24-01-2012

Servizio segnalazione articoli e commenti di Martedì 24 Gennaio 2012

 

 

 

 

 

Da Il Giornale di Martedì 24 Gennaio 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da Gli Altri di Martedì 24 Gennaio 2012
 
Perché la sinistra ha sposato il liberismo
 
Di Piero Sansonetti
 
      “Liberal" in America vuol dire "di sinistra". Tal­volta i con­servatori usano la parola persino come offesa: "Clinton è un liberal!", "Obama è un liberal!", un po' come quando da noi Berlusco­ni ti accusa di essere "comuni­sta". I "liberal" sono favorevoli all'intervento dello Stato in economia. I "liberal" chiedono più welfare. I "liberal" voglio­no che sia lo Stato e non il mer­cato a decidere quale debba essere il salario minimo. I "libe­ral" vogliono la sanità per tutti, cioè chiedono che il servizio sanitario sia tolto al mercato. I "liberal" si oppongono agli eccessi delle riduzioni fiscali.
 
      I "liberal" in America sono keynesiani, fortissimamente key­nesiani. Cioè si ispirano al pen­siero di John Maynard Keynes che è sempre stato l'alternativa al liberismo e al pensiero di von Hayek e di Milton Fried­-man. Von Hayek e Friedman credevano che la democrazia fosse il mercato. E che la libertà, cioè il motore della democra­zia, fosse la libertà economica e l'antistatalismo. Il liberismo portò alla crisi tragica del `29, al crollo di Wall Street e alla depressione. L'America reagì con Roosevelt e con il suo New Deal interamente costruito sul keynesismo e sull'intervento dello Stato in economia.
 
     La contrapposizione tra la parola "libera" e il liberismo è chiarissima. Non si tratta affat­to di due versioni dello stesso concetto. Il liberismo e il pen­siero "liberal" hanno un solo fattore in comune, ovviamente molto grande: il culto della libertà. Ma tra loro c'è una enorme distanza che è data dal modo di vedere la libertà. La sinistra e la destra americana - che non si sono mai chiamate destra e sinistra - misurano la loro distanza, grandissima, con questo metro: l'idea di libertà. I "liberal" assegnano al potere politico il compito di governa­re e distribuire la libertà. I libe­risti assegnano lo stesso compi­to al potere economico. I "libe­ral" legano l'idea della libertà all'idea di equità sociale. I libe­risti legano l'idea di libertà all'idea di produzione di ric­chezza.
 
     Perché da noi non è così? Per­ché in Italia esiste solo il liberi­smo? Perché se si parla di libe­ralizzazioni, ad esempio, si immagina soltanto un proces­so di "privatizzazione" e cioè di riduzione drastica dei poteri dello Stato e della comunità, e si pensa semplicemente ad una operazione politica eco­nomica che avvantaggi le cor­poration e per questa via dia ossigeno all'economia? È nor­male che sia così? Nessuno pensa che liberalizzazione, ad esempio, potrebbe voler dire compiere uno sforzo per sbloc­care l'immobilità sociale che da almeno trent'anni paralizza l'Italia, avendola congelata nelle sue caste, nelle classi sociali così come sono, nei mestieri, nei privilegi? Vi siete accorti che la mobilità sociale che negli anni Sessanta e Set­tanta aveva scosso il paese - rimescolando la composizione delle classi, e dunque anche i loro punti di vista, le loro cul­ture, i loro stessi interessi - si è del tutto bloccata dagli anni ottanta in poi? Non è forse questa la causa principale del declino del nostro paese? Cioè, la ragione della decaden­za dell'Italia non risiede esatta mente in questi due fattori: la fine della lotta di classe e la fine della mobilità sociale (che è un corollario, una conse­guenza o forse una alternativa alla lotta di classe)?
 
     Ebbene, se è vero che le cose stanno così, si potrebbe pensa­re che liberalizzare serva a sbloccare la società: a rimetter­la in movimento, a .rompere le corporazioni, ad aiutare la mobilità sociale, a non ostaco­lare i conflitti sociali, la lotta, l'insorgenza di classe. Invece no. Aldilà dei provvedimenti su tassisti e farmacisti, le libera­lizzazioni puntano solo a una cosa: ridurre il patrimonio pubblico, vendere i colossi dell'economia di Stato, favorire i grandi capitalisti e le multina­zionali. Il contrario della lotta per la mobilità: si tratta di ingessare gli attuali domini e di rendere sempre più forte il distacco tra dominanti e domi­nati. Qual è il motivo? Perché non esiste nemmeno l'ombra di una spinta "da sinistra" che cambi la natura delle liberaliz­zazioni? Probabilmente perché la sini­stra italiana non conosce la cultura "liberal". Non ha mai saputo mettere la parola "libertà" al centro del suo esse­re, mischiarla al proprio Dna, trasformarla in idolo. Ha sem­pre pensato - esattamente come Friedman e von Hayek - che la libertà fosse "il merca­to". E siccome, fino a qualche anno fa, non amava il merca­to, non amava neppure la libertà. E un paradosso ma è esattamente così: non c'è mai stata una vera differenza "filo­sofica" tra la sinistra italiana e la destra liberista. E quando la sinistra italiana ha deciso di "moderarsi", perché ha pensa­to che la fine del comunismo imponesse una "moderazio­ne", e che la modernità fosse "moderazione" e che dunque andasse accolto qualcuno dei valori degli avversari, non ha scelto "la libertà", ma ha scelto esattamente il "mercato". All'unisono con von Hayek ha pensato che prendendosi il mercato potesse anche risol­vere i suoi conti secolari con la mancata libertà. Tutto qui. Per questo è impensabile libe­ralizzare da sinistra. La sinistra italiana, a differenza di quella americana, non ha un suo punto di vista sulla libertà. Perché non la conosce, non l'ha mai conosciuta. E non gli interessa...

 

Da Gli Altri di Martedì 24 Gennaio 2012
 
 
Proteste corporative e dubbi dei partiti: doppio vantaggio per Monti
 
La fase 2 procede tra qualche compromesso e in un sostanziale vuoto politico
 
Di Stefano Folli
 
      Qualcuno ritiene che siano eccessive le cautele con cui il governo si sta inoltran­do fra i meandri della "fase due". Ieri le liberalizzazioni e oggi il mercato del lavoro (la­sciando sullo sfondo, ma senza rimuoverlo del tutto, il fantasma ingombrante dell'articolo 18). Che ci sia prudenza, e forse qualche compro­messo di troppo, è probabile. Ma il messaggio è arrivato con forza, sia in Italia sia in Europa I riconoscimenti a Monti da parte della Commis­sione vogliono dire molto. Indicano che il valo­re simbolico delle misure che il governo sta adottando è stato recepito.
 
     L'auspicio è che anche i famosi mercati abbia­no colto il senso dei provvedimenti. Perché il premier è abile quando sottolinea che il suo mandato incorpora "elementi di continuità con il precedente governo, accanto a fattori di di­scontinuità". Ma in realtà a Palazzo Chigi e din­torni si muovono nel segno di una sostanziale rottura: non solo e non tanto rispetto alla coalizione di Berlusconi, quanto con un certo andaz­zo della cosiddetta Seconda Repubblica. All’im­provviso tutte le formule di sinistra come di de­stra che hanno scandito la stagione del bipolari­smo appaiono consunte.
 
     Il che non significa che la strada davanti a Monti sia spianata. Tutt'altro. Vuol dire però che un giorno dopo l'altro l'esecutivo dà corpo e sostanza a quel desiderio di stabilità che anche l'ex ministro Tremonti sottolinea. Mentre tutti gli altri, coloro che vorrebbero rovesciare il tavolo, non sanno letteralmente in quale dire­zione muoversi. L'incertezza dei partiti, ovvero il loro riconoscere che non ci sono alternative all'attuale assetto, è la prima e più importante carta che il premier si tiene nella manica. La se­conda, si può presumere, è la scomposta agita­zione della piazza.
 
     Lo sciopero degli autotrasportatori è un gra­ve danno per il paese e un serio motivo di disa­gio per i cittadini. Se dovesse proseguire per giorni creerebbe enormi problemi alla vita col­lettiva. Tuttavia nessuno pensa che il governo "tecnico" possa essere messo in difficoltà da una protesta così aspra, ma anche così impopo­lare. Benché il caso dei camionisti sia diverso da quello dei tassisti o delle farmacie, è vero che in linea generale i sussulti delle corpora­zioni sono malvisti dall'opinione pubblica. E se l'esecutivo ricorresse a misure drastiche, a cominciare dalla precettazione, l'indice di gra­dimento di Monti, già buono, salirebbe alle stelle. C'è da crederlo.
 
    È anche necessario, s'intende, che nessuna forza politica responsabile offra una forma di so­stegno o di copertura alle varie categorie prote­statarie. Sarebbe una scelta "peronista" e grave­mente demagogica. Peraltro, con quale piatta­forma si andrebbe alle elezioni, se la crisi fosse aperta in difesa delle corporazioni (e in odio all'Europa)? Sarebbe puro autolesionismo. In fondo, solo la Lega spende parole di solidarietà con la piazza, ma è da capire se la linea dell'ulti­mo Bossi sia apprezzata dalla base, cioè dalle po­polazioni del nord industrioso.
 
     E a proposito dei leghisti. Il loro tentativo di ricatto nei confronti di Berlusconi non è per ora convincente. Dire "o tu stacchi la spina al gover­no Monti o noi apriamo la crisi in Lombardia" è più una prova di debolezza che di determinazio­ne. Stupisce, ma nemmeno tanto, che Di Pietro abbia dato tanto peso al pronunciamento di Bos­si. In effetti c'è un timore condiviso fra l'IdV e il Carroccio: che Berlusconi faccia un accordo con il Pd e il terzo polo per cambiare la legge elettorale. Al momento l'intesa non esiste, ma non si sa mai. Bossi e Di Pietro: un sodalizio ine­dito, in difesa oggettiva del "Porcellum".

 

Da Gli Altri di Martedì 24 Gennaio 2012 
 
PIERO OSTELLINO GIORNALISTA
 
«Ma in questo paese vincerà sempre lo Stato pesante»
 
Di Giorgio Cappozzo
 
     «Noi italiani, sì, siamo «N1176». Piero Ostelli­no, firma del Corriere della Sera, azzera un secolo e mezzo di storia patria per sostenere il punto di vista: «Fino alla destra storica - Cavour, Quintino Sella, Minghetti - potevamo vantare una qualche frequen­tazione con le "libertà". Poi arriva la sinistra, per paradosso definita "liberale",'e cosa suc­cede?».
 
Cosa succede?
 
Il bilancio va in passivo. Per colpa dell'idea, illiberale, che la redistribuzione possa essere imposta dallo Stato, ovvero autoritariamente. Centoquarant'anni dopo... Accade la medesima cosa. Non chiamate liberalizzazioni quel­le preannunciate da Monti. Sono il perseguimento della concorrenza per via ammini­strativa e autoritativa. Aumen­tare le licenze dei taxi? Dovrebbero metterle periodicamente all'asta.
 
Chiariamo cosa lei intenda per libertà.
Cito l'economista Luigi Einau­di, che rispondendo a Bene­detto Croce su liberismo e libe­ralismo disse: laddove non c'è libertà economica non ci sono libertà individuali.
 
Cosa significa "liberalizzare"?
Mettere sul mercato qualcosa.
 
La differenza con "privatizza­re"?
È il secondo passaggio. Ovvero affidare alla società civile ciò che si è liberalizzato.
 
I beni comuni ai privati?
I low cost chi li gestisce? E viag­giare a poco non è un bene comune?
Dal punto di vista dei clienti. Da quello dei lavoratori...
 
No, senta: il pubblico assicura il posto. Il privato il lavoro.
Eppure la dottrina Keynes... Stop. Il keynesianesimo non è liberale. È interventista e stata­lista. Qualcuno dovrebbe ricordare ai reduci che nell'edizione tedesca della Teoria generale del 1936, c'era Hitler al potere, Keynes sostiene che i suoi principi si sarebbero spo­sali meglio a un regime totali­tario.
Gli Stati Uniti uscirono dalla crisi proprio grazie a...
Non è vero. Non fu il New Deal, ma la guerra, a sanare le ferite del '29.
 
Nella crisi ci siamo ricascati. Dobbiamo augurarci una guer­ra?
No. Ma se ne esce solo se depo­tenziamo la mano dello Stato e agiamo seriamente sulla spesa pubblica. Mettendo in conto, certo, le conseguenze sociali. Che certo ci saranno. Ma non possiamo rimandare questa penosa eredità del passato. Spesa pubblica. Se si ripensas­se la politica industriale?
 
Oddio, lei pensa che debba essere fatta dal pubblico? È compito della società civile decidere su cosa e come inve­stire. Lo Stato deve solo garan­tire le infrastrutture. Fai auto­strade e servizi al Sud, poi vedi come fiorisce l'industria del turismo. Invece ti metti a fare le acciaierie. E ora te le dai in fronte.
 
La destra ha avuto Berlusconi. Occasione mancata.
Ma Berlusconi è l'esatto con­trario del liberale. Ha fatto i soldi, ma le sue politiche fisca­li sono state improntate allo statalismo più rigido. No, guar­di, questo paese non ha mai posto una domanda liberale. Gli italiani è dal Trecento che vivono in un paese corporati­vo. La politica ha sempre agito da mediatrice di interessi cor­porativi. Non ha mai dato un indirizzo, una direzione. Solo interessi. E ora mancano i denari per soddisfarli tutti.
 
E gli interessati si ribellano...
Ma li capisco pure. Il blitz di Cortina, per esempio, cosa comunica? Essere ricchi è una colpa. Non c'entra nulla l'eva­sione fiscale. Avere un Suv non significa evadere. E il vecchio adagio "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli". Non è solo pregiudizio a danno di chi ha i soldi. È l'ideologia della como­dità.
 
Comodità?
Colpire tutti per acchiapparne uno. Come i magistrati con le intercettazioni: registro tutti e prima o poi qualche bandito casca nella rete. Ma questa, signori, è la Stasi. In una vera cultura liberale non si soste­rebbe "gli uomini sono tutti uguali" (se non di fronte alla legge), ma "gli uomini devono essere liberi di perseguire il loro ideale di felicità senza impedire agli altri di fare altrettanto".
 
È sua?
No. Immanuel Kant.

 

 

Da Panorama attualmente in edicola 2012
 
Monti, prendi meglio la mira
 
Pensioni? Aggiustare subito il tiro. Evasione? Più coraggio con le banche dati. Liberalizzazioni? Sono circolate troppe bozze. Luci e ombre del governo tecnico secondo il segretario del Pd. Che dà un alt a Vendola e Di Pietro. E a Grillo dice: con voi, no
 
Di Emanuela Fiorentino
 
Segretario Pier Luigi Bersani, lei è stato il primo liberalizzatore. Le piacciono le «lenzuolate» di Mario Monti?
Rivendico almeno il coraggio. Con un mio provvedimento, dalla sera alla mattina, scomparvero a suo tempo le licenze del commercio e le tabelle merceologiche: cera un asse della politica che cercava di dare qualche occasione di lavoro ai giovani e di limitare speculazioni sui prezzi. Ora chiedo al governo di riprendere la questione sotto quei due profili, senza lasciare margine a cattive interpretazioni.
 
Chi interpreta male e che cosa?
Sento dire per esempio che intervenire sui farmaci è «de minimis». Non è vero, è una cosa fondamentale che riguarda miliardi di euro addosso in particolare agli anziani e alle famiglie numerose Facciano il massimo, con coraggio, senza discriminare questo o quello.
 
Quale consiglio, lei che ci è passato e che di proteste ne ha incassate tante, si sente di dare al premier?
Avrei dato un consiglio preventivo: far girare meno bozze Prima le decisioni, poi le discussioni e gli aggiu­stamenti. Secondo consiglio: stare larghi, trattandosi appunto di lenzuolate, affrontando il tema a 360 gradi. Terzo: darsi alcune priorità, non tutto quello che si fa poi lo si porta a casa.
 
Vuole la scala? Farmaci, benzina, gas, banche e assicurazioni, professioni e servizi pub­blici. Per equilibrare il consenso fra lobby e opinione pubblica, il messaggio di occuparsi di cose che incidono sul reddito reale dà una forza enorme per combattere.
 
Ma i tassisti, che lei non cita, sono un potere debole o forte?
Qui a Roma, per me o per lei, sono un potere fortissimo. Ma per l'universalità dei pensionati e dei lavoratori italiani no. E quindi, se si parla di Roma, Napoli, Milano, ok. Poi ci appassioniamo moltissimo perché questa categoria rappresenta un'idea di città non spendibile in Europa.
 
Anche lei fu attaccato dai tassisti. Per questo ora li mette in secondo piano?
No, ero stupefatto dai titoli sui giornali, tutti sui taxi. Avevo avuto minore attenzione facendo una cosa unica in Europa, e cioè la liberalizzazione del sistema elettrico. Per intenderci, avevo spacchettato l'Enel, che adesso è un attore mondiale.
 
Due mesi sono pochi per giudicare, ma come si sta a bordo di un governo tecnico?
Vedo più luci che ombre, se non altro per come è cambiato il glossario del governo, che ci ha riportato sui problemi reali. Ha fatto parecchie cose buone, però alcune scelte non vanno bene. Riguardo alla riforma delle pensioni, non avere ragionato sui meccanismi di transizione è un guaio serio che va aggiu­stato. Penso ai lavoratori precoci, quelli che si trovano senza lavoro, senza ammortizzatori, senza pensione. Bisogna aggiustare il tiro, e il governo si è impegnato a farlo.
Sulla lotta all'evasione fiscale, secondo Vincenzo Visco si sta agendo con timi­dezza.
Monti ha dato un segnale forte, pedago­gico: mai più condoni. Anche la pressione mediatica è importante, ma si può fare di più.
 
Che cosa, dica.
Banche dati interconnesse per creare una normale fisiologia di fedeltà fiscale. Consen­tire al fisco di guardare i movimenti bancari è positivo. Tuttavia sulla tracciabilità avremmo fatto un passo in avanti, con misure scomode come l'elenco clienti fornitori, che è una delle chiavi fondamentali della banca dati. Insomma, noi la metteremmo ancora di più sullo strutturale: facciamo una Maastricht della fedeltà fiscale, un 2 o 3 per cento in più o in meno del livello europeo, andando a prendere i meccanismi di banca dati che funzionano meglio in Europa. Tassare a cascata gli enti locali che magari vogliono calibrare la pressione a seconda del reddito diventa paradossale di fronte a una base di imposizione poco credibile Le regioni applicano il ticket secondo il reddito, poi ti trovi quello esente che parcheggia il suv davanti alla farmacia.
 
Perché è così difficile incrodare tutti i dati che segnalano gli evasori?
Noi, nel 2008, abbiamo perso un pezzo delle nostre elezioni sulla questione elenco clienti fornitori. Mascherata sotto il tema del carico burocratico c è la volontà di aggirare il fisco. Ma adesso basta: tu cittadino ti accolli un minimo di carico burocratico in nome della fedeltà fiscale. Abbiamo cominciato, ora andiamo avanti, per favore.
 
E che altro dice a Monti dopo due mesi di coabitazione, anzi di sostegno.
Le dico quali dovrebbero essere i prossimi passi. Primo, una mozione unitaria con tutti i partiti sui grandi terni europei. Secondo: sull'agenda di governo va fatta una mossa ulteriore per creare un rapporto stabile tra esecutivo e gruppi parlamentari. Terzo: i partiti devono fare subito un calendario per le riforme istituzionali ed elettorale.
 
Regolamenti parlamentari, bicamera­lismo, riforma elettorale, costi della politica... mettervi d'accordo su tutto in tempi brevi sarà impossibile.
No, se ciascuno dice: ok ho la mia posi­zione, ma faccio uno sforzo. Il peggio del peggio sarebbe arrivare dopo un anno senza avere portato a casa qualcuna di queste cose.
 
Su «Panorama» Pier Ferdinando Casini ha lanciato il suo personale auspicio, dopo Monti, di una grande coalizione con lei e Angelino Alfano al governo.
Alfano e Bersani sono due italiani leali verso l'Italia che però la pensano diversa­mente. E penso che la democrazia respiri in questa dialettica. Il prossimo appuntamento elettorale sarà di ricostruzione, ciascuno schieramento presenterà il suo programma per la ripartenza dell'Italia. Io auspico un bipolarismo civilizzato, alternativo sulle grandi questioni. Per esempio: toniamo ai meccanismi di semplificazione populistica, col nome sul simbolo, il maggioritario estre­mizzato e il consenso che viene prima delle regole, o andiamo a riformare la democrazia rappresentativa dove ci sono i partiti, le coali­zioni, dove c è un sistema parlamentare più efficiente, dove i leader sono pro tempore e vengono fuori da un processo politico? Anche sul tema sociale dobbiamo chiarirci: o faccia­mo un po di ridistribuzione o non possiamo avere crescita. Siamo alla disparità non più tollerabile dei redditi. Poi c’è il terzo punto, il civismo: dovremo rilanciare il sistema delle regole nella vita comune e qui c'è un campo sterminato che va dalla legalità alla giustizia, dalle donne agli immigrati.
 
L'attuale sistema elettorale non garanti­rebbe questo processo?
Tutti pensano che non si può continuare cosi, e quando vedo riaffiorare antichi legarvi fra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi penso che in tale illusione disastrosa ci potrebbe essere l'idea di andare avanti con questo meccanismo per fare ciascuno pulizia in casa propria. Spero che non si arrivi a questo, sarebbe un disastro. Per fare pulizia in casa tua non puoi far crollare la casa di tutti.
 
Quando dice noi si riferisce ancora al Pd con l'Idv e con Nichi Vendola?
La ricostruzione presuppone un incontro tra forze progressiste, il Nuovo Ulivo, e forze moderate o di centro. Presuppone una piatta­forma comune di legislatura che si preoccupi, con una decina di riforme di fare democrazia contro il populismo e di aggiustare il patto sociale. Questo passaggio può influire sulla prospettiva. Quindi dico ad Antonio Di Pietro e a Vendola: il Pd si è caricato generosamente di questo passaggio, ben vengano le critiche, ma se si grida all'inciucio o al tradimento, non ci sto.
Quanto ritiene possibile un rapporto politico, se non una futura alleanza, con il movimento 5 stelle?
Invito il mio partito a tenere l'orecchio a terra e ad ascoltare tutto quello che si muo­ve, anche nel movimento 5 stelle. Però non credo alla possibilità di un rapporto politico. Quando il movimento esprime domande, le ascolto con rispetto, ma quando sento le soluzioni, non mi convincono. Non serve la demagogia.
 
Sul tema del lavoro, dopo tutti i di­stinguo, riuscirete ad approdare a una posizione unitaria?
Da un anno ci occupiamo del tema, abbiamo tenuto un centinaio di assemblee locali e due nazionali. Il Pd è diviso? No, abbiamo fatto la nostra proposta al tavolo delle forze sociali. Al 90 per cento ci vede tutti d'accordo. La minoranza la tuteliamo come un patrimonio prezioso.
 
Ma quanto tempo impiega, tutte le volte, a negare le divisioni dentro il suo partito?
Non è facile abituarsi all'idea che ci sia una democrazia dei partiti dove il leader non è indicato dalla Madonna, ma risulta da un meccanismo competitivo. Qui ci sono una maggioranza e una minoranza, ma quando si arriva al dunque sappiamo decidere. Non do la colpa ai giornalisti, mi rendo conto che stiamo proponendo un altro sistema politico. Due anni fa ho detto: non metterò mai il mio nome sul simbolo. Qualcuno poteva chie­dersi: ma questo, che si è beccato 1 milione e mezzo di voti alle primarie, che idee ha in testa? È inutile che mi girino attorno. Non ho carisma? Il mio carisma è questo.
 
Quante volte si è sentito messo in dif­ficoltà da Susanna Camusso, la leader della Cigl?
Non sono stato sempre d'accordo con la Cgil, con la Cisl o con la Uil, ma ancora meno con un governo che puntava sulla loro divisione. Mi sembrava puro masochi­smo. Ora vedo che il sindacato si presenta al tavolo del ministro Elsa Fornero con la sua piattaforma. È un bene. I tavoli sono fatti perché ognuno lasci li qualcosa e tutti assieme si prenda su qualcosa. I tavoli sono drammatici, non sono inciucio, sono il luogo della sofferenza.
 
Ha mai pensato a quando riterrà con­clusa la sua esperienza di segretario?
Ho una missione: devo svezzare questo bambino. Il Pd ha 4 anni, è nato da una cosa che non si è mai vista, cioè da culture e politiche diverse che si sono date un'idea comune. Questi quattro anni ci dicono che siamo troppo giovani per avere risolto tutto, ma che non siamo più un esperimento falli­to, Acca a noi. Devo mettere in sicurezza la prospettiva del partito riformista del nuovo secolo. Se pensassi che questo partito ci fosse già, me ne andrei adesso.
 
L'emergenza economica e politica ha relegato in secondo piano i rottamatori. Col senno del poi, riconosce a Matteo Renzi qualche ragione?
Ho sempre riconosciuto a Renzi la volontà di dare al Pd il senso di un contenitore vivace e mi dispiacerebbe, ora, vedere indebolita questa vivacità. Però ribadisco: tutto quello che si dice deve suonare corre lealtà alla ditta. Se non siamo solidali fra noi, perché dovrebbero essere solidali con noi?
 
Festeggia per i risultati degli ultimi son­daggi?
Guardi, abbiamo vinto le amministrative, Berlusconi è andato a casa e siamo il primo partito. Ma io festeggio per quello che ab­biamo seminato. Mi emoziona di più dire che siamo riusciti a mettere in formazione 2 mila giovani nel Mezzogiorno per un anno. Oppure avere allestito una specie di anagrafe, i circoli ondine, dove saranno collegati i nostri iscritti. Nei prossimi mesi potrò parlare in rete con tutti i farmacisti e i tassisti iscritti al Pd. O con quelli nati nel 1952 che magari mi insulteranno per la riforma delle pensioni.
 
Secondo lei, si devono ancora fare i conti con Berlusconi?
Guardo avanti, non mi interessa metterlo nel mirino. Credo che influenzi largamente la situazione, ma voglio augurarmi che prospetti per sé un futuro da leader, perché i leader a un certo punto sanno lanciare le fasi nuove ed essere generosi sul futuro.
 
Hanno ancora senso propositi di «disce­se in campo» di personaggi come Luca Cordero di Montezemolo?
La politica ha bisogno di persone nuove, ma le persone nuove devono emergere da un percorso politico. Il ritornello Monte­zemolo si presenta o non si presenta mi appassiona poco.
 
E di Corrado Passera si preoccupa? Sono sempre più insistenti le voci di una sua candidatura con un movimento appog­giato dalla Chiesa...
Passera dove, come, con chi, con quali voti? Benvenuti quelli che dicono: voglio dedicarmi alla politica, ma mi aspetto che dicano attraverso quale strada. Non può esistere più l'uomo solo al comando che si alza al mattino e dice: io amo l'Italia.
 
Quindi niente più ausiliari?
No, non è che finita questa storia torniamo al manuale Cencelli. Ma non è il tasso tecnico di un ministro che fa la differenza. Il governo può ospitare personalità non suddite del partito, ma i partiti sono fondamentali per tenere insieme il Paese, il Nord e il Sud, e per rendere stabili le maggioranze. Detto questo, alt. Finito Monti torna il pur simpatico Cle­mente Mastella? Non credo.
 
I partiti servono anche nella Rai?
No, sia chiaro che a marzo, se capita ancora di fare il cda con i partiti, io non partecipo, facciano loro.
 
Può nascere un nuovo partito dei cat­tolici?
Quest'anno festeggeremo i 50 anni del con­cilio: voglio che alla festa nazionale del Pd si discuta anche di questo. Incrociando gli esiti del Concilio Vaticano II con la Costituzione repubblicana, penso che l'idea di coagulare un partito attorno a una religione non sia proponibile. Non esiste in natura.
 
Senza Berlusconi, si chiude la stagione degli interventi sulla giustizia? Lascerete la faccenda nelle mani dei tecnici?
Se questo governo riuscirà a cambiare l'agenda e cioè a dirci: mi occupo prima dei problemi strutturali, quindi di circoscrizioni giudiziarie, del codice, dei tre gradi di giudi­zio, dei disastri del processo civile, io porterò il mio partito a qualsiasi convergenza. Il paradosso italico è che per 10 anni abbia­mo parlato di giustizia ed è il settore meno riformato e meno funzionante. Se il Pdl si convince di questo, io ci sto.
 
Il caso Penati ha scosso le fondamenta del Pd: serve un nuovo rigore anche a casa vostra?
Quell'inchiesta è stato un colpo duro che mi ha fatto soffrire e riflettere, sempre con la presunzione di innocenza. Nessuna cautela, la magistratura vada in fondo. Da parte nostra, abbiamo con l'occasione lavorato per rafforzare i meccanismi interni. Il partito deve trovare regole di ingaggio più strette, lo stiamo già facendo.
 
Con Maurizio Crozza lei è diventato più pop. A maggior ragione in questa fase servirebbero i comici per riavvicinare i politici all'opinione pubblica?
Potevo dirlo anche in latino che non stiamo qui a pettinare le bambole. Ma mi piace l'idea di runa politica al di sotto della sua solennità. Non credo, come qualcuno dice, di avere consentito a un comico di ridicolizzare la politica. Quindi penso che, sì, una comicità che critica senza volgarità e becerume può riavvicinare noi politici alla gente.

 

 

Da Libero di Martedì 22 Gennaio 2012
 
Quadruplicato il balzello sui ricorsi
 
Tassate anche le liberalizzazioni
 
Di Sandro Iacometti
 
      Far valere i propri diritti può costare fino a 5.864 euro. Alla faccia delle liberalizzazioni. Nelle pieghe del decreto vara­to venerdì scorso dal Consiglio dei ministri, che dovrebbe favorire la concorrenza, abbas­sare le tariffe e tutelare i consu­matori, spunta l'ennesimo balzello. La sorpresina è con­tenuta nella parte alta del provvedimento, quella, per in­tendersi, che contiene i cavalli di battaglia dell'in­tera riforma, a partire dalla li­beralizzazione delle attività economiche e riduzione degli oneri amministrativi sulle im­prese». Subito dopo, articolo 2, ci sono le norme che istituisco­no il cosiddetto tribunale delle imprese, nuovo organismo in­caricato di risolvere tutte le con­troversie in materia societaria, comprese le class action promosse dai consumatori. Il testo messo a punto dal premier Ma­rio Monti e dal Guardasigilli Paola Severino, in sostanza, prevede l'allargamento delle competenze delle sezioni specializzate di alcuni tribunali maggiori che, dal 2003, si occu­pano di dirimere le questioni sulla proprietà industriale e sul diritto d'autore. In capo a questi uffici, che secondo gli esperti dell'Istituto Bruno Leoni saran­no completamente ingolfati an­nullando così qualsiasi vantag­gio previsto dal legislatore, oltre alle azioni di classe, finiranno tutte le impugnazioni di delibe­re e decisioni degli organi sociali delle imprese, le cause tra soci e società, quelle relative al trasfe­rimento delle partecipazioni sociali, quelle sulle azioni di re­sponsabilità promosse dai creditori delle società controllate contro le controllanti, quelle contro i componenti degli orga­ni amministrativi o di controllo e, infine, quelle relative a con­tratti pubblici di appalto di lavo­ri, servizi o forniture di rilevanza comunitaria.
 
      Il bello arriva al comma 2, in cui si prevede che «in materia di spese di giustizia» per i «proces­si di competenza delle sezioni specializzate il contributo unifi­cato è quadruplicato». Il "con­tributo" altro non è che un'im­posizione fiscale sugli atti giudi­ziari. Si tratta del balzello che, in base al testo unico in materia di spese di giustizia (dpr. 115/2002), ha riunito tutti i bolli e diritti di cancelleria il cui pa­gamento è necessario per ini­ziare qualsiasi processo. Ad al­zare un po' le tariffe dello Stato ci aveva già pensato il vecchio governo, nella manovra di lu­glio. Ora, con il nuovo tribunale delle imprese, la tassa aumenta addirittura di quattro volte. La somma piena, 5.864 euro, si pa­gherà per tutte le cause che fini­scono davanti alla Corte di Cas­sazione per valori (che in mate­ria societaria non sono affatto elevati) al di sopra di 520mila euro. Prima il balzello era di 1.466 euro. Stesso discorso per lo scaglione inferiore (da 260mila e 520mila).
 
       La tassa schizza da 1.056 a 4.224 euro. Le cifre vanno poi a scendere per i processi di valore inferiore e per i primi gradi di giudizio, in cui, per un arzigogolo difficilmente comprensibile, si prevede che la quadruplicazione della tassa si applichi su una cifra dimez­zata rispetto a quella ordinaria, cosa che avviene normalmente nelle cause di lavoro. Il risultato è che si pagheranno 2.112 euro (invece di 1.056) per i processi di primo e secondo grado tra i 260mila e 520mila euro, 1.320 (invece di 660) per quelli tra 52mila e 260mila e così via. Fino ad arrivare a 74 euro (invece di 37) perle cause sotto i 1.100 eu­ro. Il gettito aggiuntivo, così co­me già previsto dalla manovra di luglio, finirà in un fondo pres­so il ministero dell'Economia per la realizzazione di interventi urgenti in materia di giustizia civile, amministrativa e tributa­ria. Nobile scopo. Resta, però, da capire per quale motivo per consentire a imprese e consu­matori di difendere con più fa­cilità i propri diritti si debba far pagare il sovrapprezzo.
 

 

Da Libero di Martedì 24 Gennaio 2012
  
La fissa dei prof: impoverire il ceto medio
 
L’ideologia socialista che anima il governo Monti rivelata a La7 dall’economista Messori. Che dei tassisti dice: solo da noi hanno i soldi. Dovrebbero essere straccioni come in Usa
 
Di Franco Bechis
 
     Marcello Messori è pro­fessore ordinario di Economia politica all'Università romana di Tor Vergata. Economista di area, fu consigliere di Massimo D'Alema a palazzo Chigi e vi ri­mase anche l'anno successivo con Giuliano Amato. Editoriali­sta del Corriere della Sera, è convinto sostenitore del gover­no di Mario Monti, così come dei provvedimenti recente­mente presi nel decreto legge sulle liberalizza­zioni. Ieri mattina, ospite di Omnibus La7, ha sostenuto di essere perfino più ottimista del premier sugli ef­fetti che avranno sul Pil. Sono di­scussioni e stime che lasciano un po' il tempo che trovano, perché qualsiasi contro­prova potrà esserci solo fra qualche anno, quando for­se Monti non sarà più a palazzo Chigi e lo stesso Messori avrà dimenticato l'entusiasmo di queste ore. Natu­ralmente nel di­battito ci si è inca­gliati come avvie­ne in questi giorni sulla liberalizza­zione delle licenze dei taxi, che eco­nomicamente so­no uno dei settori meno rilevanti, ma che per l'effi­cacia e la durezza delle proteste sono divenute l'argo­mento chiave su cui dividersi.
 
ANOMALIA ITALIANA
    Nella discussione, un po' an­data in onda, un po' proseguita nei fuori onda, a un certo punto il professor Messori è sbottato: «La vera anomalia italiana è nel fatto che i tassisti fanno parte del ceto medio. Non accade da nessuna altra parte del mondo. Guardate negli Stati Uniti, a fare i tassisti sono gli ultimi immi­grati, dal portoricano all'india­no di turno...». Ecco l'argomen­to chiave finalmente sfoderato, che fa comprendere meglio di ogni altro il vero senso di molte liberalizzazioni contenute nel pacchetto Monti-Passera. La caduta dei monopoli è uno de­gli obiettivi naturali dell'econo­mia liberale, così come la pro­mozione della concorrenza. Ma per usare questi termini - mo­nopolio e concorrenza - ci vo­gliono anche dimensioni e fat­turati degni. Giusto usare questi termini se ci si riferisce a macro settori dei servizi e delle utili­ties. È evidente che non sia que­sto 21 caso di tassisti e farmacie.
 
     Lì il tema è assai semplice: esi­ste una domanda di taxi o di farmacie assai superiore all'of­ferta attuale? Perché se esiste, e magari esiste in un comune e un po' meno in un altro, è giu­sto più che liberalizzare, au­mentare il numero di licenze esistenti. Questa domanda pe­rò non se l' è fatta chi ha scritto il decreto, e la sensazione è che le ragioni di fondo siano molto vi­cine a quelle candidamente so­stenute dal professore Messori: tassisti e farmacisti guadagna­no troppo rispetto ad altri Paesi. Bisogna redistribuire il loro red­dito considerato eccessivo fra più soggetti.
 
LIVELLARE AL BASSO
     Magari alla fine non cambie­rà nulla per il Pil italiano, per­ché averne mille che guadagna­no 3 mila euro al mese o averne duemila che ne guadagnano 1.500 non porta crescita né valore aggiunto. Anzi, livellando verso il basso la società, l'effetto più probabile è quello di una depressione dell'economia e dei consumi. Certo con questa filosofia che vale per i tassisti e an­che per farmacisti (ma in fondo pure per i notai e gli altri professionisti) il li­beralismo non c'entra un fico secco. La logica sem­mai è quella social­-comunista, già spe­rimentata senza grande successo nella vecchia Unio­ne Sovietica e nella Cina popolare. Con questo metodo si­curamente cambia qualcosa nei livelli di reddito delle ca­tegorie interessate, ma c'è poco di cer­to anche sotto il profilo dei vantaggi dei consumatori, perché nessuno ha calcolato i margini di oscillazione del­le tariffe prima di procedere alla libe­ralizzazione di un settore. Nel settore taxi le tariffe italia­ne cambiano qual­cosina da città a città, ma nel con­fronto europeo e perfino in quello internazionale non ci sono grandi spazi di flessibilità. Il co­sto a km come il costo orario a Roma e Milano è nettamente inferiore a quello di Berlino e Londra e simile a quello di Pa­rigi. Il costo orario cambia inve­ce le proporzioni, a seconda del traffico esistente. Solo che gran parte del pacchetto liberalizza­zioni ha proprio l'obiettivo Messori: non il consumatore, ma la livella del settore. Ha pur­troppo ragione quindi chi te­meva che fossero fatte "contro" qualcuno e non in favore della maggioranza dei cittadini.

 

 

Da Il Giornale di Martedì 24 Gennaio 2012
 
 
Di Pietro torna pm: presto un’altra Mani pulite
 
Fa il megafono delle Procure e lancia avvertimenti: «In Lombardia situazione compromessa. Al voto entro l’anno»
 
Di Stefano Filippi
 
     È l'ora di Tonino Di Pietro. Abituato a tenere il piede in più calzature, il che gli consente di avere a disposizione parecchie scatole di scarpe con cui restitui­re i prestiti, mette a punto la stra­tegia di sostenitore/oppositore del governo Monti. E siccome sia­mo alla vigilia del ventesimo an­niversario di Mani pulite, l'ex pm rispolvera il vecchio sistema. Av­vertimenti. Segnali. Messaggi in codice. Leggere l'intervista di ie­ri al Quotidiano nazionale per credere. A partire dal titolo: «Pre­sto un nuovo '92 porterà al voto». Dove si condensa tutta una serie di previsioni: le tangenti, le in­chieste, le manette, un'altra clas­se politica spazzata via, partiti cancellati, nuove elezioni purifi­catrici.
 
     Vent'anni fa non gli andò be­ne. Il pool di Milano voleva ripuli­re l'Italia, moralizzarla. Si mosse a senso unico, colpendo Dc e Psi ma salvando il Pci, come oggi ri­conosce anche un insospettabile come l'ingegner Carlo De Bene­detti. Adesso il clima sociale è te­so come quando Giuliano Amato alleggerii conti in banca degli ita­liani. La politica è da anni sotto ac­cusa. Molti si chiedono se sta per scatenarsi un'altra bufera come quella che dal Palazzo di giusti­zia di Milano squassò il Paese. To­nino non ha dubbi.
 
     A chi sono indirizzatele allusio­ni nemmeno troppo velate del leader dell'Italia dei valori? Ver­so il Pdl, in particolare uno dei suoi uomini più rappresentativi, il governatore lombardo Roberto Formigoni. «Ho le antenne lun­ghe, io», rivela Tonino. E che cosa hanno captato? «Ho sentito il di­scorso di Bossi a Milano». Capi­rai, basta collegarsi a internet da qualsiasi angolo del mondo. «E ho captato i rumors sulla regione Lombardia...». Ecco le fonti dell'ex magistrato che ha terrorizza­to la classe dirigente italiana: non atti giudiziari, provvedimen­ti, dati di fatto, ma i «rumors», le voci, i pettegolezzi.
 
     Dunque, le chiacchiere dicono «che siamo solo all'inizio. Esatta­mente vent'anni fa, il 17 febbra­io, Mario Chiesa veniva arrestato e Craxi lo definì un "mariuolo" pensando di potersi salvare». For­migoni come Craxi: ecco il bigliet­to messo in bottiglia da Tonino e affidato al mare magnum della carta stampata. «Altro che "fatti singoli e personali", qui siamo al­la resa dei conti giudiziaria e poli­tica. Molta gente sta parlando e si scoprirà presto che quello era un sistema». Quello di Di Pietro è un vero bacio della morte per la giun­ta lombarda: «In Lombardia la si­tuazione è compromessa e credo che si dovrà votare entro l'anno». Il destino è segnato, la fine è vici­na, Formigoni non ha scampo, parola dell'uomo che lapidò la Prima Repubblica.
 
     Non è finita. La rete di dicerie gettata da Tonino riserva altre sorprese. «Il sistema lombardo vi­geva e vige anche a Roma, a Paler­mo...», dice. Attenzione, dun­que: l'occhio lungo e il grande orecchio del guru dell'Italia dei valori capta terremoti a catena. Il raggio degli avvertimenti infau­sti è molto esteso. Esso abbraccia un orizzonte che non è soltanto geografico. Roma è il cuore della politica, la sede dei palazzi del po­tere. E allora ce n'è anche per Ma­rio Monti. «Tra poco ci saranno le amministrative - rivela Di Pietro -. Se Bossi vuole vincere dovrà al­learsi con Berlusconi che dovrà staccare la spina a Monti». E due: anche il premier varesino (come il Senatùr) ha i giorni contati. Ha varato «un decreto equilibrista scritto con spirito democristia­no»: e sappiamo quale fine abbia fatto la Dc dopo la «cura Di Pie­tro».
 
      Nemmeno il presidente del consiglio è esentato da consigli si­nistri: «Credo che Monti farebbe meglio a decidere di vivere un giorno da leone, perché non è det­to che possa viverne cento da pe­cora». Insomma, anche per il sal­vatore della patria è arrivato il mo­mento degli scongiuri. Perché To­nino non si limita ai paragoni con il mondo agreste, a lui così fami­liare. La sventagliata contro l'ese­cutivo è ampia. «Non ci piaccio­no le liberalizzazioni finte. Sulle banche si tratta solo di belle paro­le. Il governo costringe tutti, an­che i pensionati, ad aprire un con­to corrente». Un favore alle ban­che?, s'interroga l'intervistatore. «A me no di certo», ribatte Di Pie­tro. La situazione finanziaria sua e del partito è già a posto. E poi Monti dovrebbe darsi una mos­sa. «Dovrebbe sciogliere subito Ferrovie spa. Stessa fine dovreb­be fare l'Anas». Gesti scaramanti­ci anche su binari e autostrade.

 

 

Da Italia Oggi di Martedì 24 Gennaio 2012
 
Le coop rosse sul mattone di stato
 
In Emilia-Romagna la manutenzione degli uffici è roba loro
 
Di Stefano Sansonetti
 
     Quando giocano in casa non c'è niente da fare, vincono sempre loro. E risulta del tutto vel­leitario cercare il colpaccio in trasferta. L'Emilia-Romagna è un inespugnabile fortino delle cooperative cosiddette «rosse», ovvero quelle associate alla Le­gacoop. Ultima prova in ordine di tempo? Il ministero dell'eco­nomia ha appena aggiudicato un appalto per i servizi di facility management degli immobi­li pubblici in Emilia-Romagna, «adibiti prevalentemente a uso ufficio». In pratica in ballo c'era tutta una serie di servizi che vanno dalla manutenzione degli immobili alla loro pulizia, dallo smaltimento dei rifiuti al facchinaggio. Ebbene, il lotto re­gionale di riferimento, che pre­vede un massimale di fornitura di 91 milioni e 500 mila euro, è stato aggiudicato a un rag­gruppamento temporaneo di 8 imprese. Peccato che i di queste siano direttamente o indiretta­mente riconducibili all'area di Legacoop, l'associazione delle coop «rosse» presieduta da Giu­liano Poletti.
 
      Del raggruppamento, tanto per fare una rapida rassegna, fa parte la Coopservice società cooperativa per azioni. Si trat­ta di una realtà molto grande in provincia di Reggio Emilia, che non soltanto aderisce alla Legacoop, ma di fatto detiene il 100% della Simtek spa, altra società presente nel gruppo che si è aggiudicato (appetitosa commessa. A seguire scopriamo la Euro&Promos Group, so­cietà cooperativa che verrebbe da definire «straniera», visto che ha la sua sede principale a Udine. Anch'essa, però, ha il bollino della Lagacoop ed è ri­uscita a inserirsi nel raggrup­pamento vincente. Ancora, fa parte della fortunata pattuglia la CPL Concordia, società co­operativa con sede in quel di Modena e solido radicamento all'interno di Legacoop. Non solo, perché la CPL risulta de­tenere anche il 50% della Cri­stoforetti servizi energia, altra società inserita nel raggruppa­mento temporaneo d'imprese a cui è stato affidato l'appalto. A seguire ci si imbatte nel Con­sorzio Cooperative Costruzioni, società cooperativa con sede a Bologna e affiliazione. tanto per cambiare, a Legacoop. E troviamo la Gesta, la cui for­ma giuridica è quella di società per azioni ma il cui capitale fa capo al Ccpl, ovvero al Consorzio Cooperative di Produzione e Lavoro, anche questo, neanche a dirlo, aderente a Legacoop. A chiudere, nel gruppo spunta anche una srl, la Pulirapida, a quanto pare l'unica e non essere né cooperativa né asso­ciata all'organismo guidato da Poletti.
 
     La gara, i cui documenti sono stati predisposti dalla Consip, la società del Tesoro che funge da centrale acquisti per la pubblica amministrazione, prevede che il lotto regionale dell'Emilia-Ro­magna (l'unico finora assegnato su 12 lotti) possa essere inte­grato da servizi aggiuntivi per un ulteriore importo massimo di 18 milioni e 300 mila euro. Ma anche su questo, come sul resto, le mani delle coop «rosse» sono ben salde.
 

Da Il fatto Quotidiano di Martedì 24 Gennaio 2012

 

 


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