solo bun­ga-bunga. Mai avremmo immaginato untale sollazzo. Gratis.

 

 

Da L'espresso 
 
 
Monti, liberati dalle scorie
 
Intorno alla s quadra di governo ruotano troppe figure che rappresentano la continuità con il passato. A danno dell’immagine di rinnovamento e di pulizia che il presidente si sforza di trasmettere
 
Di Piero Ignazi
 
CON IL GOVERNO MONTI È ENTRATA IN SCENA UNA DIVERSA CLASSE DIRIGENTE, QUELLA DEGLI ESPERTI, DEI PORTATORI DI CONO­SCENZA. LE COMPETENZE DEI COMPONENTI DEL GOVERNO VENGONO DA AULE UNIVERSI­TARIE, PUBBLICHE, AZIENDE PRIVATE, STUDI PROFESSIONALI, NON DALLE STANZE DEI PARTITI. QUESTO, IN ALCUNI CASI COSTITUISCE UN DEFICIT QUANTO A CAPACITA DI NEGOZIAZIONE, GESTIONE DEI CONFLITTI, USO DELLA RETORICA, MOVENZE SUL FILO DELL’AMBIGUITA’, MODALITA’ NOTE AI POLITICI DI PROFESSIONE DI OGNI LATITUDINE. IN ALTRI CASI COSTITUISCE UN VALORE IN TERMINI DI CHIAREZZA DI INTENTI, DI PRO­FONDITA’ ANALITICA E DI RISPONDENZA ALLE DOMANDE DEI CITTADINI E A FINALITA’ E INTE­RESSI GENERALI.
 
      In un momento in cui l'opinione pub­blica dimostra una stanchezza estenuata verso la politica, la non-politicità e il pro­fessionismo impolitico del governo com­pensano, e di molto, l'inesperienza par­titica. La luna di miele del governo si è fondata su questi elementi innova tivi (ai quali vanno aggiunti l'insofferenza per lo stile da avanspettacolo del precedente governo e la legittimazione fornita dall'avallo attivo del Quirinale). Ma per mantenere e consolidare il feeling positi­vo con l'opinione pubblica, il governo, nell'immediato, deve superare (tra i tan­ti) due ostacoli.
 
      Il primo deriva dall'offuscamento di immagine derivante dalla presenza di fi­gure, nelle pieghe del governo e nel mi­lieu che gli ruota intorno, che stridono con quell'aura di rinnovamento, serietà e pulizia efficacemente simboleggiata dalla prima conferenza stampa del go­verno Monti. Emerge il timore di un'ec­cessiva continuità con il passato. I tipici vizi di una classe dirigente di lungo cor­so, avvezza ai cambi di stagione, al cu­mulo di cariche e di posizioni, ai conflit­ti di interesse ramificati e radicati, all'impermeabilità alle diverse maggioranze politiche, alla contiguità/consue­tudine con il potere e alla leggerezza di alcuni comportamenti sono affiorati nell'ambiente governativo. Più che i cur­riculum vitae infarciti di studi d'eccel­lenza, qui valgono ancora le frequenta­zioni di salotti e palazzi (e consigli di am­ministrazione).
 
      Quanto rivelato nelle scorse settima­ne stona con l'immagine di serietà e se­riosità del governo Monti e attenua la discontinuità con il passato. Mentre una sua grande risorsa sta proprio nel­la distanza di sicurezza dal costume po­litico "romano" di intrecci e intrallazzi. Perché non &quo t;liberalizzare" anche gli ac­cessi alle alte cariche pubbliche de-bu­rocratizzando il reclutamento e rom­pendo l'intreccio politico-clientelare d'alto bordo e salottiero? Perché non fare piazza pulita di navigati routiers del potere ministeriale?
 
     Certo, più semplice a dirsi che a far­si, soprattutto se si pensa al secondo ostacolo del governo Monti: l'incerto e ondivago sostegno politico. Il Pdl non appoggia apertamente e fino in fondo quasi nessuna iniziativa di Monti: oscilla tra semplici puntualiz­zazioni e dissensi radicali. In realtà la­vora a un logoramento del governo per evitare che acquisti troppa sicurezza e indipendenza. E soprattutto che dimo­stri cosa significa essere "moderato", parola di cui il Cavaliere e i suoi han­no abusato senza ritengo. Il Pd è più al­lineato. Ha persino digerito l'interven­to sulle pensioni che ha colpito il suo elettorato di. riferimento, dipendenti pubblici e privati di ogni livello. Ma non fa di quest'impegno una vetrina. Sostiene a bassa voce, quasi non voles­se farlo sapere. Con la conseguenza di lasciare al Terzo polo la bandiera del­la sponsorship convinta al governo. Che è un po' troppo poco.
 
     Monti ha bisogno di un consenso par­lamentare più deciso. Con i prossimi provvedimenti, inevitabilmente, scon­tenterà qualcuno più di altri. A quel punto dovrà avere la forza di imporsi e, al limite, di scegliere interlocutori pre­ferenziali. Per questo è necessario che si ripulisca dalle scorie che ne indeboli­scono il prestigio.
 
 
Da Panorama attualmente in edicola 2012
 
Pazzi sconti al bazar Parlamento 
 
Tutti i passaparola della casta per avere prezzi di favore
 
Di Laura Maragnani
 
     La firma è quella di Domenico Di Virgilio, classe 1939, deputato pdl alla terza legislatura. Primario ospedaliero di professione, il parlamentare stavolta ha dimostrato scarse capacità diagnostiche. Ma come: infuriano le polemiche sulla casta, il popolo reclama il sangue dei parlamentari, e lui, serafico, già si preoccupa delle loro prossime vacanze? «Caro Collega, mi corre l'obbligo di segnalarti...». Ecco: il 2 dicembre ha fatto distribuire ai colleghi, approfittando del servizio postale interno e delle buste col logo della Camera, il dépliant di un albergo il cui direttore è «un mio amico personale». E che albergo, poi. «Il primo hotel dell'isola d'Elba improntato sull'unione di lusso, sosteni­bilità e life style» lo esalta il famoso dépliant. Un 4 stelle fantastico, anzi, magnifico. Piscina interna ed esterna, viste mozzafiato, area wellness, addirittura un «manager dei desideri» a disposizione degli ospiti. Costoso? Un bel po'. Ma il Magnifico de Luxe Resort «è lieto di offrire tariffe e condizioni riservate ai membri del Parlamento della Repubblica». Tariffe riservatissime.
 
      Ora, perché scandalizzarsi? Neanche i parlamentari hanno soldi da buttar via, di questi tempi. Difatti il sena­tore Valerio Carrara (ex idv, oggi pdl) ha orgogliosamente annunciato ai colleghi di avere trovato l'accordo per un pranzo tutto pesce «a 20 euro» vicino al Pantheon; e Ga­briella Carlucci, magrissima deputata ex pdl e neo udc, ha piuttosto preferito spendersi a favore del suo parrucchiere, Paolo D'Apollonio: piega, shampoo e massaggio a 10 euro; un taglio a 30 euro, le mèches a 50 e un bel trattamento rassodante per il seno a 40. Un affare. E il senso degli affari ce l'hanno in tanti. Andrea Di Teodoro, eletto nel 2001 con la lista di centrodestra Abolizione Scorporo, a poco più di 30 anni d'età aveva già un hobby redditizio: «Caro collega, con la presente ti informo che sto per piazzare sul mercato italiano una importante partita di pezzi pregiati di alto antiquariato...». Era l'anno 2005, la crisi ancora non si sentiva e i colleghi interessati potevano tranquillamente consultare il catalogo nell'ufficio del parlamentare: icone russe del '600 a 26 mila euro, credenze senesi del '500 a 80 mila... Il telefono di Di Teodoro era addirittura rovente.
 
     Durante il governo Prodi II, invece, tutti chiamavano Luciano D'Ulizia, idv, padre della Cedildes XV, cooperativa edilizia nata per offrire «efficaci risposte» alle necessità «pratiche e affettive» dei parlamentari costretti a lunghi soggiorni a Roma. Bella idea. Hanno aderito in un centi­naio, da Margherita Boniver ad Angelino Alfano, da Cinzía Bonfrisco a Maria Elisabetta Alberti Castellati. Entusiasti e bipartisan. Ma non è sempre tutto oro quello che luccica: nata il 31 maggio 2007, la Cedildes ha dato forfait in autunno. Case acquistate: zero. Minacce di esposti e di segnalazioni ai carabinieri: tante «Oggi cerchiamo almeno di rientrare in possesso delle quote versate» sospirano i deputati Gino Bucchino, pd, e Carlo Ciccioli, pdl, inca­ricati di recuperare i 100 mila euro rimasti in cassa. Ma è un compito improbo. E buona fortuna.

 

 

Da Il Giornale di Lunedì 23 Gennaio 2012
 

Ecco la cricca di carta che «protegge» Vendola
 
Il racconto di un giornalista attaccato e diffamato dal governatore
 
Tutte le sue querele contro il presidente pugliese sono state archiviate
 
di Carlo Vulpio*
 
     Caro direttore, il vostro artico­lo che denunciava la «cricca di Vendola», è solo uno dei tanti «in­croci pericolosi» che vedono pro­tagonista il governatore pugliese. A me è capitato diverse volte, mio malgrado, di finire al centro di que­sto incrocio. Due vicende esem­plari aiuteranno a capire meglio.
 
     La prima. Per il mio giornale, il Corriere della Sera, scrivo che la giunta Vendola incarica un con­sorzio guidato dal gruppo Marce­gaglia di realizzare in Puglia alcu­ne discariche, tra le quali una a ri­dosso di un sito neolitico. Non ven­go querelato, né smentito. Ma quando sul litorale di Brindisi vie­ne trovata una finta bomba con un messaggio di protesta per un depuratore non realizzato, Vendola co­glie al balzo l'occasione e a reti (Rai) unificate pronuncia una «fa­twa» gravissima: dice in sostanza che il mandante morale di quella bomba sono io. Lo querelo. Ma passano due anni e mezzo e non succede nulla. Presento un espo­sto alla procura generale di Bari, chiedendo che, come vuole la leg­ge, il caso venga avocato dal procu­ratore generale a causa dell'iner­zia nell'esercizio dell'azione pena­leda parte del pm a cui era stato as­segnato. Improvvisamente, quel pm si fa vivo, tira fuori dal cassetto la querela e dice che deve astener­si perché lei ( è una signora) è mol­to amica di Vendola. Il pm è Roma­na Pirrelli in Carofiglio (pm an­ch'egli e senatore Pd). La vicenda finisce dunque sulla scrivania del procuratore capo, Emilio Marza­no (ora in pensione, di area Ds), il quale chiede l'archiviazione (ma va?) con una motivazione a dir po­co fantastica: « È vero che Vendola ha gravemente diffamato Vulpio - dice il procuratore - ma Vulpio lo ha provocato». Sì, hai capito bene, pur non avendo ricevuto querele e smentite, il mio diritto di cronaca e di critica garantito dalla Costitu­zione è diventato «provocazione».
 
La seconda vicenda si svolge nel pieno dell'inchiesta sui disastri della Sanità pugliese. A Vendola non erano piaciute le cose che ave­vo scritto sull'argomento. Ma poi­ché erano cose vere non ha potuto querelarmi, né smentirmi. E allora, interrogato dal pm Desireé Digeronimo, mi tira in ballo senza ra­gione e con un livore senza eguali, e nonostante sappia bene che so­no incensurato, mi definisce «no­to diffamatore professionale». L'atto giudiziario viene pubblica­to da quasi tutti i giornali e finisce su tutti i siti web. Questa volta, ol­tre a querelarlo, poiché pure un giornalista, lo deferisco anche all'Ordine dei giornalisti della Pu­glia. Sì, lo stesso di cui parlate nel vostro articolo, proprio quello pre­sieduto dalla moglie del capo di ga­binetto di Vendola. L'Ordine, esa­minati gli atti, archivia. Avrebbe fatto lo stesso a parti invertite, se fossi stato io a definire Vendola «noto diffamatore professiona­le»? Ah, saperlo... In ogni caso, c'è sempre la querela. Di cui si occupa il procuratore aggiunto di Bari, An­namaria Tosto. La quale chiede l'archiviazione con un'altra, mera­vigliosa motivazione: sostiene, la pm, che le parole di Vendola non possono considerarsi diffamato­rie, poiché il sottoscritto ha subito molti procedimenti per diffama­zione (che poi non sia mai stato condannato, è per la pm un detta­glio), dando così a Vendola «licen­za di uccidere» con tutte le parole che vuole. Adesso, attendo la pro­nuncia della Camera di consiglio sulla mia opposizione all'archivia­zione.
 
     Intanto, tacciono tutti. Dai «pa­ladini» della libertà di stampa e di espressione alle ronde anti-bava­glio, dall'Ordine dei giornalisti na­zionale alla Federazione naziona­le della stampa, ilcui presidente, Roberto Natali, ha recentemente fatto passerella accanto a Vendola, elogiando i giornalisti che ne elogiano le gesta: l’Istituto Luce, ai confronto, è il New York Times.
 
*giornalista del Corriere della Sera
 

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