25-01-2012

Servizio segnalazione articoli e commenti di Mercoledì 25 Gennaio 2012

 

 

 

 

 

 

Dal Corriere della Sera di Mercoledì 25 Gennaio 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da La Stampa di Mercoledì 25 Gennaio 2012
 
 
UNA NAVE E UN PAESE INCLINATI
 
Di Mario Deaglio
 
«Nave senza nocchiero in gran tempe­sta»: già settecento anni fa Dante si servì di una metafora marittima per parlare dell'Italia. Anche oggi una nave che può servire da metafo­ra del Paese e delle sue difficoltà. Si tratta natu­ralmente della «Concordia», abbandonata dal suo capitano, ossia «nocchiero», incagliata, con il pericolo di affondare, in prossimità di un bellissi­mo tratto di costa italiana. Non si tratta solo di accostamenti superficiali, occorre invece riflette­re sulla «Concordia» quale concentrato delle de­bolezze italiane.
 
     Questa riflessione deve partire dalla società proprietaria, la Costa Crociere, quasi una sintesi dei successi e delle debolezze del capitalismo ita­liano. La Costa Crociere (allora Giacomo Costa fu Andrea) venne fondata sette anni prima dell'uni­tà d'Italia e la famiglia Costa ha spesso giocato ruoli di primo piano nella storia imprenditoriale italiana. Angelo Costa, fu un leader storico degli industriali italiani e presiedette la Confindustria per ben 14 anni in due periodi distinti, ai tempi del miracolo economico.
 
     La Costa Crociere è tra le prime società italia­ne a sperimentare le opportunità e le durezze del capitalismo globale e le difficoltà italiane ad ade­guarsi. Lancia le crociere come nuovo prodotto, si dota di navi modernissime nelle quali si fondo­no la tecnologia avanzata e la raffinatezza del made in Italy. Diventa così la prima impresa cro­ceristica del mercato europeo, forse l'unica so­cietà italiana di servizi turistici che si rivolge dav­vero al mercato mondiale. Allarga l'azionariato, diversifica, entra in Borsa ma non basta: l'Italia non crede nelle sue imprese e non riesce a far af­fluire il risparmio - tra i maggiori del mondo - verso le imprese e i loro progetti di espansione. A credere nella Costa Crociere è invece la multina­zionale americana Carnival che nel 1997 ne ac­quista la maggioranza: la Carnival investe forte­mente e, oltre alla Concordia, fa costruire per la Costa Crociere ben 10 grandi navi da crociera, sulle quali lavorano complessivamente oltre die­cimila persone, capaci di trasportare 3-5 mila passeggeri l'una. La Costa Crociere contribuisce nei circa il 25 percento al fatturato e ai profitti della sua capogruppo.
 
      In queste condizioni, l'episodio del Giglio si configura come molto di più di un incidente, di­venta il sintomo sia di un male oscuro del capitali­smo italiano che, oltre certe dimensioni, non rie­sce a mettere assieme idee, strategie e capitali sia di un più vasto male oscuro: il caso della Concor­dia e le difficoltà italiane possono infatti essere en­trambe ricondotte a una crisi di «governance», os­sia del modo di funzionare della nave e, più in ge­nerale, del Paese. L'inchiesta scopre scatole nere non funzionanti, radar fuori uso, forse clandestini a bordo, manovre irregolari su una nave che anda­va troppo veloce in acque nelle quali non avrebbe dovuto trovarsi, con un ponte di comando pieno di gente che non avrebbe dovuto essere lì. Più in ge­nerale mette a nudo una diffusa atmosfera di faci­loneria, un costante stiracchiamento delle regole.
 
      L'analogia può anche andare oltre. La Con­cordia ha «in pancia» diverse migliaia di tonnella­te di carburante e di altri prodotti tossici che, se si squarciassero i serbatoi o la nave affondasse, procurerebbero un danno gravissimo a fondali e zone costiere che sono tra le più belle del Medi­terraneo; la nave Italia ha «in pancia» circa mille­novecento miliardi di debiti. In situazioni di gra­ve turbolenza finanziaria potrebbero «inquina­re» la finanza europea e globale qualora l'Italia non riuscisse a onorare il suo vasto debito pubbli­co, oggi rifinanziabile a tassi di interesse troppo elevati. Ecco allora il momento dei tecnici. I som­mozzatori, i palombari, gli incursori della Mari­na impegnati ad aprire dei varchi nello scafo, gli specialisti olandesi dello svuotamento di serba­toi; e forse, in futuro, grandi rimorchiatori che cercheranno di raddrizzare la nave. A livello na­zionale, ecco gli esperti chiamati al governo, con vari ruoli, non solo a Roma ma anche ad Atene e in molti paesi europei.
 
      Il risultato è una nave inclinata, in un Paese in­clinato, in un'Europa inclinata. Per un'ironia del­la sorte, il nome «Concordia» era stato inteso, al momento del varo, appena cinque anni e mezzo fa, come un omaggio alla nuova Europa in cui Sta­ti molto litigiosi cercavano di andare d'accordo. Tanto che a ciascuno dei suoi tredici ponti era stato dato il nome di uno Stato europeo. Sarebbe un incoraggiamento per l'Italia e per l'Unione Eu­ropea, entrambe chiamate in questi giorni a deci­sioni difficili, se la metafora volgesse in positivo. Evitare il disastro ecologico e raddrizzare la na­ve sarebbero di auspicio ad altri, ben più ampi, raddrizzamenti.

 

 

Da Il fatto Quotidiano di Mercoledì 25 Gennaio 2012
 
 
Diritto comperato
 
Di Marco Travaglio
    C’era un tempo, lontano lontano, in cui le leggi erano "provvedimenti generali e astratti". Cioè valevano per tutti. Un giorno, negli anni 80, il ministro dell'Interno Scalfaro che rappresentava il governo alla Camera dovette sciropparsi (interminabile catilinaria di un avvocato-deputato meridionale che argomentava dottamente come e qualmente si dovesse riformare un articolo del Codice di procedura penale. Esausto, Scalfaro lo interruppe: "Avvocato, abbia pazienza, se mi dice quale processo vuole sistemare, facciamo prima". Non si usava, allora, approvare leggi su misura. Almeno per una sola persona. Poi arrivò B. e le leggi ad personam divennero la regola: ne furono approvate 42 per la sua personam, più 70 per altre personas, aziendas, maflas, castas. Il conflitto d'interessi diventò Costituzione materiale, tant'è che oggi ciascuno ha il suo e non ne parla più nessuno. Per dire, il viceprefetto di Torino, Roberto Dosio, è sott'inchiesta per essersi cancellato una multa da solo: i vigili l'avevano beccato in auto senza libretto né assicurazione, ma lui aveva fatto ricorso contro la doppia contravvenzione, poi aveva attentamente esaminato il suo ricorso e alla fine aveva deciso a malincuore di accoglierlo. Ma - precisa ora - "la mia è stata una scelta di trasparenza, coerenza e responsabilità che manca sempre più spesso nella Pubblica amministrazione". Averne, di viceprefetti così trasparenti, coerenti e responsabili. Ora però al governo ci sono i tecnici, notoriamente buoni, sobri e sempre tesi al bene comune, tra un Salva-Italia e un Cresci-Italia. Anche quando la fanno fuori dal vaso, come lo spensierato ministro Michel Martone che dà degli "sfigati" agli studenti fuori corso (mica tutti possono permettersi un padre amico di Previti e della P3), si scusano "perché non sono stato sobrio". Mai presenterebbero una legge che favorisca qualcuno. È dunque con somma incredulità che ieri abbiamo pubblicato l'articolo di Vittorio Malagutti su un emendamento sobriamente presentato dal sottosegretario alla Giustizia, il prof. avv. Andrea Zoppini, 46 anni, ordinario di Diritto comparato a Roma Tre, già consigliere giuridico di Palazzo Chigi con Prodi e poi con B., amico e coautore del figlio di Napolitano, così giovane e già così consulente un po' di tutti, approdato alla corte della ministra Severino grazie alla doppia vicinanza a Gianni e a Enrico Letta (più che un sottosegretario, un ricongiungimento familiare). Si, eravamo increduli anche noi nel raccontare che l'emendamento Zoppini modificava le regole sulle azioni proprie, ma solo per le società non quotate e solo per le assemblee tenute entro il 30 giugno 2012. Al posto di Monti, uno Scalfaro avrebbe detto al giovine prof avv. sottosegr. che cesellava fischiettando il suo codicillo: "Scusa, caro, se mi dici quale assemblea vuoi sistemare, facciamo prima". Invece nessuno gli ha detto nulla. Eppure sull'orbe terracqueo c'era una sola azienda interessata all'emendamento: la Salini Costruzioni. E neanche tutta: solo il ramo dell'amministratore delegato Pietro, che controlla il 47% di azioni, ma è in guerra con l'altro ramo (quello dei figli dello zio Franco, che detengono l'altro 43) e vuol mettere le mani sul 10% di azioni proprie dell'azienda familiare per conquistare la maggioranza assoluta e nominare amministratori di sua fiducia nella prossima assemblea, prevista naturalmente entro e non oltre il 30 giugno. Con le vecchie regole era un sogno proibito, ma col sobrio emendamento Zoppini (9 righe appena) diventava miracolosamente realtà. Più che un emendamento, una siringa monouso. Fortuna che ce ne siamo accorti noi, cosi ieri il governo dei buoni e dei sobri l'ha frettolosamente ritirato. Ora naturalmente Monti convocherà il giovine Zoppini, in arte Salini, colto col sorcio in bocca, e lo rispedirà da dove era venuto. Soltanto domenica, ospite di Lucia Annunziata, il premier aveva solennemente promesso: "Se qualcuno dei miei ministri porta un conflitto di interesse sarò io a chiedergli di dimettersi". Vale anche per i sottosegretari?

 

Da L'espresso di Mercoledì 25 Gennaio 2012 
 
TRAPPOLA all’evasore
 
Pronto il nuovo redditometro con 100 voci di spesa monitorate. E tre livelli di rischio per i controlli. Anche sui conti correnti. Ecco a chi darà la caccia il fisco: dai vip al piccolo artigiano
 
Di Tommaso Cerno e Paola Pilati
     Il governo Monti scommette che sarà la volta buona. E che l'Italia stavolta guarirà la secolare piaga dell'evasione fiscale. Altri ribatto­no che è il solito fisco spettacolo, soliti slogan, soliti annunci. Ma intanto la trappola per gli evasori 2012 è pronta a scattare. Da un lato corsie preferenziali per gli onesti, consulenze pre­ventive sui nodi fiscali, rimborsi più veloci a chi garantisce trasparenza sui conti. Dall'altra, un'arma fine-di-mondo contro i di­sonesti. Sta per partire, infatti, il nuovo red­ditometro. I commercialisti lo vedono co­me il fumo negli occhi: «E’ una macchina di distruzione fiscale di massa, distruggerà la pace sociale tra cittadini e Stato», si allar­ma Enrico Zanetti, vicepresidente dell'Unione dei giovani commercialisti. Annunciato fin dal 2010 ma rallentato sotto il governo Berlusconi, ora l'Agenzia delle Entrate l'ha messo a punto e lo appliche­rà dai redditi 2009. "L'Espresso" è in grado di spiegare come funzionerà. La parola d'ordine è spacca­re il fronte: ai 40 milioni di contribuenti, trattati fino a oggi tutti come potenziali evasori, viene offerta una scelta. Se siete onesti, avrete un trattamento di favore; al­trimenti, tremate. Anche perché l'Agenzia guidata da Attilio Befera sta comple­tando in questi giorni i conteggi 2011. Dal quartier generale di Roma trapelano le cifre: 11,5 miliardi di euro recuperati (contro i 10,5 del 2010), oltre 667 mila accertamenti fra ordinari (381.429) e parziali (285.866); 50 milla controlli sugli scontrini fiscali. E la scommessa di fare me­glio nel 2012. Eccco come.
IL NUOVO REDDITOMETRO
     All'Agenzia sono in corso i test di simu­lazione. Ma il nuovo redditometro è pron­to. Un "segugio" capace di stanare picco­le e grandi prede. Fino agli evasori seriali, che si rintanano dietro prestanome, conti esteri, false dichiarazioni, conti correnti fittizi. Crome funziona: Il fisco sarà in gra­do di monitorare sette categorie di beni sensibili e oltre 100 voci di spesa: dalle ca­se alle auto di lusso, alla scuola privata per i figli, bollette, assicurazioni, fino al con­to del parrucchiere per vip, al centro fit­ness esclusivo. La casa, poi, sarà scanda­gliata anche all'interno: mobili di pregio, elettrodomestici, ma anche bollette ano­male, abbonamenti alla pav-tv, play-sta­tion, colf e domestici.
     Dal 2012, inoltre, l'occhio del fisco ar­riverà fin dentro il camerino della bouti­que. Cori una stretta su orologi di lusso, borsette da migliaia di euro, grandi griffe. Si chiamerà "spesometro" e terrà sotto controllo lo shopping degli italiani. Grazie alla manovra Monti, infatti, ogni acquisto in contanti superiore ai mille euro sarà tra­smesso anche all'Agenzia, mentre per ogni spesa oltre 13.600 euro scatterà una segna­lazione ai fisco: «Abbiamo elaborato 55 profili di famiglia "normale" (come illu­stra il grafico a sinistra) e per ognuna stia­mo testando specifiche capacità di reddito legate al territorio di provenienza, all'età di genitori e figli», spiegano all'Agenzia. «Il software, in­crociando i dati raccolti da noi, dall'anagrafe tributaria, da Inps, Pra, Inail, Comuni e dalle banche, farà emergere un fattore di rischio evasione, in rapporto al reddito effetti­vamente dichiarato, che in­nescherà le verifiche».
     Con i nuovi strumenti, in­somma, sarà possibile pre­venire comportamenti ano­mali come quello individua­to a Parma lo scorso ottobre. Una famiglia di imprendito­ri che vendeva merce, prodotti in plastica, senza fattura. E occulta­va i guadagni illeciti sui conti di moglie e figli. Con questo giochetto sui depositi dei parenti erano finiti in due anni 350 mila euro di cash che finanziavano una vi­ta da nababbi. «Soldi che, da oggi, saran­no immediatamente bloccati», spiega l'Agenzia, grazie al monitoraggio su spe­se e acquisti di lusso.
ARRIVA IL SEMAFORO DEL FISCO
     C'è un'altra novità anti-evasore. E’ già stato ribattezzato il "semaforo del fisco" ed è il sistema di controllo dei conti corren­ti bancari che sta partendo in questi giorni. La manovra del governo mette a disposi­zione dell'Agenzia le movimentazioni ban­carie di 42 milioni di italiani, grazie a isti­tuti di credito e operatori finanziari. E per spulciare i dati utili in questo mare di infor­mazioni l'Agenzia ha appena predisposto un nuovo criterio. Funzionerà come un incrocio pericoloso: rosso, giallo e verde per decidere chi passa e chi invece si deve fermare ai controlli dell'Agenzia.
I TRE LIVELLI DI ALLARME
     Scatterà "luce rossa" (rischio alto per l'erario) quando il cervellone del fisco rive­lerà uno scostamento di almeno 100 mila euro fra le operazioni o gli acquisti reali e il tenore di vita misurato con il nuovo reddi­tometro. La segnalazione arriverà a Roma e l'Agenzia chiederà spegazioni al contri­buente. Se non le otterrà subito, attraverso documenti contabili, sarà avviato un accer­tamento immediato. La "luce gialla" (ri­schio medio) si accende, invece, quando lo scostamento rivelato dal redditometro sa­rà superiore al 20 per cento del reddito dichiarato ma inferiore ai 100 mila euro. Op­pure se, di fronte a movimenti più elevati, il contribuente fornirà pezze giustificative almeno parziali sulla provenienza dei sol­di. In questi casi il contribuente entrerà in una specie di lista d'attesa e riceverà un ac­certamento presuntivo. Luce verde, infine, per anomalie di bassa entità, minimi sco­stamenti dal reddito presunto, o quando al­la prima richiesta di spiegazioni il contri­buente sarà in grado di giustificare l'origi­ne delle somme e la natura dell'acquisto anomalo: «Il caso più frequente è l'acqui­sto di immobili con l'aiuto economico dei genitori e del compagno o compagna. Stes­sa cosa vale per il denaro in viaggio verso l'estero», anticipano all'Agenzia: «Nel pri­mo caso il controllo si sposterà sul donato­re e, solo se la somma versata risulterà com­patibile con il suo reddito, non ci sarà al­cun accertamento. Nel secondo caso, gra­zie al saldo anomalo, saremo in grado di ca­pire chi cerca di occultare capitali». Pro­prio come è capitato lo scorso aprile a Ve­nezia. Papà e figlia, vicentini, facevano la spola dall'aeroporto lagunare a New York svuotando i conti con la scusa di finanziare una società americana. I soldi poi rien­travano dalla finestra, come prestiti per una terza società veneta. Tutte operazioni che, grazie al "semaforo", il fisco conta di poter prevenire. «Le banche dati ci forni­ranno in tempo reale le movimentazioni considerate anomale e questo ci consentirà di chiedere spiegazioni al contribuente. E nel caso, intervenire subito », spiegano i tec­nici che stanno testando il sistema.
L'IDENTIKIT DEL RICERCATO
     L'evasore italiano ha molte facce. E di­versi metodi per fregare il fisco. Anche nel 2011, stando ai dati che l'Agenzia sta ela­borando in queste ore, ('identikit dell'eva­sione ha quattro profili diversi. C'è il gran­de evasore (circa 2.600) che va ricercato fra chi dichiara più di 100 milioni. C'è la me­dia impresa (circa 15 mila aziende che fat­turano più di 5 milioni l'anno, che nascon­de capitali spesso falsando i bilanci, dichia­rando perdite e passività ma, al tempo stes­so, acquistando immobili, beni di lusso e auto. Ma il mare più grande dell'evasione è fatto di tante piccole aziende che evado­no poco. Circa 220 mila fra commercian­ti, artigiani e studi professionali da soli can­cellano dai conti dello Stato quasi 12 mi­liardi di euro. A cui si aggiungono oltre 460 mila "normali" cittadini, disoccupati o di­pendenti, che fra doppi lavori, piccole fro­di,canone, bollo e imposte non versate sot­traggono all'erario quasi 3 miliardi e mez­zo l'anno. Ecco che nel 2012 il fisco avrà quattro ricette diverse. Quattro trappole modulate sulle caratteristiche della catego­rie. Per i grandi evasori sarà rinforzato il "tutoraggio". Dalle banche ai finanzieri, alle società che muovono capitali ingenti fra estero e Italia, ogni operazione miliona­ria segue un iter di controllo costante. É co­sì che nel 2011 l'Agenzia delle Entrate ha portato a casa oltre un miliardo dalle sole operazioni sospette dei grandi istituti di credito. Fonti dell'Agenzia spiegano che lo scorso anno il fisco s'è concentrato molto sui banchieri e sui loro clienti vip e che nel 2012 i controlli saranno aumentati. Ecco che la Banca popolare di Milano ha transato 186 milioni più gli interessi, il Credem ha versato 45 milioni, l'Mps 260 milioni, la Carige è stata condannata in primo gra­do a pagare 10 milioni, mentre Unicredit e Intesa San Paolo hanno chiuso un accordo rispettivamente per 99,1 milioni di euro e 270 milioni.
     Per le medie imprese, invece, nel 2012 ci si concentrerà su un campione selezionato. Un criterio é controllare le aziende con fat­turati inferiori ai 100 milioni, che dichiara­no perdite ripetute da anni. «I casi di que­sto tipo superano il 60 per cento e spesso é solo un modo per occultare capitali», spie­gano all'Agenzia. La caccia è a veri e pro­pri elusoti di capitali. Crome il caso scoper­to lo scorso settembre a Cremona, dove un'impresa aveva ceduto per 65 milioni (mai versati) un ramo d'azienda a un fami­gliare, per poi cederla a un terzo parente. « In questo modo erano stati versati 300 eu­ro di imposta di registro, anziché i 2 milio­ni previsti. Un caso frequente che nel 2012 sarà al centro dei controlli preventivi», spiegano all'Agenzia. Su autonomi e picco­la impresa, poi, il 2012 sarà l'anno della caccia al prestanome. Grazie al nuovo red­ditometro e ai dati sul conti correnti sarà possibile individuar­e intestatari fittizi di beni di lusso. E colpire chi, di fatto, li uti­lizza senza intestarseli. L’Agenzia non teme polemiche sulla privatiti. «I saldi e i movi­menti bancari saranno visionati solo dall'Agenzia centrale di Roma e serviranno per fornire l'identikit del potenziale evasore casi dea finalizzare i controlli», precisano alla sede romana. Nessuna diffusione di banche dati, dunque, ma informazioni in­terne utili a far scattare il nuovo "semafo­ro". E i relativi controlli.
LA RICETTA DI MONTI
     «Basta con l'oppressione fiscale!». tuo­nava nell'aprile dello scorso anno il mini­stro dell'Economia Giulio Tremonti. «Ba­sta accanimenti, basta vessazioni», bac­chettava a ruota i suoi dipendenti Befera. Le elezioni regionali erano alle porte. Poi, con l'estate cambio di rotta. Gli scricchio­lii sul rischio Italia e la prima manovra sui conti, con buona parte della stretta fiscale che assaggiamo quest'anno: se la pressio­ne fiscale nel 2012 aumenta di botto di quasi tre punti, per l'80 per cento questo scalino è opera di Tremonti. Come si sa, non è bastato a convincere ne i mercati né i partner europei. A Monti è rimasto il ce­rino acceso in mano. E un'urgenza evita­re il contagio greco. Per allontanarlo, oc­correva scavare un fossato antifuoco tra il loro caos fiscale e la loro economia in ne­ro, e noi. È così che il decreto Salva Italia ha aumentato la tassa sugli immobili di fatto, una patrimoniale), introdotto il nuovo "bollo" sui capitali scudati, e dato via libera alla nuova anagrafe dei conti correnti. Perché il messaggio di svolta fos­se recapitato davvero a tutti, è arrivato il blitz natalizio a Cortina. Ma c'è un'altra novità, che fa notare il presidente dell'Istat Enrico Giovannini: «Nei conti di riduzione del deficit Monti noti ha messo una sti­ma da raccolta dell'evasione. Cosa vuol di­re: Che se sei molto efficace nello scovare gli evasori, ti ritroverai a fine anno un ex­tra-gettito che potrai usare, per esempio, per compensare alcune categorie di contri­buenti a cui hai chiesto più tasse e che han­no subito una riduzione ciel reddito». E’ per questo che la battaglia di Monti dovrebbe trovare molti supporter.

 

Da L'espresso di Mercoledì 25 Gennaio 2012
 
 
PAESE CHE VAI
Furbetto che trovi
 
Il nero sulle forniture in Lombardia e quello sulle case a Roma, gli emiliani a San Marino e i veneti in Austria. Ecco gli usi e i costumi regionali della fuga dall’erario
 
Di Paolo Biondani
    Al grande banchetto dell'evasione ha un menù tipico che esalta le più sa­porite specialità regionali. Nel pro­fondo Sud il piatto forte è il lavoro nero, soprattutto nell'agricoltura e nell'edilizia. Tra negozi, bar e ristoranti dalla Toscana all'Adriatico c'è ancora il gusto tradizionale dell'incasso netto sen­za ricevute fiscali. Al Nord plotoni di pic­cole impresse condiscono i ricavi con fat­ture false. Nella Capitale gli immobili so­no una sorgente infinita di contanti senza contratti. E per le grandi aziende la ricet­ta vincente è l'elusione, in genere accompagnata da un bel contorno di società­ ombrello e conti all'estero.
     «Al Sud c'è un'evasione molto diffusa, ma i grandi volumi si fanno al Nord», rias­sume un esperto comandante della Guar­dia di Finanza. Rispetto agli altri paesi avanzati, l'Italia intera vanta un enorme mercato nero, che il sociologo Giuseppe De Rita ha per primo definito "economia sommersa". L'Istituto nazionale di stati­stica e la Banca d'Italia assegnano a que­sto fiume di denaro non dichiarato un va­lore abnorme: tra 255 e 275 miliardi all'anno, che corrispondono al 17,5 per cento del Prodotto interno lordo. Come dire che in Italia, ogni quattro euro rica­vati rispettando la legge e pagando le tas­se c'è sempre il furbo che rie incassa tra quinto violando le regole. E questo senza includere nel conto i guadagni del crimi­ne, come il traffico di droga o il racket: la prima variabile territoriale, dunque, è il potere della mafia, l'industria made in Ita­lv che non paga le tasse ma le riscuote me­glio dello Stato.
     Tornando al mondo dell'economia tas­sabile, secondo le statistiche, il regno del nero è l'arcipelago delle piccole imprese industriali e commerciali: qui il sommer­so raggiunge il 9,8 per cento del Pil, cioè la bellezza di oltre 180 miliardi di euro. Per autoridursi le tasse, le aziende hanno due alternative: non denunciare redditi veri o dichiarare costi falsi. In entrambi i casi abbondano i menù locali. Nel Cen­tro-Nord, soprattutto tra Lombardia e Veneto, varino forte le fatture per opera­zioni inesistenti: l'imprenditore dichiara di pagare un fornitore, tua in realtà si fa restituire i soldi sottobanco. In genere il si­stema è organizzato da specialisti, che in­cassano una percentuale, naturalmente in nero. Da Varese a Vicenza, da Roma a Ve­nezia la Finanza continua a scoprire appo­site società di comodo, chiamate in gergo "cartiere", che servono soltanto a produr­re contabilità truccata. Ogni cartiera, per sembrare vera, deve adattarsi all'econo­mia locale. E così tra Brescia e Bergamo nascono finti depositi di metalli, in Emilia ditte fantasma di informatica, nel Lazio falsi grossisti alimentari, in Campania disinquinatori inesistenti. L’immaginazione al potere. Come il pesce alla palermitana scoperto dalle Fiamme Gialle pochi gior­ni fa: un centro ittico che aveva una dop­pia attività, con tanto di deposito paralle­lo per custodire gamberi e tonni destinati a sfuggire dalla rete delle fatture.
     Le grandi società (banche, assicurazio­ni, colossi industriali) usano tecniche più sofisticate: architetture societarie interna­zionali, formalmente legali, che spostano gli utili all'estero dove le casse sono più basse o inesistenti. Dopo Irlanda, Porto­gallo e Gran Bretagna, ora i paradisi più gettonati sono Olanda e Lussemburgo, che essendo paesi comunitari sono meno attaccabili. Milano, capitale della finanza e dei servizi, è anche la centrale italiana della grande elusione, che le autorità fisca­li ora stanno cercando di combattere con nuovi rimedi (ancora incerti) come il co­siddetto "abuso di diritto". I registi sono banche internazionali o grossi studi pro­fessionali: il gruppo Mythos, prima di ar­resti e condanne per i giochi sporchi sulle tasse, aveva sede nella centralissima Torre Velasca. Indagini recenti cominciano svelare frodi sistematiche anche a Roma. Secondo l'accusa, bastava bussare alla porta del presidente dei commercianti, Cesare Pambianchi, per comprare il pac­chetto completo: società-schermo, presta­nome e conti esteri. E davanti al suo stu­dio c'era la coda di costruttori, industria­li, gestori di catene commerciali. «Le nor­mali verifiche fiscali orinai servono a po­co-, spiega un alto ufficiale delle Fiamme gialle: «La grande evasione si scopre solo con le indagini giudiziarie, intercettazio­ni, perquisizioni e rogatorie».
     A livelli meno sofisticati, l'illegalità eco­nomica è diffusa sotto tutti i campanili. In percentuale, l'agricoltura ha la quota più alta di sommerso: 9 miliardi, cioè un ter­zo del suo valore aggiunto. In cifre asso­lute, però, il nero abbonda nella massa delle piccole imprese (52 miliardi) e so­prattutto nel terziario: ben 213 miliardi all'anno. E secondo il ministero dell'Eco­nomia i tassi più alti di sommerso si cori­centrano in settori precisi: 28 per cento nelle costruzioni, 32 nel commercio, 33 nei trasporti privati, 36 nel servir profes­sionali, 52 nel lavoro domestico, addirit­tura 56 per alberghi e pubblici esercizi. La mappa dell'evasione diffusa finisce così per sovrapporsi alla geografia economica. Nel colonia cinese del tessile a Prato, ad esempio, la Finanza scopre imprese total­mente in nero, che altrove sono rarissime. Nelle aree portuali, da Livorno a Genova finca all'Adriatico, fioriscono le truffe sull'import-export e i finti leasing di barche di lusso. E al Sud i reati fiscali diventano il mezzo per realizzare frodi sui sussidi agri­coli. O per incamerare contributi comunitari per opere ecologiche non funzionanti: depuratori in Campania e Calabria, parchi eolici in Sicilia e Sardegna.
     In ogni angolo d'Italia i consulenti più attrezzati curano anche l'esportazione dei fondi. Con spiccate preferenze geografi­che: in Lombardia e Piemonte si va in Sviz­zera, in Romagna resiste San Marino, in Veneto è di moda l'Austria, tra gli immo­biliaristi grande l'attrazione per le Americhe e i Caraibi ma anche Malta conquista nuovi correntisti. L'alternativa a questi si­stemi professionali è intascare diretta­mente il nero in Italia. Il che spiega il re­cord nazionale nell'uso di contanti.
     Come un numero di persone coinvolte, la patologia più grave: è il lavoro nero: in Italia sono senza contratto quasi 3 milioni di occupati a tempo pieno (2.966 mila ). La media nazionale è del 12,2 per cento, ma al Sud il tasso è più che doppio (18,8) rispetto al Nord. Niente dipendenti signi­fica fatturati raso terra: ristoranti, cantie­ri, allevamenti spariscono dai radar. Ma a complicare la lotta all'evasione è anche il caos normativo. Bankitalia ha censito cir­ca 500 regimi fiscali privilegiati, su basi geografiche o corporative. Eppure abbia­mo le tasse sui patrimoni più basse d'Eu­ropa. E così, in attesa di una riforma seria, pensionati e lavoratori dipendenti conti­nuano a pagare l'80 per cento delle impo­ste sui redditi. Ma c'è un sorprendente fe­deralismo persino nei controlli. Forti del­la loro autonomia, le province di Trento e Bolzano hanno patteggiato con l'Agenzia delle Entrate il preavviso sulle verifiche: le aziende verranno informate prima dell'ispezione, in snodo da potere preparare i documenti. Un patto tra gentiluomini o un regalo al furbi?

 

Da Libero di Mercoledì 25 Gennaio 2012
 
 
Il suicidio dei partiti
 
La politica finisce nel nido di Passera
 
Di Maria G. Maglie
     Passera for president. Per fare che cosa, con quale program­ma, progetto e, se si può non considerarla una parolaccia, quale ideale, in una società non pret a porter, per un Pae­se che di scelte è ansioso? Si potrebbe chiedere a lui, e sperare che cominci a rispondere qualco­sa di meno enigmatico de «il futuro mi ha sempre sorpre­so», perché almeno in questo, l'imprevedibilità del destino, è simile ai comuni mortali, e perché se davvero, come so­stiene chi lo conosce bene, la scelta di fare il ministro è stato il primo passo di una antica aspirazione alla leadership politica e al servizio del Paese in un momento di crisi, non sono ambizioni così poco no­bili da essere taciute, al con­trario, ma vanno anche chia­rite per scopi e direzioni di percorso. Si dovrebbe però so­prattutto chiederlo ai partiti in de­pressione grave e in crisi di identità to­tale, ai nau­fraghi dello tsunami Monti-Napo­litano, che sperano forse di risolvere i loro problemi non rifondan­dosi ma affi­liandosi al personaggio presentabile di turno, non importa da dove venga, Bingo! Si potrebbe obiettare che anche Prodi fa­ceva il professore e il manager, ma la sua storia dossettiana non lo rendeva collocabile che nella sinistra sociale. Si po­trebbe argomentare che Silvio Berlusconi entrò in politica come un ariete, ma nessuno mai avrebbe potuto immagi­narlo a sinistra. Qui invece si parla di un jolly, e un jolly in politica fa impressione perfino nel caos del 2012. A un candi­dato anche futuro, anche na­scosto, va chiesta e pretesa coerenza di collocazione. L'uomo è preparato, ambizio­so, ben maritato, meno sup­ponente di Monti, offre grandi garanzie di presentabilità. Ma con chi sta e che cosa vuole lo dovrebbe dire, a noi, al centro sinistra, al Terzo Polo, a tutti gli spasimanti.
     Tutti lo vogliono, a quanto è dato di interpretare nelle neb­bie in cui è avvolta la politica o quel che resta di essa nell'era dei tecnici; tutti nei Palazzi smembrati di ruolo e di potere dalla calata dei tecnocrati vo­gliono Corrado Passera come candidato premier di un futu­ro schieramento per le prossi­me elezioni, evento che si pre­vede inevitabile ma anche imperscrutabile e per ora non collocabile nel tempo che in­tercorre tra oggi e la fine na­turale della legislatura, aprile 2013, poco più di un anno che potrebbe essere lunghissimo. Si scrive e dunque si legge, si dichiara, ufficiosamente al momento, per carità, che il banchiere cattolico sarebbe ambito sia pur con qualche problema dal Pd, al quale pe­raltro sarebbe vagamente le­gato per via di un sodalizio an­tico con Romano Prodi e di una lunga pratica con il ban­chiere Bazoli; che non dispia­cerebbe averlo anche al Terzo Polo, nonostante qualche fa­stidio per l'ego di Pier Ferdi­nando Casini, ultimamente in grande espansione, perché il progetto del partito cattolico troverebbe nuova linfa. Infine, il Pdl che i suoi stessi dirigenti danno in caduta libera nei consensi, sarebbe lieto, alme­no in parte, almeno peones e quadri medi, di ritrovare un capo forte, che godrebbe di un rapporto costruito faticosa­mente negli anni con Silvio Berlusconi.
     Il lato più grottesco di questi ragionamenti che gli addetti ai lavori riportano con tono di chi la sa lunga è che a nessuno viene in mente di mettere in fila le differenze del program­ma politico che i tre schiera­menti dovranno a un certo punto mettere a punto, sia pur obtorto collo, e che do­vrebbero ancora esserci in un Paese che è stato polarizzato pesantemente e chiassosa­mente. Che so io riforma della giustizia, articolo 18, peso del fisco, privatizzazioni, dismis­sioni di patrimonio pubblico, taglio della spesa pubblica, politica di sicurezza, politica dell'immigrazione, sono argo­menti sui quali i due principali schieramenti prima, il cosid­detto Terzo Polo dopo, si sono fatti una guerra spietata. Sono argomenti sui quali il governo Monti del quale Corrado Pas­sera è membro illustre hanno attuato alcune scelte che stan­no suscitando reazioni pesan­ti di una parte colpita degli ita­liani elettori, ignorato altre, anzi si sono proprio rifiutati di porsi il problema. Le non scel­te non sono imputabili al ri­serbo di un governo tecnico a tempo che ritenga doveroso, come aveva enunciato, di non intervenire se non nell'emer­genza della crisi economica internazionale. Dove hanno ritenuto che sia il caso di met­tere i piedi nel piatto i tecnici lo hanno fatto e lo faranno, che sia un Riccardi sull'aboli­zione della legge sulla tassa di soggiorno sacrosanta per gli immigrati, che sia una Severi­no sulla carcerazione preven­tiva nelle famigerate camere di sicurezza. Le loro sono de­cisioni politiche, anzi politi­cally correct, e si suppone che siano collegiali, e che non possono non riguardare il su­per ministro dello Sviluppo Economico.

 

Da Libero di Mercoledì 25 Gennaio 2012
 
Più Stato per tutti con le «liberalizzazioni» di Monti
 
Di Davide Giacalone
     Il governo Monti emana e procla­ma, nel mentre i grossi partiti applaudono e piangono a turno. Talora gioendo e di sperandosi nello stesso momento, per au­tocommiserazione. Tanto alto (e merita­to) è il discredito della politica che la sup­posta tecnicità delle scelte governative porta con sé una certa popolarità. Eppure basta guardare alle presunte liberalizzazioni e all'idea di utilizzare la Cassa depo­siti e prestiti per permutare partecipazio­ni azionarie contro denaro spendibile, per riconoscere il dna neocorporativo e stata­lista di quel che si va facendo.
      Si sono chiamate "liberalizzazioni" delle regolazioni centralistiche, per giun­ta considerandole utili ad un balzo felino del prodotto interno lordo. La realtà è ben diversa: nel decreto si descrive uno Stato che stabilisce quanti sono i notai, quante le farmacie, quanti i taxi, uno Stato che de­cide per il bene del mercato e del cittadi­no, dotandosi di nuove autorità centrali. E lo fa per decreto (vedo che il Quirinale tar­da a fumare, segno che il problema da noi sollevato c'è, sebbene sarà, alla fine, igno­rato). Queste decisioni, che non liberaliz­zano un bel nulla, ma aumentano l'offerta regolamentata, frazioneranno il Pil assai più di quanto non lo facciano crescere.
     L'idea di trasferire partecipazioni azio­narie pubbliche nella Cassa depositi e prestiti, ricavandone quattrini con cui pa­gare i debiti, è pura cosmesi contabile, perché lo Stato vende allo Stato. Opera­zione tecnicamente furba, che crea non pochi problemi, ma tutta interna alla logi­ca statalista. Nulla a che vedere con quan­to qui proposto: mettere patrimonio im­mobiliare, partecipazioni e crediti dentro una nuova società, incaricata di vendere gradualmente, ma a scadenze fissate, in modo da raccogliere risparmio e produr­re liquidità con la quale abbattere il debi­to, offrire risorse per investimenti infra­strutturali e non gravare sui contribuenti, i quali, all'opposto, dovrebbero vedere scendere la pressione fiscale.
      Mentre la sinistra finge di fare il tifo a fa­vore delle liberalizzazioni e la destra finge entusiasmo per misure immediate, che decretino un cambio radicale del mercato del lavoro, il governo procede inchiodan­do sempre di più l'Italia al centralismo programmatorio e allo statalismo perva­sivo, per giunta negando di star costruen­do una nuova Iri, quindi rinunciando all'intento positivo legato alla nascita di quell'istituto: una politica industriale na­zionale.
     Si badi, queste non sono critiche al go­verno Monti. Non mi piace il collettivo di­sertare dall'ovvio, sicché si lasciano pas­sare cifre a capocchia, come la crescita dell' 11% del Pil grazie alle liberalizzazioni. Delirio. Non mi piace il conformismo che biascica di sobrietà, tanto che, oramai, metto le mutande di pizzo pur di non sen­tirmi assimilato. Ma la colpa non è di Monti, o dei suoi ministri, la colpa è nel credere che un Paese possa essere ammi­nistrato come un condominio. I partiti che applaudono e piangono a turno sono ridotti a condomini senza idee e senza programmi, oramai espropriati da un amministratore che li prende in giro. Il guaio è che un Paese senza politica è solo un Paese in cui la politica non si decide democraticamente. Esiste, ma non si ve­de e non si giudica. Però, cribbio, gli spread calano. Monti è stato bravo. Monti è bravo, ma noi ripetiamo, fin dalla scorsa estate, che gli spread non misurano la no­stra salute, e oggi calano perché forse si fa l'accordo per tenere la Grecia nell'euro, non creando un precedente che porte­rebbe al disfacimento della moneta unica. Se l'accordo si chiude noi resteremo, comunque, con 40-45 miliardi l'anno da tagliare e tassare, per venti anni. Se non si chiude torneranno a salire, fino alla rottu­ra. Dopo di che potremo solo dare sfogo a una rabbia tanto inutile e fessa quanto la pretesa che una democrazia funzioni senza politica democratica.

 

Da Libero di Mercoledì 25 Gennaio  2012
  
Corruzione e vendette in Vaticano
 
La cacciata del prete mangiaprete
 
Di Gianluigi Nuzzi*
     «Beatissimo Padre, un mio trasferi­mento in questo momento provo­cherebbe smarrimento e scoramen­to in quanti hanno creduto fosse possibile risanare tante situazioni di corruzione e prevaricazione da tem­po radicate nella gestione delle di­verse Direzioni (del governatorato, l'amministrazione vaticana, nda)».
     È il 27 marzo del 2011. A rivolgersi in termini così drammatici diretta­mente a Benedetto XVI, denuncian­do privilegi, corretele e zone opache Oltretevere, è un sacerdote di primo piano. Carlo Maria Viganò, un mon­signore che viene incaricato nell'estate del 2009 su fiducia del Santo Padre a controllare tutti gli ap­palti e le forniture del Vaticano. La sua opera di tagli e pulizia dà fasti­dio. Tanto che finisce vittima di una congiura per blocca­re l'opera di pulizia che aveva avviato. Da novembre Viganò è stato rimosso. E’ diventando nunzio apostolico a Washin­gton negli Stati Uniti, andando a ricoprire la più prestigiosa rappresentanza diplomatica della Santa Sede nel mondo.
     E’ una vicenda inquietante quella denunciata da Viganò al Papa, che riporta indietro le lancette in Vaticano agli anni dei silenzi, delle omissioni, del­le denunce silenziate, della rimozione di chi cercava di col­pire privilegi, di chi voleva al­lontanare i mercanti dal Tem­pio finendo invece lui allonta­nato, vittima delle sue denun­ce. Stavolta però Viganò non tace, reagisce a certe logiche della Curia Romana e scrive al Papa e al segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone. Di più, chiede ai sensi del diritto canonico che sia aperta una commissione di inchiesta su questa vicenda. Si lavora così nelle segrete stanze dei Sacri Palazzi. Chi viene sentito non deve fame parola con nessuno. Tanto che diverse delle persone contattate, come Ettore Gotti Tedeschi, il presidente dello Ior, la banca del Papa, fa espli­cito riferimento all'imposizio­ne del segreto pontificio che vincola le persone che vengono ascoltate. Un segreto che viola­to prevede sino alla scomunica, un segreto - giusto per avere un paragone - che venne posto sullo scandalo dei preti pedofi­li. Nella puntata di stasera degli Intoccabili, la trasmissione che conduco su La7 ogni mercoledì alle 21.10, sveleremo ogni ri­svolto di questa incredibile vi­cenda, rendendo pubblico il carteggio di cardinali, monsignori, vescovi che si rivolgono al Papa e al suo primo collabo­ratore Bertone facendo di que­sta storia, la vicenda più spinosa affrontata lo scorso anno dal Pontefice oltre porta Sant'An­na.
Pacchi di milioni persi in un giorno
     «Quando accettai l'incarico al Governatorato il 16 luglio 2009 - scrive Viganò il 4 aprile 2011 al Papa - ero ben conscio dei rischi a cui andavo incon­tro, ma non avrei mai pensato di trovarmi di fronte ad una si­tuazione così disastrosa. Ne fe­ci parola in più occasioni al Cardinale Segretario di Stato, facendogli presente che non ce l'avrei fatta con le sole mie for­ze: avevo bisogno del suo co­stante appoggio». Appoggio che Viganò fa capire non esser­ci stato. Le finanze sono in uno stato disastroso: «La situazione finanziaria del Governatorato - prosegue -, già gravemente de­bilitata per la crisi mondiale, aveva subito perdite di oltre il 50/60%, anche per imperizia di chi l'aveva amministrata. Per porvi rimedio, il cardinale presidente aveva affidato di fatto la gestione dei due fondi dello Stato ad un Comitato finanza e gestione, composto da alcuni grandi banchieri, i quali sono risultati fare più il loro interesse che i nostri. Ad esempio, nel di­cembre 2009, in una sola ope­razione ci fecero perdere 2 mi­lioni e mezzo di dollari. Segna­lai la cosa al Segretario di Stato e alla Prefettura degli Affari Economici, la quale, del resto, considera illegale l'esistenza di detto Comitato. Con la mia co­stante partecipazione alle sue riunioni ho cercato di arginare l'operato di detti banchieri, dai quali necessariamente ho do­vuto spesso dissentire». In ef­fetti questo gruppo di banchieri opera senza riconoscimento le­gale e amministra quasi 300 milioni di investimenti ogni anno. Un portafoglio che si è ri­dotto - per le perdite - negli ul­timi anni.
      Chi sono questi banchieri? Volti noti della finanza cattolica. A presiedere il comitato c'è Pellegrino Capaldo, banchiere schivo, già presidente della banca di Roma. Era nella commissione segreta vaticana che concordò il «contributo volon­tario» per sollevare lo Ior da qualsiasi responsabilità nel crac dell'Ambrosiano con Paul Casimir Marcinkus che portò a Ginevra il 25 maggio 1984 in­sieme a monsignor Donato de Bonis (quello che dieci anni do­po - riciclerà la tangente Eni­mont ricevuta da Luigi Bisigna­ni sempre allo Ior) l'assegno del silenzio da 242 milioni di dolla­ri. Troviamo poi Gotti Tede­schi, nel comitato fino a quan­do non è andato al vertice della banca del Papa, Massimo Pon­zellini, già numero uno della Popolare di Milano, indagato per associazione a delinquere dalla procura di Milano nell'in­chiesta sui finanziamenti Bpm al gruppo dei videogiochi Atlantis, e Carlo Fratta Pasini, scupoloso presidente della po­polare di Verona. Un banchiere consulente del Vaticano, inter­vistato durante la puntata degli Intoccabili di stasera, va giù du­ro: «Viganò andava contro i for­nitori che dicevano ai cardinali: questo rompe i coglioni».
Un presepe da 550mila euro
     Viganò taglia i costi e dà sempre più fastidio: «La Dire­zione dei Servizi Tecnici era quella più compromessa - pro­segue -, da evidenti situazioni di corruzione: i lavori affidati sempre alle stesse ditte, a costi almeno doppi di quelli praticati fuori del Vaticano». La lista dei tagli è infinita, sempre docu­mentata al Papa: «I costi dei la­vori sono stati quasi dimezza­ti». Insomma Viganò taglia del 50% medio ogni lavoro nel pic­colo Stato. Un caso su tutti? «Il presepe di piazza S. Pietro del 2009 era costato 550.000 euro, quello del 2010 300 mila euro». E anche il bilancio ne guadagna passando dal passivo -7,8 mi­lioni a un attivo di oltre 34 in dodici mesi. Ma l'opera viene «spesso apertamente contra­stata, a volte chiaramente boicottata». Tanto che passano pochi mesi e parte «una cam­pagna stampa contro di me e azioni per screditarmi presso i superiori, per impedire la mia successione al cardinale presidente Lajolo, tanto che ormai è stata data per scontata la mia fine». Nel mirino di Viganò de­gli articoli ritenuti diffamatori usciti su Il Giornale che sareb­bero stati confezionati ad hoc per delegittimarlo. Articoli non riconosciuti dal vaticanista del quotidiano dell'epoca, Andrea Tornielli. Articoli non firmati ma Alessandro Sallusti, il diret­tore, respinge che si tratti di una manovra denigratoria: "Avevamo all'interno del Vati­cano un insider che scriveva per noi».
La congiura e i congiurati
     Quegli articoli sarebbero uno degli strumenti della congiura denunciata dal monsignore. Nel carteggio che stasera verrà reso pubblico dagli Intoccabili, Vganò indica anche i nomi e cognomi dei congiurati. Mon­signori e laici che avrebbero tramato per interrompere la pulizia su appalti e forniture. Tra questi Viganò indica anche un nome ormai noto alle cro­nache, il giovanissimo Marco Simeon, amico del cardinale segretario di Stato Tarcisio Ber­tone, direttore dei rapporti isti­tuzionali della Rai, consigliere in una fondazione in Vaticano. Simeon batte ogni record in una carriera folgorante:- da Ge­nova viene proiettato da giova­nissimo all'ombra di Cesare Geronzi prima in Capitalia poi in Mediobanca, tanto da diven­tare uno dei pontieri da Santa Sede e istituzioni italiane. Non da ultimo persino al professor Mario Monti - ricorda il nostro vicedirettore Franco Bechis du­rante la puntata - viene racco­mandato per incarichi nell'at­tuale governo. Simeon rag­giunto dagli Intoccabili smenti­sce, Viganò rimane vittima dell'antico detto «promoveatur ut amoveatur» ed è diplomati­co a Washington ma la storia - è questa l'impressione - è solo all'inizio.
*Conduttore de «Gli Intoccabili»

 

Dal Corriere della Sera  di Mercoledì 25 Gennaio 2012
 
 
I misteri della finanza in Vaticano:
le rivelazioni di monsignor Viganò
 
In una lettera al Papa sugli appalti parla di corruzione
 
Di Sergio Rizzo
     ROMA - «Corruzione». La paro­la è sinonimo di malaffare e degra­do morale. Ma se a pronunciarla è un altissimo prelato vicino al Papa, come rivela questa sera «Gli intocca­bili», il programma d'inchiesta del giornalista Gian Luigi Nuzzi che va in onda su La7, allora vengono i bri­vidi. Il suo nome: Carlo Maria Viganò, fino a qualche mese fa se­gretario generale del governatorato del Vaticano, la struttura che gesti­sce gli appalti e le forniture del più piccolo e potente Stato della Terra. «Corruzione» è proprio il termine che quel monsignore usa per descri­vere in una clamorosa lettera a Bene­detto XVI l'incredibile situazione che si è trovato davanti dopo aver assunto nel luglio del 2009 il delica­tissimo incarico. Una bomba sgan­ciata nelle stanze del potere vatica­no il 27 marzo del 2011, nell'estre­mo tentativo di sventare una mano­vra di corridoio che culminerà con la sua rimozione.
     «Un mio trasferimento provoche­rebbe smarrimento in quanti hanno creduto fosse possibile risanare tan­te situazioni di corruzione e prevari­cazione», scrive Viganò al Papa. Fa­cendo capire a Joseph Ratzinger di non essere affatto isolato: «I cardina­li Velasio De Paolis, Paolo Sardi e An­gelo Comastri conoscono bene la si­tuazione».
      La storia ricostruita da «Gli intoc­cabili» ha tutti gli ingredienti di un noir di prim'ordine. Trame misterio­se, colpi di scena, testimonianze sconvolgenti. È un terremoto senza precedenti, che fa tremare i vertici delle gerarchie ecclesiastiche. Tutto comincia nel maggio del 2009, quan­do il Papa decide di affidare la ge­stione degli appalti al cardinale Gio­vanni Layolo e a monsignor Viganò, che sostituiscono rispettivamente il cardinale Edmund Casimir Szoka e monsignor Renato Boccardo nei ruoli di presidente e segretario gene­rale del governatorato. Quella strut­tura è un buco nero: nel 2009 perde 8 milioni di euro. Cifra apparente­mente modesta, ma estremamente significativa se rapportata alle di­mensioni dello Stato Vaticano.
     «Non avrei mai pensato di trovar­mi davanti a una situazione così di­sastrosa», rivela Viganò in un altro scioccante appunto inviato a Ratzin­ger nella scorsa primavera. Definen­dola «inimmaginabile», e per giun­ta «a tutti nota in Curia». Dal pento­Ione che ha scoperchiato salta fuori l'inverosimile. I servizi tecnici sono un regno diviso in piccoli feudi. In Vaticano opera una cordata di forni­tori che non fanno praticamente ga­re: dentro le mura dello Stato della Chiesa lavorano sempre le stesse dit­te, a costi doppi rispetto all'esterno anche perché non esiste alcuna tra­sparenza nella gestione degli appal­ti di edilizia e impiantistica. Insom­ma, una moderna fabbrica di San Pietro che ingoia denaro a ritmi in­giustificati, come dimostra il conto astronomico che viene presentato per il presepe montato nel Natale 2009 a piazza San Pietro: 550 mila euro.
      Non bastasse, c'è una situazione finanziaria allucinante: le casse del governatorato subiscono perdite del 50-60%. Per tamponarla, spiega Viganò, la gestione dei fondi è stata affidata a un «comitato finanza e ge­stione composto da alcuni grandi banchieri, i quali sono risultati fare più il loro interesse che i nostri». Racconta il monsignore che una so­la operazione finanziaria nel dicem­bre 2009 ha mandato in fumo due milioni e mezzo di dollari.
     Ma chi fa parte di questo comita­to? Nuzzi fa i nomi di quattro pezzi da novanta della finanza italiana. Quelli di Pellegrino Capaldo, Carlo Fratta Pasini, Ettore Gotti Tedeschi e Massimo Ponzellini. Capaldo è l'ex presidente della Banca di Roma: banchiere cattolico apprezzatissimo anche al di fuori degli ambienti ec­clesiastici, è attualmente il proprie­tario della casa vinicola Feudi di San Gregorio.
     Fratta Pasini è il presidente del Banco popolare. Gotti Tedeschi, con­sigliere di amministrazione della Cassa depositi e prestiti, la banca del Tesoro italiano, nonché consi­gliere della Fondazione San Raffaele di don Luigi Verzé, è il banchiere poi scelto da Ratzinger per guidare lo Ior. Ponzellini è l'ex presidente della Banca popolare di Milano, ma ha ricoperto in passato anche molti incarichi in società del Tesoro, co­me il Poligrafico dello Stato.
     Viganò prende l'incarico maledet­tamente sul serio. La sua scure colpi­sce dappertutto: non risparmia nem­meno il conto del famoso presepe, tagliato d'emblée di 200 mila euro, né la gestione dei giardini, uno dei capitoli più problematici. Il risulta­to è che il bilancio del governatora­to passa da un deficit di 8 mi­lioni a un utile di 34,4 milioni nel giro di un anno. Ma tanto rigore non gli vale un enco­mio. Anzi, per lui cominciano i guai. «Viganò si è fatto un sac­co di nemici e quei nemici si stanno muovendo nell'ombra per fargliela pagare», è il commento de «Gli intoccabili». Fatto sta che sul Giornale escono alcuni articoli non firmati, nei quali è contenuto un segnale preciso: il se­gretario generale del governatorato ha praticamente le ore contate. Ed è proprio quello che accade. Il segreta­rio di Stato Tarcisio Bertone lo solle­va dall'incarico, e la decisione fa sal­tare anche la nomina a cardinale che gli sarebbe stata promessa. Tan­to per cambiare la rimozione avvie­ne con il solito meccanismo del pro­moveatur ut amoveatur. Viganò vie­ne nominato Nunzio apostolico del­la Santa sede negli Stati Uniti e spe­dito a Washington. Incarico presti­giosissimo, anche se a 7.228 chilo­metri di distanza.
    A nulla serve l'appello disperato e diretto a Ratzinger. Che anzi si rive­la un errore, perché scavalcando Bertone ottiene semmai l'effetto contrario. Ma Viganò non digerisce affatto la decisione e inizia una corri­spondenza infuocata con il segreta­rio di Stato. Lettere nelle quali riven­dica il risanamento ottenuto «elimi­nando la corruzione ampiamente diffusa», e chiede di essere messo a confronto con i suoi accusatori in un processo «ai sensi del canone 220 del codice di diritto canonico». Senza limitarsi alle generiche affer­mazioni, riferisce il servizio de «Gli intoccabili», punta pure il dito su un personaggio che ritiene abbia avuto un ruolo nella vicenda che lo riguarda: Marco Simeon. Figlio di un benzinaio di Sanremo, è uno de­gli animatori della cooperativa so­ciale «II Cammino», fornitrice di fio­ri del Papa Considerato molto vici­no a Bertone, è autore di una carrie­ra fulminea, per gli standard italia­ni. Prima a Capitalia, la ex Banca di Roma di Cesare Geronzi, banchiere con altissime aderenze vaticane. Quindi a Mediobanca, come capo delle relazioni istituzionali, sempre al seguito di Geronzi. Infine alla Rai, dove a quello stesso incarico aggiun­ge la direzione di Rai Vaticano. Inter­pellato da Nuzzi, risponde con una risata: «Non ne so assolutamente niente».
     E forse questo è solo l'inizio.

 

Da Italia Oggi di Mercoledì 25 Gennaio 2012
 
Le leggi di Tremonti
bocciate in contabilità
 
Di Alessandra Ricciardi
    Relazioni tecniche carenti, utilizzo improprio di fondi, rinvio dell'operatività degli interventi legislativi a atti amministrativi successivi, e poi abuso di decretazione d'urgenza. Il quadrimestre maggio-agosto 2011 è stato un vero disastro per la qualità finanziaria dei provvedi­menti legislativi adottati dal parlamento, 29 leggi di cui undici di iniziativa parlamentare, otto di conversione di decreti legge e otto di ratifica di trattati. La Corte dei conti nella relazione sulle tecniche di quantificazione degli oneri legislativi evidenzia come, a parte la prima mano­vra correttiva dei conti pubblici del governo, ben il 47% delle coperture è stato scovato in riduzioni di precedenti autorizzazioni di spesa, in particolare il fondo per interventi strutturali di politica eco­nomica, il fondo infrastrutture e il Fas, il fondo per le aree sottoutilizzate. La normativa finanziaria si e concentrata in un numero ristretto di provvedimenti d'urgenza, a partire dal dl 98/2011, l'an­ticipo della manovra di bilancio messa a punto dall'allora ministro dell'economia Giulio Tremonti. Le sezioni riunite del­la magistratura di controllo guidata da Luigi Giampaolino stigmatizza­no l'assenza per alcune norme della relazione tecnica, o la presenza di relazioni insuffi­cienti e comunque l'utilizzo di fondi destinati ad altro. In questo modo re­gna la confusione e il controllo del­le leggi, politico e contabile, di­venta difficile.

 

Da Italia Oggi di Mercoledì 25 Gennaio 2012

 

 


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