30-01-2012

Servizio segnalazione articoli e commenti di Lunedì 30 Gennaio 2012

 

 

 

 

 

Da L'espresso 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal Corriere della Sera di Lunedì 30 Gennaio 2012
 
CONTI PUBBLICI, DEBITO E CRESCITA
 
SPENDERE MENO NON E’ IMPOSSIBILE
 
Di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
 
      Molti investitori (ma anche il Fondo moneta­rio e l'Ocse) temono che l’Europa e l'Italia possano avvitarsi in una spirale pericolosa. Debiti elevati (in rapporto al Pil) richiedono politiche di bi­lancio restrittive; queste ge­nerano recessione e abbas­sano una crescita che già langue, col risultato che il rapporto debito-Pil, anzi­ché ridursi, cresce. A que­sto punto si rendono neces­sari aggiustamenti fiscali ancora più forti, e così via. Da anni ci dibattiamo in questo dilemma. Come uscirne?
 
     L'esperienza di grandi correzioni dei conti pubbli­ci attuate in alcuni Paesi in­dustriali insegna due cose fondamentali. Primo: corre­zioni dei conti ottenute ri­ducendo la spesa pubblica sono state meno recessive di quelle attuate aumentan­do le tasse, e quindi sono state più efficaci nel com­primere il rapporto debi­to-Pil. Secondo: le correzio­ni che hanno avuto succes­so (perché non hanno cau­sato recessioni) sono state accompagnate da liberaliz­zazioni. Il motivo è che l'apertura dei mercati ha compensato i potenziali ef­fetti recessivi del taglio del deficit.
 
     Come si spiegano questi risultati? Immaginiamo una riduzione del deficit ot­tenuta alzando le tasse. L'ef­fetto sarà una riduzione del potere d'acquisto dei citta­dini. Non solo: i lavoratori (specialmente quando sin­dacalizzati) chiederanno e otterranno un aumento dei loro salari per compensare (almeno in parte) l'aumen­to delle tasse. Questo fa sali­re il costo del lavoro per le imprese. Il risultato: più co­sti e meno consumi.
 
      Inoltre, se lo Stato non ri­duce la spesa, i cittadini si aspetteranno che prima o poi le tasse aumentino di nuovo: un altro motivo per cui i consumi languono. Immaginiamo invece tagli di spesa che permetta­no di ridurre almeno di un po' la pressione fiscale. Il meccanismo che s'instaura è opposto. Il costo del lavo­ro tende a scendere (per­ché si riduce il cuneo fisca­le) e la riduzione di consu­mi dovuta ai tagli di spesa (che comunque sarebbe modesta se si tagliasse spe­sa improduttiva) è compen­sata dalla riduzione del co­sto del lavoro. Questo con­sente alle imprese di abbas­sare i prezzi soprattutto se le liberalizzazioni sono ac­compagnate da un rafforza­mento dell'Antitrust. Inol­tre, le liberalizzazioni fan­no crescere la produttività: un altro motivo per cui i prezzi potrebbero scende­re.
 
     Quindi: bene le liberaliz­zazioni del governo Monti e le riforme (per ora solo annunciate) del mercato del lavoro. Bene la riforma delle pensioni. Male invece la decisione di ridurre il de­ficit aumentando le tasse, senza tagliare la spesa.
 
      Il governo ha davanti an­cora un anno: abbastanza per correggere la parte in­soddisfacente del suo pro­gramma. Anche gli investi­tori conoscono gli studi che mostrano che solo riduzioni di spesa sono in grado di allentare la morsa del debito. Una correzione di rotta farebbe scendere i tassi di interesse aiutando la crescita.
 
      Resta molto lavoro da fa­re, ma siamo certamente avanti rispetto alla Francia dove Fraçois Hollande, candidato socialista che po­trebbe vincere le presiden­ziali di maggio, promette aumenti (non tagli!) di spe­sa per 20 miliardi di euro, accompagnati da maggiori imposte per 26 miliardi e una riduzione (proprio co­sì) dell'età pensionabile a sessanta anni. Basterebbe il suo programma per far togliere tutte le «A» al debi­to francese.

 

Dal Corriere della Sera di Lunedì 30Gennaio 2012
 
TAGLI AI COSTI DELLA POLITICA FERMARE IL PARTITO DEL RINVIO
 
Di Sergio Rizzo
 
      Di annunci mai seguiti da fatti concreti ne abbiamo già sentiti troppi. Sarebbe perciò avvilente se pure questa volta finisse così. Se gli uffici di presidenza di Camera e Senato, che oggi dovrebbero prendere provvedimenti per tagliare costi e privilegi, partorissero decisioni da ratificare in futuro, da sottoporre a nuove verifiche, da applicare soltanto a partire dalla prossima legislatura.
 
     Peggio ancora se non si dovesse arri­vare a mettere la parola fine, e senza pa­sticci, a faccende scandalose come quel­la degli assistenti parlamentari, da de­cenni in attesa di essere riconosciuti e retribuiti come tali mentre i soldi che sono a loro destinati vengono talvolta intascati dai parlamentari o versati nel­le casse dei partiti.
 
     Il fatto è che da quando è scoppiato il caso di certi costi insensati della poli­tica (da non confondere con quelli del­la democrazia, che invece dobbiamo es­sere orgogliosi di sostenere), si sta gi­rando senza costrutto intorno a un pro­blema che pochi sembrano davvero de­cisi a voler risolvere.
 
     I numeri dicono tutto: dal 2006 al 2010 le spese sostenute dai contribuen­ti italiani per il mantenimento degli or­gani costituzionali sono lievitate di 190 milioni di euro, con una crescita di 119 milioni per la Camera e di 47 per il Se­nato. Secondo l'Istituto Bruno Leoni il Parlamento è arrivato a costare a ogni cittadino italiano oltre 26 euro l'anno, il doppio rispetto alla Francia e due vol­te e mezzo rispetto al Regno Unito. Prendiamo le retribuzioni dei nostri rappresentanti: il problema forse più piccolo e sulla carta facile da sistemare, ma certamente il più sensibile per l'opi­nione pubblica.
 
     Sembrava che con la decisione di adeguarsi alla media euro­pea, imposta non senza fatica da Giulio Tremonti e subito oggetto di un picco­lo sabotaggio, si fosse quantomeno arri­vati a un punto fermo. Ma subito è co­minciato il fuoco di sbarramento. Pri­ma sono stati messi in circolazione stu­di di fonte non imparziale (la Camera) tesi a dimostrare che i parlamentari ita­liani costano meno dei loro colleghi eu­ropei: forse nella segreta speranza di salvare i trattamenti attuali. Poi si sono contestati i risultati della commissione presieduta da Enrico Giovannini, incari­cata di predisporre i confronti conti­nentali per stabilire la benedetta me­dia.
 
     Insomma, il partito del rinvio è in piena attività, con proseliti sempre più numerosi: evitiamo che vinca anche in questa occasione.

 

Da La Stampa di Lunedì 30 Gennaio 2012
 
Il Parlamento italiano è il più caro d’Europa
 
Ma a pesare è soprattutto la struttura, non gli onorevoli
 
Di Carlo Bertini
 
     Il dato in sé è impressionante e contiene uno dei paradossi del nostro Paese: i cinque grandi parlamenti nazionali d'Europa, Germania, Francia, Inghilterra, Italia e Spagna, costano 3,18 miliardi di euro l'anno, ma il Parlamento italia­no spende più della somma degli altri quattro messi insieme. E la sorpresa sta nel fatto che la colpa non è tanto degli stipendi della Casta, bensì dei costi di una struttura molto più di­spendiosa. La storia parte da lontano, se è vero, come raccontano i più an­ziani, che nel 1946, subito dopo il fasci­smo, si ritenne che fosse opportuno tenere il Parlamento sempre «aperto e agibile, un presidio democratico», con quel che ne conseguiva in termini di turni dei commessi e di apparati di sicurezza. Oggi non è più così, da anni si chiudono i battenti alle 22 e una del­le polemiche sotterranee investe pro­prio il dispendio di risorse. Per una struttura che, di norma e salvo casi rari, potrebbe tranquillamente fer­marsi due ore prima, evitando di far rimanere funzionari e documentari­sti in servizio permanente effettivo pagandogli pure gli straordinari.
 
     Ma il problema non è la quantità della forza lavoro, tanto meno la qua­lità, vista l'alta professionalità ricono­sciuta a tutte le maestranze di ogni ordine e grado, dai funzionari di pri­ma fascia fino ai barbieri. In Italia e Regno Unito, il numero di dipendenti per i due parlamenti è simile (1.620 contro 1.868) ma a fare la differenza è il costo pro capite. Per dirla con Francesco Grillo della London School of Economics, che insieme ad Oscar Pa­squali ha curato un'inchiesta per il think-tank Vision, gli altri parlamenti nel corso degli anni «hanno preferito assumere molti meno commessi e ste­nografi e viceversa molti più giovani assistenti che affiancano i parlamen­tari nel loro lavoro».
 
     Dall'analisi comparata delle cin­que più importanti «camere basse» d'Europa (Montecitorio, Bundestag, Assemblée Nationale, House of Com­mons e Congreso de Los Deputados) emerge che «non è il costo dei depu­tati italiani a determinare questa si­tuazione». Perché la spesa per le re­tribuzioni dei parlamentari in carica e in quiescenza è pari a poco più di un quinto del totale del bilancio 2011 di 1,66 miliardi di euro: dove il costo per il personale in servizio e in quiescen­za è del 42,8%, contro il 23,8% desti­nato ai parlamentari. E quindi, una delle conclusioni dell'inchiesta di Vi­sion è che la norma inserita nella fi­nanziaria di luglio che stabili di equi­parare il costo dei parlamentari alla media europea avrebbe dovuto pre­scrivere casomai di equiparare il co­sto del parlamento nazionale alla me­dia degli altri.
 
       Ad ogni cittadino italiano, il Parla­mento costa tre volte di più che in Francia (27,15 euro rispetto a 8,11 eu­ro), quasi sette volte più che in Inghil­terra (4,18 euro) e dieci volte più che in Spagna, (2,14 euro pro capite). E non è tanto il numero dei parlamenta­ri ad incidere (in Italia poco superiore alle medie europee) ma il costo del Par­lamento per deputato. «Più del 40% delle risorse del nostro palazzo sono as­sorbite dal personale della Camera. Stenografi o commessi - si legge nel do­cumento - che indivi­dualmente arrivano, al massimo dell'anzianità, ad avere sti­pendi superiori ad al­cune delle più alte ca­riche dello Stato». Ed è vero che i nostri parlamentari, a diffe­renza dei tedeschi, devono pagare i pro­pri collaboratori a valere su uno specifico rimborso a forfait, che proprio oggi verrà dimezzato con una delibera dell'ufficio di presidenza di Montecitorio. «Tuttavia, mentre il parlamento tede­sco (o quello europeo) paga diretta­mente assistenti parlamentari di quali­fica elevata, il parlamento italiano pa­ga, in misura maggiore, un numero as­sai più alto di commessi». E qui scatta l'accusa del rapporto Vision: «Se è ve­ro che non sono i parlamentari ad inta­scare la differenza di costo rispetto agli altri parlamenti europei, rimane una domanda ineludibile: come è possibile che i deputati italiani in cinquanta anni han­no consentito che cre­scesse e si consolidas­se il sistema retributi­vo più assurdo di un paese che pure ha co­nosciuto privilegi di tutti i tipi?».
 
      Passando dall'analisi alla proposta, tra le ipotesi su come riuscire a collega­re costi della politica e qualità dell'atti­vità legislativa e di governo, eccone una suggestiva: dare valore all'asten­sione, con una riduzione lineare dell'ammontare dei rimborsi elettorali col­legata all'incremento oltre una certa soglia della quota di rinunce at diritto di voto, per stimolare i partiti «a miglio­rare la propria credibilità».
 
      Uno dei membri del Progetto Vi­sion, Sandro Gozi, per anni di stanza a Bruxelles con Prodi e oggi deputato del Pd, sostiene che «oggi sono i giova­ni a pagare gli errori del passato per­ché noi delle nuove generazioni preferi­remmo avere due collaboratori in più pagati dalla Camera per preparare i dossier e fare meglio il nostro lavoro». L'accusa è che si sia lasciato lievitare un sistema «non più efficiente di quello di altri parlamenti, lasciando in una zo­na grigia il pagamento dei collaborato­ri: che adesso verrà pure rendicontato al 50% per lasciare il resto ai partiti. È ridicolo. Se avessimo avuto una strut­tura con costi meno elevati e il cosid­detto portaborse pagato dalla Camera, non avremmo avuto l'esplosione del­l'antipolitica».

 

Da La Stampa di Lunedì 30 Gennaio 2012
 
Camere con vista
 
Piatti da bebè e certificati. Nel palazzo si protesta
 
Di C. Ber.
 
      Con l'influenza che gira se ne sono accorti ora, an­che se il giro di vite era in vigore da settembre: ormai non basta un cer­tificato in carta sempli­ce firmato da un medi­co qualsiasi per risulta­re assente giustificato senza subire il taglio di 200 euro alla diaria. No, il nuovo corso all'inse­gna del rigore obbliga il deputato a munirsi ad­dirittura di un certifica­to di ricovero ospedalie­ro. I questori della Ca­mera, che hanno preso questa misura draconia­na, in questi giorni sono subissati di proteste di colleghi deputati che contestano il fatto che se uno ha solo la febbre alta e non corre al pron­to soccorso rischia di passare per fannullone. «E una delibera in vigo­re dal 2011 - spiega uno dei questori - e solo ora in effetti registriamo molte recriminazioni. Vediamo come poter fa­re, bisogna trovare una via di certificazione più semplice per chi sta ma­le ma non deve per for­za farsi ricoverare. For­se può bastare il sigillo del medico di base».
 
Porzioni ridotte
 
     Dicono che più della cri­si che impone di strin­gere la cinghia, quello delle mini-porzioni di pasta sia uno degli effet­ti indotti dalla chiusura della mensa di San Ma­cuto che fa moltiplicare il numero dei pasti ser­viti in altre mense del Palazzo, come quella sottostante il ristoran­te di Montecitorio. Gior­ni fa ha provocato qual­che scintilla un piatto di gnocchi più adatto a un infante che a un si­gnore di mezza età: ser­vito al self service per i dipendenti, frequenta­to anche dai giornalisti parlamentari e da molti deputati, da quando i prezzi del ristorante so­no raddoppiati. Tutti si riversano ormai lì e la grande affluenza fa sì che le porzioni non pos­sano più essere quelle di una volta. Racconta­no che una dipendente se la sia presa con una cameriera, sgridandola per aver servito «a un uomo di 60 anni un piat­to di 50 grammi di pa­sta come fosse un bam­bino». E l'episodio è rimbalzato ai piani alti. Dove negano di aver da­to disposizioni di dimi­nuire le porzioni, ma so­lo di riorganizzare i menù dopo l'aumento dei prezzi scattato a ini­zio d'anno.

 

Da Il Giornale di Lunedì 30 Gennaio 2012
 
SCALFARO SANTO, NOI NON CI STIAMO
 
Di Vittorio Feltri
 
    L’antiquariato della Repubblica italiana perde un altro pez­zo e va estinguendosi: è morto Oscar Luigi Scalfaro, il presidente del ribaltone. Fu lui, in­fatti, con la collaborazione malandrina di Massimo D'Alema e Roc­co Buttiglione, a convincere Um­berto Bossi ad abbandonare la maggioranza di centrodestra, pro­vocando così la caduta del primo governo Berlusconi. Tutto accad­de tra la fine del 1994 e l'inizio del 1995. Ci si aspettava che il capo dello Stato, uscito momentaneamente di scena il Cavaliere, sciogliesse le Came­re e indicesse elezio­ni anticipate. Nean­che per sogno.
 
    Il Quirinale, non contento di aver sot­tratto la Lega alla coa­lizione che appoggia­va l'esecutivo, si ado­però, coni citati com­plici (D'Alema e Buttiglione), a far traslocare i padani nel centrosinistra allo scopo di dar vita a un nuovo governo presiedu­to da Lamberto Dini, anche questi proveniente dalle file berlusconia­ne. Un capolavoro di scorrettezza, un tipico imbroglio italiano per­ché formalmente legittimo anche se, nella sostanza, irrispettoso del­la sovranità popolare. Paradossal­mente chi aveva vintole elezioni fu cacciato all'opposizione, e chi le aveva perse fu promosso alla gui­da del Paese.
 
      Ecco. Basterebbe l'episodio nar­rato a fotografare l'uomo, abile e spregiudicato, pronto a tutto per imporre la propria volontà ispirata dal cielo. Ma la sua storia è talmen­te piena di aneddoti che non può esaurirsi nel racconto del ribalto­ne. Anche perché, sotto la sua presi­denza (e regia) se ne registrò un al­tro, altrettanto clamoroso, alcuni anni appresso. A Palazzo Chigi c'era Romano Prodi, gongolante per aver ottenuto l'ingresso dell'Ita­lia nella moneta unica. Ma la sua fe­licità durò poco, perché Fausto Ber­tinotti, a un certo punto, gli votò contro e, euro o non euro, il Professore do­vette andarsene a ca­sa. Ancora una volta sarebbe stato oppor­tuno mobilitare le ur­ne, visto che Rifonda­zione comunista ave­va ritirato il suo sostegno alla maggioran­za. Ma Scalfaro diede l'incarico di formare un nuovo ministero a D'Alema. Il quale pe­rò non aveva i numeri, e se li procu­rò cooptando Clemente Mastella con un pezzo dell'Udc (allora Ccd) prelevato dal centrodestra. La mos­sa fu denominata ribaltino. D'Ale­ma stette in sella un annetto. Slog­giò dopo la sconfitta alle regionali. E il capo dello Stato lo sostituì con Giuliano Amato, che concluse la tri­bolata legislatura nel 2001.
 
     La vicenda di Scalfaro comincia nel 1941 quando si laurea in giuri­sprudenza all'Università Cattolica di Milano. Due anni più tardi entra in magistratura giurando fedeltà al fascismo. Fe­deltà si fa per dire; perché lui ci mette nulla a diventare antifascista e a strizza­re l'occhiolino ai partigiani. Vabbé, certi salti della quaglia ai tempi erano all'ordine del giorno. Finisce la guerra e Scalfaro, cattolico di ferro (ciò che non gli impedisce di gradire la condanna a morte di un im­putato), molto stimato da Giuseppe Pella, viene eletto nella Costituente per la Dc. E da quel momento sino a ie­ri rimane saldamente ancorato al Pa­lazzo. Un record eguagliato soltanto da Giulio Andreotti. Oscar Luigi fa subi­to parlare di sé. Nel 1950 il suo sguardo è attratto dalla scollatura generosa di una signora seduta al tavolino di un caf­fè. Lui si scandalizza e non si trattiene dall'esprimere alla donna la propria in­dignazione. Praticamente, gliene dice quattro, e, secondo una versione del bi­sticcio mai confermata, le ammolla uno schiaffo. Parte una denuncia che non arriva in fondo per intervenuta, provvidenziale amnistia.
 
     Una scioc­chezza? Sì, una sciocchezza che tutta­via rivelala personalità di questo politi­co nato a Novara da madre piemonte­se e padre napoletano. Un bigotto inos­sidabile e mai scosso dal dubbio, alme­no in apparenza. Tant'è che nel 1974 af­fianca Amintore Fanfani nella campa­gna referendaria contro il divorzio, in­viso alle gerarchie della Chiesa e di con­seguenza anche a lui. Vincono i divorzi­sti, la sinistra (la mentalità, la pseudo­cultura di sinistra) avanza e il democri­stiano di destra, anticomunista e bacia­pile, si eclissa. Trascorrono anni bui durante i quali Oscar Luigi cerca inva­no un rilancio. È Bettino Craxi a ricollo­carlo nel cono di luce, portandolo ina­spettatamente alla gloria del mondo: lo nomina ministro dell'Interno, dove resiste alcuni anni. Sdoganato. Nel 1989 crolla il Muro di Berlino. È l'inizio della crisi per la cosiddetta Prima Re­pubblica. Emerge la Lega. La Dc e il pentapartito governano male: gesti­scono il potere con l'unico intento di conservarlo, la corruzione non è tenu­ta a freno. In poche parole si intuisce che sta per succedere qualcosa di gra­ve, ma non si capisce cosa. Lo si com­prende benissimo nel 1992 quando An­tonio Di Pietro dà il via all'inchiesta Mani pulite e attaccano a fioccare avvi­si di garanzia. Le elezioni politiche in quell'anno si svolgono in un clima strano. I risultati non sono negativi per la Dc e i suoi alleati, ma neppure esaltan­ti.
 
    Francesco Cossiga, il picconatore, si dimette alcuni mesi in anticipo sulla scadenza naturale del mandato. E biso­gna eleggerne un altro. La Dc candida Arnaldo Forlani nella certezza di spun­tarla. Nossignori. Silurato. Ripiega su Andreotti. Bocciato pure lui. Panico. Che aumenta a causa della strage di Ca­paci, dove vengono assassinati Gio­vanni Falcone e la moglie Francesca con la scorta. Urge spedire al Quirinale un presidente. Chi? L'idea viene a Mar­co Pannella, laicista storico e ostile a ogni massimalismo. Un'idea geniale nella sua perversione: Scalfaro. Sono talmente avviliti i signori del Parlamen­to allo sbando da accoglierla con entu­siasmo.
 
    Incredibile ma vero, Oscar Lui­gi, già presidente (per un paio di setti­mane) della Camera e del Senato (provvisoriamente), viene votato per disperazione. Non fa una piega e sale al Colle. Intanto infuria Tangentopoli. Il pentapartito è sgominato dalla Pro­cura di Milano. L'ex Pci non ha più av­versari tranne Bossi e Gianfranco Fini, due comprimari. È il motivo per cui Sil­vio Berlusconi scende in campo e fon­da Forza Italia fra le risate generali dei professionisti della politica che lo con­siderano un fenomeno da baraccone. Errore. Il Cavaliere batte inopinata­mente Achille Occhetto. E va a Palazzo Chigi con un esecutivo tutto sommato migliore –se valutato oggi – di quello va­rato nel 2008.
 
    È noto quanto successo dal 1994 al 1995. Scalfaro ha una grana: lo accusano di aver intascato (lecita­mente) soldi dai Servizi segreti, una dotazione di denaro di cui in teoria egli non dovrebbe rendere conto (questio­ne di prassi). Però in quel periodo era necessario spiegare la destinazione di, ogni lira incamerata. Scalfaro vicever­sa non spiega l'uso fatto dei fondi rice­vuti quando era responsabile del Vimi­nale. Si rifiuta di farlo. E va in tivù, inter­rompendo una partita di calcio inter­nazionale, per dire agli italiani: «Io non ci sto». Come «non ci sto»? Tutti ci stanno e tu no? Inutile insistere: lui non cista, lo ripete con forza e nessuno replica. La magistratura fa un passo in­dietro e amen. Mah!
 
     Sui ribaltoni ci siamo dilungati e non aggiungiamo altro. Serve invece rammentare una legge di cui si è molto parlato: la «Par condicio», studiata ap­posta per comprimere la forza mediati­ca di Berlusconi, e dare a qualsiasi par­tito (grande, piccolo, non importa) lo stesso spazio televisivo su emittenti pubbliche o private, indifferentemen­te. La norma vige ancora.
 
     Questa in sintesi l'avventura politi­ca (e umana) di Oscar Luigi Scalfaro, uno straordinario bacchettone di suc­cesso involontario, che è stato capace di passare nel corso della sua esisten­za, non breve (93 anni), da strenuo di­fensore della democristianità ortodos­sa a paladino degli ex comunisti, nume tutelare della putrida decadenza del sistema politico che ha rovinato il Paese. Sono gli uomini come lui, rappresen­tanti di un mondo che non c'è più, ad aver causato il fallimento di ogni tenta­tivo di modernizzare il Paese. Infatti ora tutti lodano il defunto presidente emerito. Le dichiarazioni dei leader politici sono imbarazzanti: un coro di elogi alla melassa che invoca la imme­diata beatificazione di Scalfaro. No. Noi non ci stiamo. Indro Montanelli di­ceva di lui: lo abbiamo avuto come ca­po dello Stato per disgrazia ricevuta. Condividiamo il giudizio.

 

Da Italia Oggi di Lunedì 30 Gennaio 2012
 
Nel mirino dei poteri forti
 
Sono gli avvocati il principale obiettivo dell’abolizione assoluta delle tariffe professionali fortemente voluta da Confindustria. Ecco perché
 
Di Marino Longoni
 
     Il decreto legge sullo sviluppo abroga «le tariffe profes­sionali regolamentate nel sistema ordinistico». Una di­sposizione apparentemente semplice ma in realtà fonte di una serie di contraddizioni. Vediamo. I minimi inde­rogabili erano già stati cancellati dal decreto Bersani del 2006. Le tariffe quindi erano vigenti solo come valore di riferimento. La loro abrogazione era peraltro prevista in una legge delega che il governo avrebbe dovuto esercitare entro l'estate. Ma evidentemente qualcuno ha ritenuto che non si potevano più tollerare nemmeno per un giorno. Peccato che cotanto zelo non sia impiegato nella eliminazione di sprechi ben più deleteri. Ma l'abolizione delle tariffe crea un vuoto: quali riferimenti usare per la liquidazione giudizia­le dei compensi?
 
    Il legislatore si e dovuto in­ventare «parametri stabiliti con decreto del ministero vigilante» (esattamente come le tariffe che si sono appena abrogate). Ma se un professionista utilizzasse tali parametri (quando saranno stabiliti) nella determi­nazione dei compensi, il contratto sarebbe nullo: si andrebbe davanti al giudice che invece applicherebbe gli stessi parame­tri, legittimamente. Stranezze. L’articolo 9 del dl sviluppo prevede­va originariamente anche l'obbligo di preventivo in forma scritta. Poi qualcu­no deve aver fatto presente che in molte prestazioni professionali pretendere un preventivo scritto e dimostrazione di un certo disordine mentale: il legislatore si è accontentato, nella versione definitiva, dell'obbligo di fornire preventivo scritto, ma solo se richiesto dal cliente. Quindi non cam­bia nulla: anche prima, su richiesta del cliente, il professionista non si poteva esimere dal pre­sentare un preventivo in forma scritta (altrimenti avrebbe certamente perso il cliente).
 
    Ma allora qual è lo scopo di questa norma? A pri­ma vista, nessuno. Ma non bisogna dimenticare che tutte le disposizioni contro le professioni che una misteriosa manina ha cercato più volte di far passare negli ultimi mesi, sono l'espressione di un progetto ben preciso di ambienti confindustriali, che puntano ad entrare nel mercato dei servizi pro­fessionali. L’articolo 9 del dl sviluppo, però, sembra avere un destinatario preciso: gli avvocati. Un indizio: nella relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario tenuta giovedì scorso dal primo presidente della Corte di Cassazione, Ernesto Lupo, si può leggere che «la sovrab­bondanza di avvocati... è fonte di un eccesso di domanda di giustizia».
 
    Il problema è quindi che gli avvocati tenderebbero a moltiplicare le cause e i tempi delle stesse, anche per gonfiare le parcelle. Imponendo l'eliminazione delle tariffe, anche come mero riferimento, e «consigliando» ai clienti di farsi fare un preventivo, si vorrebbe costringere la classe forense dentro binari di efficienza e tempestività nella gestione delle controversie (una volta consegnato il preventivo, tanto vale sbrigarsela prima possibile). Non lo si poteva dire esplicitamente, per non rischiare la reazione rabbiosa dell'avvocatura e dei legali presenti in parlamen­to. Ma il tira e molla degli ultimi giorni può significare solo una cosa: Confindustria ha trovato un alleato nel ministro della Giustizia e insieme hanno deciso chi mettere nel mirino, per questo giro: gli avvocati.
 
 

Da L'Espresso 2012

 

 

FORMIGONI E I SUOI CARI

 

Tra cosche e tangenti, gli arresti mettono in crisi la giunta lombarda. E dalla Svizzera arrivano dossier su uomini del presidente. Che smistavano mazzette nel segno di Cl.

 

Di Paolo Biondani

     Massimo Ponzoni, con­sigliere e sottosegre­tario regionale Pdl, straordinario collet­tore di voti per "il grande capo Formi­goni" in Brianza, già assessore lombardo all'Ambiente e alla Protezione civile: arrestato dai magistrati di Monza per una valanga di tangenti ur­banistiche e per due bancarotte immobi­liari, con imprese svuotate per finanziare le campagne elettorali. Franco Nicoli Cri­stiani, ras del Pdl a Brescia, consigliere re­gionale e assessore all'Ecologia nelle pri­me giunte Formigoni: incarcerato dai giu­dici di Brescia e Milano subito dopo aver intascato una mazzetta di 100 mila euro (e ne aspettava altri 100 mila) per autorizza­re una discarica fuorilegge di scorie d'amianto. Pierangelo Daccò, imprendi­tore-faccendiere internazionale di stretta osservanza ciellina, proprietario dello yacht di una delle tante vacanze gratuite del governatore lombardo: arrestato da al­tri magistrati milanesi per traffici miliona­ri di fondi neri, prelevati dalle casse dell'in­debitatissimo ospedale San Raffaele.

 

     Tre nomi, tre inchieste che marcano so­lo alcuni dei passaggi più recenti delle tempeste giudiziarie che da mesi scuoto­no i vertici della Regione Lombardia. Im­bullonato dal 1995 alla poltrona di presi­dente, Roberto Formigoni da Lecco, 64 anni, oggi è un politico assediato dagli scandali. Se n'è accorto anche Umberto Bossi («Ormai ne arrestano uno al gior­no») che ha rumorosamente minacciato di togliere l'appoggio della Lega e far crol­lare la giunta. A rischio di scatenare un re­golamento di conti nel centrodestra in tut­to il Nord. Forte del potere garantito dal­la poderosa macchina del consenso targa­ta Comunione e liberazione, il "celeste" governatore resta trincerato in cima al grattacielo più alto della metropoli (si è fatto costruire un apposito Pirellone-bis, naturalmente con soldi pubblici), ma mo­stra tutto il suo nervosismo gridando al complotto di inesistenti giudici comuni­sti, gli stessi che avevano chiesto il carce­re per il suo sfidante di sinistra Filippo Pe­nati. E per la prima volta dichiara che po­trebbe non ripresentarsi nel 2015, con la malcelata speranza di ricompattare la stia base, superare la bufera e puntare su Ro­ma. Gli scandali però si moltiplicano. Dalla sanità alle grandi opere, dai rifiuti alla mafia. Gli sviluppi delle tante inchie­ste aperte restano imprevedibili. E un col­po di scena inatteso, che "l'Espresso" è in grado di rivelare, arriva dalla Svizzera.

 

     Pochi giorni fa i giudici elvetici hanno trasmesso ai pm milanesi nuovi documen­ti bancari, che sembrano quasi la fotogra­fia di un peccato originale. Un sistema di conti esteri che per almeno un decennio, quello dell'ascesa e consacrazione del go­vernatore lombardo, ha nascosto e custo­dito un fiume sotterraneo di finanziamen­ti che irrorava una specie di cupola di CI. Soldi versati segretamente da aziende del gruppo Finmeccanica, compresa l'ormai famosa Selex (già Alenia), e dai petrolieri italiani coinvolti nello scandalo Oil for fo­od (vedi articolo a pag. 34). Ora le carte documentano che il conto più importan­te era gestito da due tesorieri ciellini. Al­meno uno di loro, negli stessi anni, viveva vicino a Formigoni. Molto vicino. Praticamente sotto lo stesso tetto.

 

      Via Dino Villani è una strada a gomito tra il centro e la periferia nord di Milano, a cinque minuti di macchina dalla Regio­ne. l'immobile con le finiture più ricche è un palazzo a forma di "L", protetto da un alto muro di cinta che lascia intravedere solo il parco e i comignoli dei camini. «C'era anche una piscina», racconta un vicino. Ma chi è il proprietario? E chi ci vive? A rispondere è un ex custode: «Era di Ligresti. Poi è diventato la villa del pre­sidente Formigoni, che ha abitato qui per molti anni. Ora l'immobile è stato ristrut­turato e diviso in appartamenti messi in vendita». Le visure catastali documenta­no che il palazzo era ed è tuttora di pro­prietà dell'Immobiliare Costruzioni (Im.co), la scatola edilizia della famiglia Ligresti. La ristrutturazione, stando ai ri­cordi dei vicini, sarebbe partita poco do­po i primi articoli di stampa sul ruolo di tre amici di Formigoni nello scandalo Oil for food. Finora si sapeva che gli assesso­ri ciellini all'urbanistica milanese, da Maurizio Lupi in poi, fa­cevano il possibile per aiutare i maxi-progetti del costruttore siciliano, che da re del mattone è nel frattempo diventato imperatore dei debiti. Ma si ignorava che negli stessi anni Formigoni in persona fosse, nella mi­gliore delle ipotesi, inqui­lino di Ligresti. Visti gli autorevoli precedenti di Scajola e Tremonti, però, non si può escludere che lo fosse a sua insaputa. Anche perché quel palaz­zo non ospitava solo lui: almeno fino all'autunno 2006, quella era una ca­sa-comunità dei Memo­res Domini, l'associazio­ne che organizza i ciellini più devoti, quelli che convivono in grup­pi chiusi che ricordano i "numerati" dell'Opus Dei o i "sigilli» di don Verzè.

 

     Insieme a Formigoni, allo stesso indi­rizzò di via Villani 4 ha vissuto per anni Alberto Perego, un fiscalista milanese degli studi Sciumè e Interfield. Lo dichia­ra lui stesso, il 13 ottobre 2006, depo­nendo in procura come testimone nell'inchiesta Oil for food. Il pm gli chiede se per caso è luì a essersi intestato, per canto dei Memores, un deposito svizze­ro chiamato Paiolo: è il forziere dove tra il 1994 e il 2004 sono finiti, tra l'altro, 829 mila dollari versati dalle industrie militari del gruppo Finmeccanica. Pere­go conferma di far parte dei Memores, spiega che nella casa-comunità di Formi­goni viveva anche il suo segretario Fabri­zio Rota, ma smentisce qualsiasi pastic­cio elvetico: «Non ho mai avuto conti esteri né alcun rapporto con Finmecca­nica». Il pm Alfredo Robledo, sulla base di altri documenti e testimonianze, lo in­daga per falsa testimonianza. Ora sta per aprirsi il processo. E la Svizzera, il 12 gennaio scorso, ha finalmente trasmesso il documento ufficiale con i nomi dei be­neficiari del conto Paiolo, aperto nel lon­tano 1991, prima di Tangentopoli, alla Bsi di Chiasso. Il primo titolare è proprio Alberto Perego. Ma la vera sorpresa è che il conto Paiolo, quello che ha custo­dito fino al 2004 i soldi di Finmeccanica poi travasati verso ignote destinazioni, ha anche un secondo contitolare. Un al­tro tesoriere occulto di Cl, secondo l'ac­cusa. Che almeno per ora resta senza identità: le autorità svizzere hanno can­cellato il suo nome dalle carte. E la pro­cura di Milano non ha fatto una piega, perché rientra nelle regole del gioco: è il segno che si tratta di una persona che fi­nora non è mai emersa nelle indagini ita­liane. Per cui ha diritto di restare protet­ta dal segreto bancario svizzero. Mora­le: nella saga dei conti esteri dell'aristo­crazia ciellina, spunta un nuovo mister X delle tangenti bianche.

 

     Sul governatore assediato, però, in­combono emergenze giudiziarie più gravi del processo all'amico Perego, destinato a quasi sicura prescrizione. Non a caso For­migoni, mentre è costretto a contare i suoi ex assessori arrestati (compreso Piergian­ni Prosperini, già condannato), ora am­mette addirittura che forse fu «un errore» ricandidare Nicoli Cristiani, un berlusco­niano sceso a patti con CI senza farne par­te, o Ponzoni, che però faceva comodo co­me recordman delle preferenze, tanto da riconquistare un posto in lista nel 2010, quando era già notoriamente indagato (oltre che intercettato con i suoi amici im­prenditori della 'ndrangheta). Il governa­tore però non parla mai di mariuoli, me­le marce o traditori. E non solo perché sa che motti degli attuali detenuti politici erano generosi anche con lui. Come dimo­strano le foto, scoperte da "l'Espresso", di Formigoni in costume da bagno sullo yacht di Daccò. O la testimonianza dell'imprenditore pentito che, per comprare «al presidente» un regalo da 12 mila eu­ro, giura di essersi fatto accompagnare in gioielleria dal suo portaborse, in compa­gnia di Ponzoni. Il problema più: grave, come osserva Bossi con il consueto garbo, è che la lista degli indagati e arrestati con­tinua ad allungarsi. E oltre ai personaggi più in vista comprende molti altri nomi di sicura obbedienza ciellina.

 

     Qualche esempio? Antonino Brambil­la, nominato assessore della Provincia di Monza nonostante la condanna definiti­va di Tangentopoli (mazzette sui rifiuti ai tempi dell'emergenza discariche a Mila­no), è stato appena riarrestato come pre­sunto complice di Ponzoni. Il vicedirettore dell'Arpa, l'agenzia regionale de­putata a difendere i lombardi dagli in­quinatori, dopo le manette sta vuotando il sacco sulle tangenti all'amianto di Ni­coli Cristiani. Antonio Chiriaco, mana­ger calabrese di cliniche lombarde, pro­mosso direttore sanitario della ricchissi­ma Asl di Pavia con nomina "fiduciaria" della giunta Formigoni, è in galera dal 2010 non per concorso esterno, ma co­me mafioso organico della 'ndrangheta. Rosanna Gariboldi, assessore del Pdl pa­vese fino al giorno dell'arresto e moglie del parlamentare Giancarlo Abelli, uno dei più potenti alleati del governatore, è stata già condannata a due anni di reclu­sione: riciclava sul suo conto a Monte­carlo i fondi neri di Giuseppe, Grossi, il re degli inceneritori targati centrodestra, scomparso per malattia mentre era inda­gato per colossali disinquinamenti-fan­tasma, con frodi fiscali e corruzioni da Milano a Sesto.

 

    Ognuna di queste inchieste potrebbe far partire un effetto-valanga. E a questo punto molti altri imprenditori agganciati alla Compagnia delle Opere, il carro eco­nomico di Cl, ora temono le manette per tangenti ambientali o edilizie. Costrutto­ri, disinquinatori e asfaltatori sono terro­rizzati dalla scoperta che nelle inchieste sull'urbanistica regionale c'è almeno un pentito con i verbali coperti da "omissis". Mentre i fornitori sanitari sono impres­sionati dal vortice di fatture false, fondi neri e spese pazze emerso sullo sfondo del­le rovine del San Raffaele, l'ospedale che per Formigoni era «il fiore all'occhiello della sanità lombarda ». E che in realtà ha accumulato un passivo - scoperto solo do­po il suicidio del manager Mario Cal-di un miliardo e mezzo di euro. Anche se in­cassava la bellezza di 600 milioni all'an­no di rimborsi sanitari pubblici, per tre quarti garantiti dagli amici ciellini della Regione Lombardia.

 

     Va sottolineato che Formigoni in passa­to è sempre stato assolto e allo stato non risulta neppure indagato. Il suo nome pe­rò continua a ripetersi anche nelle indagi­ni più spinose. Un esempio? Pierluca Lo­catelli, l'imprenditore che ha corrotto Ni­coli Cristiani, nel novembre scorso cerca­va una raccomandazione per i primi ma­xi-appalti dell'Expo 2015. Intercettato, ne parla con un funzionario corrotto. Che gli riferisce di aver interessato «Paolo Alli», il sottosegretario ciellino che sta di­ventando il braccio destro di Formigoni. E com'è andata? «Il presidente ha dato l'ok», assicura il funzionario corrotto dell'Arpa. Per adesso sono soltanto parole. Intercettazioni che attendono riscontri. Ma in Regione Lombardia, dopo vent'an­ni di affari in libertà, con la crisi sembra­no tornati i tempi di Mani Pulite.

 

 

Dal Corriere della Sera di Lunedì 30 Gennaio 2012

 

 


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