20-01-2012

Servizio segnalazione articoli e commenti di Venerdì 20 Gennaio 2012

 

 

 

 

 

Dal Corriere della Sera di Venerdì 20 Gennaio 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal Corriere della sera di Venerdì 20 Gennaio 2012 
 
L’OLIGARCHIA DEGLI ALTI BUROCRATI
 
UNA INVISIBILE
SUPER CASTA
 
Di Ernesto Galli Delle Loggia
 
     Non è vero che il contrario della de­mocrazia sia ne­cessariamente la dittatura. C'è almeno un al­tro regime: l'oligarchia. E tra i due regimi possono es­serci poi varie forme intermedie. Una di queste è quella esistente da qualche tempo in Italia. Dove ci so­no da un lato un Parlamen­to e un governo democrati­ci, i quali formalmente legi­ferano e dirigono, ma dall'altro un ceto di oligarchi i quali, dietro le quinte delle istituzioni democratiche e sottratti di fatto a qualun­que controllo reale, com­piono scelte decisive, gover­nano più o meno a loro pia­cere settori cruciali, gesti­scono quote enormi di ri­sorse e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne a fini persona­li. I frequenti casi scoperti negli ultimi anni e nelle ultime settimane hanno aper­to squarci inquietanti su ta­le realtà.
 
     Non si tratta solo dell'al­ta burocrazia dei ministeri, cioè dei direttori generali. A questi si è andata aggiun­gendo negli anni una pleto­ra formata da consiglieri di Stato, alti funzionari della presidenza del Consiglio, giudici delle varie magistra­ture (comprese quelle con­tabili), dirigenti e membri delle sempre più numerose Authority, e altri consimili, i quali, insieme ai suddetti direttori generali e annida­ti perlopiù nei gabinetti dei ministri, costituiscono or­mai una sorta di vero e pro­prio governo ombra. Sem­pre pronti peraltro, come dimostra proprio il caso del governo attuale, a cerca­re di fare il salto in quello vero.
 
    È un'oligarchia che non è passata attraverso nessu­na selezione specifica né al­cuna speciale scuola di for­mazione (giacché noi non abbiamo un'istituzione ana­loga all’Ena francese). Desi­gnati dalla politica con un grado altissimo di arbitrarietà, devono in mi­sura decisiva il proprio in­carico a qualche forma di contiguità con il loro desi­gnatore, alla disponibilità dimostrata verso le sue esi­genze, e infine, o soprattut­to, alla condiscendenza, al­1'intrinsichezza - chiama­tela come volete - verso gli ambienti c/o gli interes­si implicati nel settore che sono chiamati a gestire. Ma una volta in carriera, l'oli­garchia - come si è visto dalle biografie rese note dai giornali - si svincola dalla diretta protezione po­litica, si autonomizza e ten­de a costruire rapidamente un potere personale. Gra­zie al quale ottiene prima di tutto la propria sostanzia­le inamovibilità. Sempre gli stessi nomi passano vor­ticosamente da un posto all'altro, da un gabinetto a un ente, da un tribunale a un ministero, da un incarico extragiudiziale a quello suc­cessivo, costruendo così re­ti di relazioni che possono diventare autentiche reti di complicità, sommando spessissimo incarichi che incarnano casi clamorosi di conflitto d'interessi. E che attraverso doppi e tri­pli stipendi e prebende va­rie servono a realizzare redditi più che cospicui, a frui­re di benefit e di occasioni, ad avere case, privilegi, va­canze, stili di vita da piccoli nababbi.
 
     Se i politici sono la casta, insomma, l'oligarchia buro­cratico-funzionariale italia­na è molto spesso la super casta. La quale prospera ob­bedendo scrupolosamente alla prima (tranne il caso ec­cezionale della Banca d'Ita­lia non si ricorda un alto funzionario che si sia mai opposto ai voleri di un mi­nistro), ma facendo soprat­tutto gli affari propri. Il go­verno Monti ha un'agenda fittissima, si sa. Ma se tra le tante cose da fare riuscisse anche a scrivere un rigoro­so codice etico per la super casta, sono sicuro che qual­che decina di milioni di ita­liani gliene sarebbe grata.

 

Da La Stampa di Venerdì 20 Gennaio 2012 
 
I COSTI DELLA POLITICA
 
Quelle misteriose assenze dei dipendenti di Palazzo Chigi
 
Per tutto il 2011, ogni mese non è andato al lavoro il 21%
 
Di Paolo Baroni
 
     Ne paghiamo 2521, ma tra impiegati, funzionari e diri­genti lavorano in meno di duemila. Ogni mese, infatti, alla presi­denza del Consiglio si registra una media di assenze, per malattie, permessi e ferie pari al 21%. Cambia presidente del Consiglio, arriva il governo dei tecnici e uno si immagina che l'assenteismo cada in picchia­ta. Della serie, tutti al lavoro per raddrizzare la barca. E in­vece scorrendo i dati pubbli­cati sul sito di palazzo Chigi (www.governo.it/Presidenza/ operazione trasparenza/pre­senze.html) si scopre che non e cambiato nulla. Anzi, peg­gio, spuntano tabelle fotoco­pia. Il dato di dicembre appe­na messo on line e relativo a 42 tra dipartimenti, ministeri senza portafoglio, strutture di missione e uffici vari, segna infatti una media di presenze del 79%. Con un picco del 92% di presenze nella struttura del ministero della Semplifica­zione normativa (ma resta in piedi anche senza Calderoli?) ed un minimo del 43% (ovvero più della metà degli addetti as­senti) al ministero dell'Attua­zione del programma, che evi­dentemente sopravvive an­che dopo Rotondi.
 
      Il bello è che a novembre i numeri erano gli stessi: 79 a 21. Stesse identiche cifre, andan­do a ritroso nei mesi, anche a ottobre, a settembre, e così via sino a gennaio 2011. Per un'in­tera annata in­somma i 2500 dipendenti di palazzo Chigi hanno fatto regi­strare gli stessi identici numeri di presenza/assenza. Anche ad agosto, stesso rapporto di 79 a 21, mentre un anno prima i presenti arrivavano al 41% a fronte di un 59% di assenti. An­che ad aprile, quando le strut­ture monitorate salivano da 42 a 43 e la new entry «Ufficio Sher­pa G8» faceva segnare un sor­prendente 5% di tasso di presen­za. Insomma, elenchi fotocopia, presenze compilate col copia incolla. Dati fasulli. Col governo Monti come nell' era Berlusconi.
 
     Un caso? Pra­ticamente impos­sibile. Un errore? Sarebbe molto grave, dopo che per anni in tanti, a iniziare dal ministro Brunetta, hanno fatto della trasparenza e della lotta all'assenteismo giustamen­te una bandiera. Se si osservano le tabelle del 2010 ci sono solo tre mesi (febbraio, marzo, apri­le) che presentano valori identi­ci (80% presenze, 20% assenze). Tutti gli altri mesi fanno regi­strare variazioni, piccole maga­ri, ma pur sempre variazioni.
 
     Se questi dati fossero veri si­gnificherebbe che ogni mese lo Stato, o meglio la collettività, pa­ga 2521 tra impiegati, funzionari e dirigenti ma in realtà lavorano in meno di duemila. E a caro prezzo perché il monte stipendi della Presidenza del Consiglio l'anno passato toccava quota 289 milioni. Ovvero più di 114.600 euro lordi medi a testa. Quando una domenica d'ini­zio ottobre di quattro anni fa montarono i tornelli a palazzo Chigi, i dipendenti del Palazzo si sentirono quasi stuprati. Il mini­stro della Funzione pubblica Brunetta invece cantava vitto­ria parlando di «fatto storico» ed esultando davanti a quelle che per molti colletti bianchi erano «diaboliche macchinette» per la gioia dei fotografi. La sua guerra ai fannulloni era appena iniziata ed i risultati mese dopo mese gli davano sempre più ra­gione: -20, -30, e poi -40 e -50 per cento di assenze in un mese. Nei primi tre anni (2008-2011) le statistiche ufficiali certificano un calo medio dell'assenteismo del 38% in tutta la pubblica am­ministrazione, trend che tra alti e bassi, resta più o meno invaria­to. I giorni di malattia sono letteralmente crollati: in media appe­na 9,1 giorni (10 l'anno passato) di assenze per dipendente, con­tro i 12 dei tedeschi e i 16 dei francesi.
 
     Ora sorge il dubbio che però anche quei numeri non fossero poi tanti sicuri. A meno che qual­cuno oggi non ci venga a dire che si è trattato di un errore ma­teriale, o di una distrazione di un impiegato del Servizio perso­nale di palazzo Chigi. Passato inosservato per un anno intero.

 

Da Il Fatto Quotidiano di Venerdì 20 Gennaio 2012
 
Il paese degli inchini
 
Di Marco Travaglio
 
     Dopo il naufragio e l'alibi di ferro del comandante Schettino sullo scoglio spuntato a sua insaputa, all'isola del Giglio c'è un'altra metafora galleggiante che ci inchioda alla nostra irredimibile italianità: il rito dell'inchino. "Ne avrò fatti cinquanta", racconta ai magistrati il bulletto di Meta di Sorrento, e forse è l'unica cosa vera che dice. Che sarà mai un inchino, nel Paese delle riverenze, dei salamelecchi, dei piegatori di schiene e dei nati curvi? Ecco perché il capitano De Falco assurge subito al rango di eroe, anche se ha fatto solo un paio di telefonate previste dalle sue mansioni: perché pare un extraterrestre. Nelle intercettazioni siamo abituati a sentire gente che si dà del tu e di gomito, che fa pappa e ciccia, che si fa du' spaghi alla pizzeria dietro l'angolo, che sistema tutto perché in Italia tutto si aggiusta o almeno si arrangia. De Falco invece dà del lei, dice "comando io", cita le leggi e le rotte, grida é un ordine!". È vero che fa solo il suo dovere. Ma è questo che fa di lui un marziano: non fa l'inchino. Intanto, mentre Meta di Sorrento riabbraccia il suo genius loci come un perseguitato (che sarà mai un inchino?), a Castellammare la processione di San Catello si ferma anche quest'anno davanti alla casa del boss. Fa l'inchino. E in Parlamento, sotto il governo che aveva promesso "mai più condoni", tutti i partiti di tutti i colori si fanno il condono, anzi l'autocondono sui manifesti abusivi, come ogni anno, come sempre. Si autoinchinano.
 
Nel libro Alla fine della fiera. Tangentopoli vent'anni dopo di Federico Ferrero, il pregiudicato Primo Greganti rivela: "Ho dato una mano alla campagna elettorale di Fassino per le comunali di Torino". Possibile che Fassino non sappia che Greganti è stato condannato a 3 anni e mezzo per le mazzette della Ferruzzi e del gruppo Gavio Pci-Pds? Possibile che non abbia detto a Greganti: "Caro, non è il caso, faccio da solo"? O forse non glielo poteva dire ed era obbligato all'inchino? Monti continua a tenersi al governo un condannato per Tangentopoli, il sottosegretario Milone, che ha pure enormi conflitti d'interessi nel gruppo Ligresti. Perché non se ne libera? Inchino forzato anche quello? Il ministro Passera, dopo averlo incautamente nominato, lascia al vertice dell'Agenzia per le strade il presidente del Consiglio di Stato Pasquale De Lise, di cui sono noti pensieri, parole, opere e soprattutto omissioni. Che aspetta a liberarsene? O forse non può e deve invece inchinarsi? E quando finirà, Passera, la sua lunga "riflessione" sulle frequenze tv? Un altro inchino che non può rifiutare?
 
Filippo Penati, miracolosamente a piede libero con tutte quelle tangenti a Sesto San Giovanni, si è "autosospeso" dal Pd, ma seguita a sedere nel Consiglio regionale della Lombardia, luogo notoriamente ben frequentato, e ora è entrato nella commissione regionale d'inchiesta sul San Raffaele. Cos'è, uno scherzo? O l'han messo lì in veste di intenditore, insomma di tecnico? Che aspetta il Pd a dirgli di ritirarsi e a domandargli se non gli venga un po' da ridere? C'è qualche inchino che ci sfugge? Con quale faccia il Pd può fare opposizione a Formigoni, se si tiene in casa un Penati, per giunta travestito da sceriffo? Formigoni è l'uomo che sapeva troppo poco. Schettino gli fa un baffo: sono 15 anni che gli arrestano un assessore ladro dopo l'altro, e lui cade sempre dal pero, anzi dallo yacht (pagato sempre da qualcun altro a sua insaputa): "Casi individuali". Non vede e non sente nulla, forse perché è talmente chinato che non riesce ad alzare lo sguardo. Uno Scajola al cubo. E mai che incontri un capitano De Falco che gli urli: "Vada a bordo, cazzo!". A furia di casi individuali, resterà solo. E ovviamente ignaro di tutto. Come il palo della banda dell'ortica di Jannacci: "Lui era fisso che scrutava nella notte, l'ha vist na gota ma `n cumpens l'ha sentu nient, perché vederci non vedeva un'autobotte, però sentirci ghe sentiva 'n acident... Ed è arrabbiato con la banda dell'Ortica, perché lui dice: `Non si fa così a rubar!'....'.

 

Dal Gli Altri di Venerdì 20 Gennaio 2012
 
RADICALI
 
I monopoli ammazzano le libertà ma attenti ai nuovi affaristi
 
Di Mario Staderini*
 
     Per un radicale, cioè per chi da vent'anni è impe­gnato sul fronte dell'apertura alla concorrenza, l'ingresso nell'agenda politica delle liberalizzazioni, quelle vere, rappresenta un'opportu­nità: passare dallo scontro ideologico al confronto prag­matico. Quando negli anni Novanta abbiamo organizzato una riforma liberale del siste­ma produttivo intorno alle nostre proposte referendarie, scontammo l'infamia di que­gli spacciatori di falso liberi­smo che sono stati Berlusconi e il complesso finanziario-mili­tare americano.
 
      Fu così, grazie anche all'assen­za di democrazia, che non passarono i referendum che, tra il 1997 e il 2000, avrebbero consentito al nostro Paese di programmare in anticipo ciò che oggi siamo costretti a fare con la pistola puntata alla tempia: riforma delle pensio­ni, del mercato del lavoro e, appunto, liberalizzazioni. Chiariamolo subito: chi vuole il mercato non vuole uno Stato debole, tutt'altro. Dicendo "meno Stato" inten­do meno Stato imprenditore, foriero di conflitti di interesse e di inefficiente. Il mercato, al contrario, essendo uno statu­to normativo necessita di uno Stato forte, ovvero di istituzio­ni autorevoli e rispetto delle regole. Sono sempre i potenti del momento, infatti, ad avere paura di istituzioni forti che favoriscano la concorren­za, perché sarebbero trattati allo stesso modo degli emer­genti.
 
     Non è cosa indifferente nean­che per un libertario. La tute­la della libertà di scelta indivi­duale molto spesso rimane sulla carta se è ostacolata nei fatti. Prendiamo la pillola del giorno dopo: la pressione vaticana per ridurne la dispo­nibilità attraverso la truffa degli obiettori di conoscenza si è basata sempre sul mono­polio, sul restringerne la distribuzione e la disponibilità. La conferma la abbiamo avuta allorché il governo Monti ha liberalizzato i farma­ci prescrivibili dal medico ma non rimborsati dal servizio sanitario, con l'intervento del   Vaticano per vietare la vendi­ta di quelli "eticamente sensi­bili" al di fuori delle farmacie tradizionali.
 
     Liberalizzare la fornitura di servizi e l'esercizio delle pro­fessioni garantirebbe ai con­sumatori, dunque, non solo un risparmio economico ma anche una maggiore autode­terminazione. Bisogna però farlo sul serio, senza passare dai monopoli pubblici a quel­li privati. Nella telecomunica­zioni, ad esempio, una reale apertura alla concorrenza ha ridotto i prezzi, migliorato la qualità del servizio e sviluppa­to tecnologia. Tanto che oggi sono il settore dove meglio di altri sperimentare le teorie dei commons di Lawrence Lessig, lasciando una parte delle frequenze libere sia dalla proprietà pubblica che da quella privata.
 
     Che le principali imprese ita­liane siano tutt'oggi di pro­prietà o sotto controllo statale non è stata una garanzia per il cittadino, bensì uno strumen­to del e per il potere. Basta pensare all'affaire Milanese, dove la vendita simoniaca delle cariche societarie è diretta conseguenza del pote­re di controllo del Ministero dell'economia sulle nostre industrie a maggiore capitalizzazione.
 
     A livello locale, intanto, le municipalizzate hanno sosti­tuito in termini di rapporto clientelare quello che in pas­sato garantivano gli enti pub­blici nazionali, attraverso i quali la partitocrazia usava la spesa pubblica per comprarsi il consenso.
 
     Così reinquadrato il processo di liberalizzazioni e persino di privatizzazioni -in quei setto­ri, eccetto la sanità, la scuola e la difesa, dove è dimostrato che un'impresa di proprietà pubblica non possa fare meglio di una privata - come può una forza che si ritenga ancora di "sinistra" giocare un ruolo politico oltre che culturale?
 
     Può farlo, anziché opporsi per garantire lo status quo, lottando per una conversione in senso ecologico e finanche redistributivo del patrimonio pubblico. Significa abbando­nare velleità dirigiste evitan­do però che la cessione delle quote azionarie delle società nazionali e soprattutto di quelle comunali serva solo a fare cassa in favore di un nuovo affarismo partitocrati­co.
 
     Come? Prevedendo che il ricavato delle dismissioni sia obbligatoriamente vincolato, in parte alla riduzione del debito pubblico (statale o comunale) ed eventualmente della pressione fiscale sui lavoratori, in parte destinato agli investimenti necessari per ridurre il debito ecologi­co accumulato, attraverso una conversione sostenibile del sistema produttivo ed in particolare del trasporto e della produzione di energia.
 
*segretario dei Radicali italiani

 

Da La Stampa di Venerdì 12 Gennaio 2012
 
Portaborse, addio forfait di 4 mila euro
Dal 2013 saranno assunti dalle Camere
 
Di Carlo Bertini
 
     Chi si attendeva un taglio dra­coniano degli stipendi dei no­stri politici forse rimarrà delu­so, ma la richiesta del governo Monti - che scatenò in dicem­bre furiose polemiche - di adeguare il trattamento economi­co dei parlamentari al resto d'Europa, in parte verrà soddi­sfatta. Dopo le conclusioni della Commissione Giovannini a ini­zio anno, da cui emerge che gli stipendi d'oro degli italiani so­no dovuti non tanto alle inden­nità - che sono nella media euro­pea - ma ai vari rimborsi che gon­fiano il «montepremi», Fini e Schifani si sono dati un mese di tempo per assumere le decisio­ni conseguenti. E da un vertice convocato ieri da Fini con que­stori, capigruppo e vicepresi­denti della Camera, è maturata una linea che verrà ratificata il 30 gennaio insieme ai vertici del Senato. E che, come prima con­seguenza, farà tremare i polsi a quegli onorevoli che oggi si inta­scano i 3.690 euro (4.180 al Se­nato) destinati a pagare i porta­borse, senza assumere nessuno a Roma o nel proprio collegio: pratica diffusa, semplicemente perché dà quando è in vigore il Porcellum, cioè dal 2005, i colle­gi non esistono più e i parlamen­tari vengono nominati dalle se­greterie dei partiti.
 
      Ad esser sintetici, dei 14 mila euro netti che ogni mese si porta a casa un deputato, quasi 4 mila da febbraio non verranno più ero­gati ai gruppi, che poi li girano ai deputati a forfait, ma andranno giustificati: con delle «pezze d'ap­poggio» sui contratti fatti ai colla­boratori, contributi pagati, affit­to di un ufficio sul territorio e re­lative bollette. Una parte dei 3.690 euro potrebbe però esser lo stesso concessa a forfait per evitare di vedersi recapitare rice­vute di benzina o alberghi: e già qui si potrebbe annidare il «dia­volo», visto che tale quota non è stata ancora definita. E a voler azzardare una malevola previsio­ne, scatterà anche la corsa a pro­curarsi il giustificativo necessa­rio a non perdersi per strada una parte dei soldi destinati al «rap­porto eletto-elettore», che sulla carta non obbliga ad avvalersi di forza lavoro.
 
    Questa voce ora ci differenzia dal resto d'Europa, dove la spesa per uffici e collabo­ratori è spesso più alta, ma l'as­sunzione dei portaborse è gestita dalle Camere. In Germania, l'am­ministrazione arriva a spendere 14.700 euro al mese per i porta­borse degli eletti, in Francia 9.100, in Gran Bretagna 10 mila e nel Parlamento europeo fino a 20 mila euro. Evitando così pratiche sommerse di laureati sottopagati e senza contratto. Ad esempio, a Montecitorio sono accreditati so­lo 236 collaboratori parlamentari regolarmente assunti: il resto dei 630 deputati o non si avvale di al­cun aiuto, o utilizza personale ge­stito dai gruppi parlamentari «in condominio» con altri colleghi. Entro la prossima legislatura, si varerà una norma ad hoc per de­finire una fattispecie di contratto del collaboratore parlamentare, legato ad un rapporto fiduciario con il deputato; e mettere al ripa­ro la Camera dal rischio di dover assorbire ad ogni cambio di legi­slatura 630 persone che potran­no essere sostituite dai nuovi elet­ti. Fino al 2013, quando finalmen­te spetterà alle Camere assume­re i portaborse, ci sarà un regime transitorio con la pratica dei giu­stificativi. E le tasche degli onore­voli meno previdenti potrebbero cominciare già a «impoverirsi»...

 

Da La Stampa di Venerdì 20Gennaio 2012
 
 
De Benedetti e Mani Pulite
“Sì, il Pci fu protetto”
 
Nell’anniversario del ’92 un libro racconta la storia e interroga i protagonisti. E l’Ingegnere svela il ruolo di Bisignani come co-salvatore di “Repubblica”
 
Di Fabio Martini
 
     Venti anni or sono - era il febbraio del 1992 - nello sciacquone della Baggina di Milano, assieme alle mazzette di Mario Chiesa, sembrò che potessero diluirsi anche i vizi più macroscopici della prima sta­gione della Repubblica. Di lì a due anni, effettivamente, lasciarono la scena lea­der e partiti che sembravano eterni, ma col passare del tempo sono poi riemerse quasi tutte le tare politiche, eco­nomiche e sociali che avevano portato a Tangentopoli e alla quasi bancarotta dello Stato. Al punto che Francesco Sa­verio Borrelli, qualche mese fa, è arri­vato a dire: «Chiedo scusa per il disa­stro seguito a Mani pulite: non valeva la pena buttare all'aria il mondo prece­dente per cascare in quello attuale». Nei venti anni successivi perché la ri­voluzione di Tangentopoli è rimasta confinata alla sfera giudiziaria? Per comprenderlo, biso­gna tornare al crepu­scolo della Prima Re­pubblica, studiare meglio le viscere di quegli anni così inten­si: è questo l'assunto attorno al quale ruo­ta il libro «Eutanasia di un potere», scritto per Laterza dal gior­nalista dell'«Espres­so» Marco Damilano e da oggi in libreria.
 
Assieme ad una ri­lettura storico-politi­ca del biennio 1992-93 e al racconto di una stagione anche attra­verso la cultura popo­lare (tv, canzoni, film, satira), la novità è rap­presentata dalle testi­monianze di alcuni dei protagonisti. Tra tut­te, la più spiazzante e anticonformista è quella proposta dall'ingegner Carlo De Benedetti. Considera­to dai leader del Psi e della De come uno de­gli affossatori della Prima Repubblica («Un unico mascalzo­ne grandissimo», scrisse di lui Bettino Craxi); nemico nume­ro uno di Silvio Berlu­sconi nella guerra di Segrate ma anche nei venti anni successivi, l'Ingegnere rivela epi­sodi e giudizi che de­stabilizzano tanti luo­ghi comuni, compresi alcuni che lo riguardano. A cominciare dalla guerra per il controllo della Mondadori. Racconta De Benedetti: «A Ber­lusconi della Mondadori non interessa­va niente», il compito che gli aveva affi­dato Craxi «era conquistare Repubbli­ca», la quale - fa sapere l'Ingegnere - quando era stata sul punto di «fallire», era stata da lui «salvata». E ancora: «An­dreotti, che non aveva mai potuto vedere Craxi mi chiamò a palazzo Chigi e mi dis­se: a lei la Mondadori non la daremo mai, ma non permetterò che Berlusconi si im­possessi di "Repubblica"», «e quando lei uscirà, troverà nell'anticamera chi le può dare una mano». Con gusto letterario, "l' Ing" tira la tenda del sipario: «Uscii. Nell'anticamera ad aspettarmi c'era Luigi Bisignani», sbalorditivo personaggio per tutte le stagioni, così svelato nel suo ruolo di co-salvatore della "corazzata antiberlu­sconiana". E Craxi, l'uomo nero? «Io lo consideravo un bandito, con atteggia­menti fascistoidi», «era uno che ti diceva, guardi lei di politica non capisce un caz­zo», «ma era difficile dargli torto nell'esi­genza di modernizzare il Paese», blocca­to da quella «tenaglia di arretratezza eco­nomica e culturale» che il segretario so­cialista vedeva incarnato nelle «due forze conservatrici», Dc e Pci.
 
      Tanto più De Benedetti rivela di non aver mai condiviso «l'infatuazione» di Eugenio Scalfari, carismatico direttore­fondatore della "Repubblica", per Ciria­co De Mita: nel 1982, in una riunione di imprenditori «ci fu un ululato di scon­tento» quando Giovanni Marcora chie­se un appoggio, ma invece Scalfari «pensò di poter gestire De Mita», visto che «fino a quel momento era riuscito a gestire il Pci». E Mani pulite? «Nessun capo di azienda si comportò come me», perché racconta De Benedetti di se stesso, «accettai di presentarmi spontaneamente in tribunale», raccontando le operazioni con le quali la Olivetti aveva elargi­to soldi ai partiti, an­che se «la mia esperien­za a Regina Coeli fu tut­ta un'altra storia», nel senso che «c'erano tre mandati di cattura, per me, Galliani e Gian­ni Letta, ma il gip Au­gusta Iannini disse di avere ottimi rapporti di famiglia con Letta e Galliani per via del ma­rito Bruno Vespa e che non poteva essere obiettiva». Il pool di Mani pulite? Anche in questo caso De Bene­detti corregge la vulga­ta sinistrorsa: «In quel­la operazione certa­mente il Pci è stato protetto, perché sia Bor­relli che D'Ambrosio volevano distruggere un sistema di potere, non tutti i partiti». Ber­lusconi in politica? Nel giugno 1993 Gianni Agnelli si sente propor­re da Giuliano Urbani di entrare in campo, ma come racconterà a De Benedetti, l'Avvoca­to gli rispose di rivol­gersi a Berlusconi. Pas­sato alla storia come l'affossatore del Caf, l'Ingegnere rivela, col gusto del dettaglio, di essere stato ospitato da Andreotti: «Quan­do entri nella casa di un politico, ti fai imme­diatamente un'idea se ha rubato o no: da Andreotti c'era un salotto mesto, con le foderine bianche ap­poggiate al divano per non sporcare il tessuto con la brillantina dei capelli. Co­se da Ottocento...».
 

 

Da La Stampa di Venerdì 20 Gennaio 2012 
 
Riecco il compagno G: noi tutelati? Io dissi tutto …
 
Di Jacopo Iacoboni
 
     Altro che Pci tutelato, altro che compagno G. zitto come una tom­ba: Primo Greganti rivela che par­lò e parlò, e di tutto, con Di Pietro; al contrario della vulgata, «era dif­ficile farmi stare zitto».
 
     In un libro gustoso scritto da Fe­derico Ferrero, un giornalista che si occupa di tennis per Eurosport (fa le telecronache) ma è appassio­nato di politica (Alla fine della Fiera, Add editore), compare una smilza galleria di interviste-ritratto che ogni cultore del genere dovrebbe praticare, perché rivelano utili spi­golature del nostro passato recen­tissimo, dunque del presente. Chi di voi ricorda, per esempio Luca Leoni Orsenigo? E' il leghista che all'ora di pranzo del 16 marzo del `93, mentre il premier Giuliano Amato tentava di salvare il salvabile, e mentre mezzo Psi finiva al gabbio, si alzò in aula sventolando un cappio. Divenne il simbolo atroce di quella stagione, che pure meriterebbe dopotutto rispetto. Se non fosse che poi oggi, uno come Leoni Orsenigo - un ragioniere di Cantù che era proprietario di un ne­gozio di apparecchiature tecniche a Como - racconta come Bossi lo sele­zionò. Lo incontrò per caso, «mi chie­se cosa sapevo fare: maneggiare le antenne. Detto fatto: mi mandò alla vigilanza Rai. sempre antenne erano, no?». Il quale Bossi, racconta Leoni Orsenigo, «tra l'altro neanche sapeva di quello che mi ero inventato col cap­pio. Formentini lo informò e lui si fe­ce una risata: d'accordo il gesto plate­ale, mi disse - però ero andato un po' oltre». Un po', testuale, che meravi­glia. E fece anche il bel gesto di so­spenderlo per quindici giorni. Se ne andò presto, Leoni, dalla politica, do­po due legislature pure brevi. Stanco, logorato, anche sfiduciato dopo la sto­ria della mazzetta alla Lega incassata dal «pirla» (parole del Senatùr), il te­soriere Patelli. Ferrero gli chiede: se­condo lei Bossi sapeva della tangen­te? E Leoni, notevole: «Mi faccia una domanda di riserva, per favore»...
 
      Ci sono diverse altre cose interes­santi, nel libro, per esempio le parole di Luca Magni, l'uomo che denunciando Mario Chiesa, amministratore di una casa di riposo, il 14 febbraio del `92 fece partire l'ondata di Mani Pulite; e parla appunto Alessandro Patelli, che sulla tangente Lega è sibillino, «non voglio dire né che Bossi sapesse né che non sapesse». Racconta che per fare certe rivelazioni sul capo della Lega ci vor­rebbero prove scritte, e lui non ne ha; ha narrato tutta la storia a una giorna­lista, voleva farne un libro, poi la tipa tre mesi dopo lo chiamò informandolo che sarebbero piovute cause pesantis­sime se non ci fossero stati riscontri. E non se ne fece più nulla.
 
     Il boccone più singolare è l'intervi­sta a Primo Greganti, il leggendario compagno G., tesoriere del Pci-Pds; che nega («una bufala») l'esistenza di finan­ziamenti da Mosca, e informa che i fun­zionari sovietici che venivano in Italia erano talmente con le pezze sdrucite che «dovevamo comprargli noi abiti e scarpe, come facemmo a Zagladin, in­viato da Gorbaciov». Poi, sorpresa, si confida come gran ciarliero, proprio lui: È passata la storia che io sarei stato zitto per proteggere il Pci. Ma non è ve­ro: anzi, solitamente si fa fatica a farmi star zitto. Non mi sono mai rifiutato di rispondere ad alcun interrogatorio». In­somma, il Pci non fu protetto affatto, co­me rivela De Benedetti. Piccola postilla, il compagno G. rivela che anche fu as­sunto in fabbrica perché il papà l'aveva fatto raccomandare... da un prete.

 

Da Il Fatto Quotidiano di Venerdì 20 Gennaio 2012
 
“QUANDO SCALFARI SI INFATUO’ DI DE MITA”
 
Da Tangentopoli a B.
Il racconto di Carlo De Benedetti
 
Di Marco Damilano
 
     Nel 1976 - ricorda De Bene­detti - arriva Bettino Craxi. Di lui si può dire quello che si vuole, io sono sempre sta­to un suo avversario, lo conside­ravo un bandito con atteggiamen­ti fascistoidi, di quelli sei con me o contro di me, un atteggiamento che i democristiani non avevano. Ma è stato un personaggio politi­co che ha marcato la storia italia­na. Il suo primo obiettivo è stato distruggere l'asse Dc-Pci (...).
 
     Craxi si rese conto che doveva fa­re un salto di qualità: capì che sen­za i soldi non si fa politica. E dun­que cominciò a reclamare risorse in modo palese, spiegando che gli industriali per evitare il ricon­giungimento cattocomunista avevano l'obbligo di finanziare l'unico politico che lo poteva im­pedire. `Guardi', ti diceva con il suo modo spiccio di fare, 'lei di politica non capisce un cazzo. Questo Paese ha bisogno di supe­rare la vera tenaglia di arretratez­za economica, culturale che è rappresentava dal ricongiungi­mento di due forze che sono en­trambe conservatrici'. Ti poteva infastidire per il modo con cui ti porgeva le sue argomentazioni, l'arroganza, il sudore, le amicizie di cui si circondava, la volgarità della persona. Ma in quei primi anni 80 era difficile dargli torto nell'esigenza di modernizzazione (...). Penso che all'inizio i soldi li chiedesse per finanziare il suo partito e la sua politica. Balzamo aveva l'incarico di passare a incas­sare: tu prendevi un ordine, per dire, alle Poste e arrivava Balzamo e ti chiedeva il 5 per cento. Tutti pagavano, tutti. Anche perché la virulenza di Craxi era temibile, si capiva che in caso contrario si sa­rebbe vendicato. Lo provai sulla mia pelle: per averlo contrastato anche su questi argomenti mi ostacolò sulla Sme. Per lui signi­ficava mandare un messaggio chiaro a tutti gli altri, per esempio a Romiti sull'Alfa Romeo. Colpir­ne uno per educarne cento (...). Negli anni 80 Craxi cercò in tutti i modi di allontanare il Pci dalla Dc, e riuscì nell'obiettivo. E poi ci fu la sua seconda evoluzione, quan­do si rese conto che (...) per co­ronare il suo sogno di diventare premier doveva fare un patto con Forlani, che rappresentava le cor­renti più moderate della Dc, e con Andreotti, che era una potenza politica vera, con gli americani, con il Vaticano, aveva agganci con la massoneria e con la P2.     Cra­xi, che per anni lo aveva insultato, la volpe che finisce in pellicceria, Belfagor e Belzebù, per andare a Palazzo Chigi scese a patti col suo peggior nemico (...).
 
     Sulla guerra di Segrate Craxi fu il motore di Berlusconi, non c'è dubbio. A Berlusconi della Mon­dadori non interessava niente, il suo compito era conquistare Re­pubblica, era lo scalpo da portare a Craxi, perché la fissa di Craxi era­no Scalfari e De Benedetti. Biso­gna tenere presente che a un cer­to punto Repubblica stava per fal­lire e io l'avevo salvata, per Craxi rappresentavo dal punto di vista finanziario la garanzia di solidità economica del quotidiano, al di là della mia condivisione delle idee e della mia amicizia con Scalfari. Allora ha tentato il colpo tramite Leonardo Mondadori e Berlusco­ni per arrivare a Repubblica. Però Berlusconi aveva già cominciato a maturare l'idea che il sistema fosse alla fine. Ricordo una cola­zione con lui a casa mia. `Sai', mi disse, `se volessi farei il culo a Cra­xi domani mattina, perché io ho molto più potere di lui, con il Mi­lan, le mie televisioni, lo faccio fuori in cinque minuti'. Ma aveva bisogno della legge Mammì, per ottenerla era disposto a fare qual­siasi cosa, era il suo business.
 
     ANDREOTTI, che non ha mai potuto vedere Craxi, mi chiamò a Palazzo Chigi, nella sua stanza, e mi disse: `A lei la Mondadori non la daremo mai, è già abbastanza quel­lo che ha con Repubblica. Ma ancor di più io non permetterò mai che Berlusconi si impossessi di Repub­blica, è troppo potente già oggi. Dunque dovete trovare una solu­zione'. Aggiunse: `E noi la aiutere­mo a trovarla: quando lei uscirà da questa stanza troverà nell'antica­mera chi le può dare una mano'. Uscii, nell'anticamera ad aspettar­mi c'era Luigi Bisignani... Dopo ar­rivò la mediazione di Ciarrapico (...). La leggenda del partito tra­sversale di Repubblica-Espresso nac­que con l'infatuazione di Scalfari per De Mita. Nell'82, in vista dell'elezione del nuovo segretario della Dc, Marcora organizzò una cena a casa di Mario Formenton con una decina di persone, c'era­no Pirelli, Lucchini, Romiti e l'e­stablishment milanese, alla fine ci disse che avevano deciso di puntare su De Mita. Ci fu un ululato di scontento: ai nostri occhi De Mita era quello che da ministro aveva bloccato il prezzo della pasta, era visto come un dirigista, un politi­co meridionale vecchio stile, il peggio che si potesse avere (...). Scalfari invece pensò di poter ge­stire De Mira e attraverso di lui la Dc. Fino a quel momento aveva provato a gestire il Pci, e c'era riu­scito. Quando De Mita andò a Pa­lazzo Chigi, Scalfari gli consigliò la nomina di Andrea Manzella a se­gretario generale della presidenza del Consiglio, che era vicino a Spa­dolini e con la Dc non c'entrava nulla. De Mita chiamava Scalfari tutte le mattine, c'era una suddi­tanza impressionante (...). Se mi si chiede con quale ipotesi politica l'establishment imprenditoriale italiano arriva al 1992 rispondo: nessuna (...). All'improvviso è crollato tutto il sistema delle al­leanze. È stato come trovarsi di fronte a un deserto e ognuno ha cominciato a giocare per sé perché ognuno aveva la coscienza sporca. Ci siamo trovati di fronte a Di Pietro che faceva paura.
 
     Nel maggio 1993 concordai con il pool tramite l'avvocato De Luca che mi sarei presentato sponta­neamente e che mi sarei assunto tutte le responsabilità, indicando un elenco di 4-5 operazioni in cui la Olivetti aveva elargito soldi e a chi. Nessun capo di azienda si comportò come me. La mia espe­rienza a Regina Coeli fu tutta un'al­tra storia. C'erano tre mandati di cattura, per me, per Gianni Letta e per Adriano Galliani. Il gip Augu­sta Iannini disse di avere ottimi rapporti di famiglia con Letta e con Galliani, per via del marito Bruno Vespa, e che non poteva es­sere obiettiva. lo obiettai che que­sto valeva anche per me, al contra­rio, peri miei pessimi rapporti con Berlusconi. Comunque ci fu un in­terrogatorio, chiarii la mia posizione, uscii di prigione e nel processo venni assolto (in parte per prescri­zione, ndr). L’Avvocato mi chiese se si sarebbero fermati, io gli rispo­si: `Guardi, non c'è niente da fare, questi sono portati dal vento'. La condizione di Agnelli era di ango­scia. Il solo pensiero non dico di un arresto ma di finire in un inter­rogatorio non lo faceva dormire la notte. La paura individuale era il sentimento prevalente. E ognuno andò per conto suo: non ci fu nep­pure il tentativo di organizzare, non so se la parola sia esatta, una forma di difesa. Di Pietro aveva un'incredibile forza organizzati­va, fisica, psicologica, me ne resi conto da come faceva le fotocopie o telefonava. Era un fulmine, una valanga (...).
 
      NELL'ESTATE del 1993 Clau­dio Rinaldi, il direttore dell'Espres­so, mio carissimo amico, mi ripe­teva: `Guarda, Berlusconi vuole fa­re un partito'. Andai da Agnelli a chiedere se ne sapesse qualcosa, era il mese di giugno. `È vero che Berlusconi entra in politica?', gli domandai. `Qualche giorno fa è venuto a trovarmi il professor Giu­liano Urbani, il capo del centro Ei­naudi a Torino, e mi ha proposto di scendere in campo per prendere il controllo del Paese. Io non sapevo come sbarazzarmene, l'ho spedi­to da quel matto di Berlusconi'. Pa­rola di Agnelli del giugno 1993. (...) Gennaio 1994, colazione nella sua casa di St. Moritz, lui e io. Par­liamo di Berlusconi e del suo par­tito. E l'Avvocato fa una previsio­ne: 'Farà un buco nell'acqua. Pren­derà al massimo il 3 per cento, co­me i repubblicani'. Io ero meno convinto di lui, pensavo che al 10 per cento sarebbe arrivato. Nessu­no di noi pensava che sarebbe sta­to votato da un terzo degli italiani e avrebbe vinto (...). Subito dopo la sua nomina a premier nel 1994 ci fu una cena organizzata da Agnelli in casa sua, c'eravamo io, Marzot­to, Romiti, Lucchini. Era una sorta di introduzione del Berlusconi premier di fronte all'establi­shment confindustriale. Agnelli gli dava del lei: `Adesso che è ar­rivato a Palazzo Chigi la prima cosa che lei deve fare è la privatizzazio­ne della Stet'. Berlusconi lo bloccò subito: `Quella azienda ora è mia, va bene, perché dovrei venderla?' (...). Cos'è rimasto di Tangentopo­li? Niente. Mani Pulite non ha cam­biato il Paese. La bufera è passata, l'Italia è rimasta la stessa. E in que­sta Italia immutabile a lungo ha vinto Berlusconi".
 

 

Da Panorama di Venerdì 20 Gennaio 2012
 
«L’Italia ha fatto tutto il necessario» ha detto Monti. Non è così: sarà vero quando avrà abbattuto il debito pubblico
 
Di Oscar Giannino
 
    Abbiamo fatto tutto il necessario, ora è l'Europa che deve muoversi». Queste le reazioni del governo dei tecnici all'indomani del downgrading di S&P a mezza Europa, che a noi ha riservato un BBB+. «O c'è un visibile miglioramento in cambio del nostro maggior rigore, oppure ci saranno reazioni negative in chi si sottopone a enorme disciplina», ha aggiunto Mario Monti al Financial Times, rivolgendosi ai tedeschi. È giusto? Un problema europeo c'è, eccome. Ma dire «l'Italia ha fatto tutto il necessario» non è accettabile oggi più di quanto lo fosse con il governo precedente. A pensarla così non sono io solo, povero fesso: anche economisti come Paolo Savona (leggete il suo Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi), Nicola Rossi, Alberto Bisin, Giulio Zanella, Eugenio Somaini. Pensiamo che la linea del decreto «salva Italia» sia di totale continuità, con l'ec­cezione dell'energica riforma delle pensioni, rispetto a quella della destra, e della sinistra prima. Dei 48, dei 71 e degli 81 miliardi di miglioramento complessivo dei saldi pubblici nel triennio 2012-13-14, i tre quarti si devono a Giulio Tre­monti, poco più di un quarto a Monti. Ma l'81 per cento del saldo migliorato nel 2012, il 72 e il 76 nel biennio poi si devono solo a più tasse.
 
      Da Giuliano Amato a oggi, quando sfioriamo il burrone, a comandare davvero è la medesima linea. L’idea continuista è che il rientro del debito pubblico italiano si persegue operando sui flussi, cioè con sanguinosi avanzi primari di almeno 5 punti di pil l'anno, soprattutto tramite più tasse, visto che la spesa sarebbe comprimibile solo per pochi sprechi, essendo «socia­le». Martedì Vittorio Grilli lo ha confermato alla Frankfurter Allgenwine Zeitung: 10 anni di tasse a questi ritmi per ritrovarci con un debito al 100 per cento del pil nel 2020. Scherziamo? Bassa crescita da 15 anni e pressione fiscale da record mondiale ci stroncano. Il 46 per cento di pressione fiscale «ufficiale» nel 2013 e 2014 significherà il 54 per cento e rotti sul prodotto di chi le tasse le paga.
 
     L’alternativa c'è. Loro affrontano deficit e debito pubblico con la pompa incre­mentale sui flussi fiscali. Noi vorremmo l'ascia dei tagli. Ergo, bisogna lavorare sugli stock, non sui flussi. L'Italia potrà dire di aver fatto il necessario quando il debito pubblico sarà abbattuto con dismissione subito per 30 punti di pil di attivo pubblico, a partire dal mattone di Stato ma non solo. E quando la spesa pubblica sarà abbassata in qualche anno di almeno 10 punti di pil, dagli attuali 840 miliardi tendenziali. Non dei 10 miliardi in tutto di cui si parla per la spending review di Piero Giarda.
 
     L'alternativa c'è, alla linea macrokeynesista, statalista e fiscalista. È una linea microoffertista, sussidiaria e personalista. Che abbassa spesa ed entrate avvi­cinandole a chi paga, che libera energie per la crescita invece di drenarle, che smonta dalle fondamenta l'opaco consenso fra nicchie protette d'impresa e 250 mila italiani che campano di politica e amministrazione apicale pubblica.
 

Da Italia Oggi di Venerdì 20 Gennaio 2012

 

 


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