26-01-2012

Servizio segnalazione articoli e commenti di Giovedì 26 Gennaio 2012

 

 

 

 

 

Dal Corriere della Sera di Giovedì 26 Gennaio 2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal Corriere della Sera di Giovedì 26 Gennaio 2012
 
 
Dopo più di 2 mesi Profumo è ancora presidente del Cnr, che controlla
 
La doppia poltrona del ministro
 
Di Gian Antonio Stella
 
      Immaginate il figurone che avrebbe fatto, dando le dimissioni subito. Co­ro di elogi: finalmente uno che non ci prova neanche a tenere i piedi in due scarpe! Non lo ha fatto, purtroppo. Anzi, ha chiesto all'Antitrust: devo proprio la­sciare la presidenza del Cnr? Così, gior­no dopo giorno, il ministro Francesco Profumo ha finito per dar l'impressione, gli piaccia o no, di volersi tenere quella sedia di riserva. Come si tiene di riserva la «morosa vecia», non si sa mai, in atte­sa di vedere come va la nuova.
 
      La legge 193 del 2004, in realtà, pare chiara. All'articolo 2 dice che «il titolare di cariche di governo, nello svolgimento del proprio incarico, non può ricoprire ca­riche o uffici o svolgere altre funzioni co­munque denominate in enti di diritto pub­blico». E gli dà, all'articolo 5, scadenze pre­cise: «entro trenta giorni dall'assunzione della carica di governo, il titolare dichiara all'Autorità garante della concorrenza e del mercato (...) le situazioni di incompati­bilità». Dopo di che, se proprio ci fosse qualche dubbio interpretativo, «entro i trenta giorni successivi al ricevimento del­le dichiarazioni di cui al presente articolo, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato e l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni provvedono agli accerta­menti...» eccetera eccetera.
 
     Profumo, accolto con dichiarazioni di pubblica stima da una larga parte del mondo della politica, della scuola e dell'università, ha giura­to in Quirinale il 16 novembre. I primi 30 giorni sono scaduti il 16 dicembre, i secondi 30 giorni il 15 gennaio. Da allora ne sono passati un'altra decina. Senza che venisse fatta chiarezza.
 
      Un mucchio di tempo, per un governo così rapido e operativo in altre decisioni da riuscire, nel giro di un paio di settimane dall'insediamento, a cambiare la pro­spettiva di vita e di pensione a milioni di persone. Un mucchio di tempo. Trascorso senza che l'esecutivo mostrasse su questo punto (come sulla scelta della tra­sparenza assoluta delle ricchezze immobiliari e finanziarie, dei vitalizi e delle prebende, dei voli blu e altro ancora) la fretta e il decisionismo svento­lati in altri settori.
 
      Al punto che lo stesso titolare della Pub­blica istruzione e dell'Università, incalza­to dai giornalisti dopo che il tempo era già scaduto e mentre sul Web divampava la protesta dell'Usi e altri sindacati del pubblico impiego e dei ricercatori che si riconoscono nel sito «articolo 33.it», ha in­sistito: «Sto aspettando la risposta dell'An­titrust». In ogni caso, ha aggiunto, «da quando sono stato nominato ministro è stato nominato un vicepresidente al Cnr che se ne occupa e c'è pure un sottosegre­tario che ha la delega».
 
      Peccato. Peccato perché, se anche non ci fosse una legge che ai comuni mortali sembra assolutamente ovvia, quelle due poltrone sono così platealmente incompa­tibili che pare perfino impossibile (e an­che un po' umiliante) dovere ricordare co­me controllore e controllato, in un paese normale, non possano coincidere nella stessa persona non solo per due mesi ab­bondanti ma neanche per due minuti. E stupisce che un uomo di statura professio­nale e scientifica, non il solito vecchio oc­cupatore sudaticcio di poltrone clientela­ri, possa immaginare che sia sufficiente la scelta di «autosospendersi» dalla presi­denza del Consiglio nazionale delle ricer­che. Come se non si rendesse conto di quanto la riluttanza a mollare la prestigio­sa poltrona avuta soltanto pochi mesi pri­ma di diventare ministro stia pericolosa­mente rosicchiando la sua credibilità agli occhi di chi cerca nella politica delle figu­re diverse, limpide e generose in cui crede­re e riconoscersi.
 
      Peccato per lui, peccato per il mondo della scuola affamato di punti di riferi­mento dopo la contestatissima stagione di Maria Stella Gelmini, peccato per il Cnr. Il quale, come spiegava giorni fa Mas­simo Sideri sul «Corriere» rivelando lo spi­nosissimo atto d'accusa della Corte dei conti contro gli sprechi del nostro massi­mo istituto di ricerca, ha bisogno di essere rovesciato come un calzino.
 
     Sono anni che, mentre ragazzi di genio come il romano Alessio Figalli erano co­stretti ad andare a conquistarsi a 26 anni una cattedra di matematica all'università texana di Austin o come il fisico milanese Alessandro Farsi erano spinti a trasferirsi nella newyorkese Cornell University per scoprire il «mantello dell'invisibilità», il Cnr continua a ingrigirsi e ingobbirsi.
 
     Basti ricordare gli stupefacenti rincorsi al Tar contro la decisione ministeriale di fissare un'età massima di 67 anni (sessan­tasette!) per quanti volevano concorrere per i rari posti di direttore d'istituto lascia­ti finalmente liberi dalla più stravecchia e imbullonata struttura dirigente che mai un ente di ricerca abbia avuto nella storia del pianeta. Una situazione inaccettabile.
 
      Possiamo rassegnarci, come ha denun­ciato mille volte Salvatore Settis, a regala­re agli altri paesi i nostri figli migliori che vanno a vincere la maggior parte dei con­corsi internazionali mentre il Cnr, a torto o a ragione, assomiglia pericolosamente sempre più a un carrozzone dove, dicono i giudici contabili, solo il 31% dei soldi fi­nisce nelle strutture scientifiche e tutto il resto se ne va, scriveva Sideri, negli «sti­pendi del consiglio d'amministrazione, delle segreterie, dei dirigenti amministra­tivi e della burocrazia centrale»? No. Mai e poi mai.
 
      Francesco Profumo è restìo a mollare perché è convinto di avere lo spessore giu­sto per risanare, appena possibile, il Consi­glio Nazionale delle Ricerche? Magari ha addirittura ragione. Ma certo la decisione di restare lì appeso come un caciocavallo a un parere dell'Antitrust non rafforza lui, né il CNR «decollato» (al di là delle per­plessità su certe scelte squisitamente poli­tiche ai vertici...) e men che meno il gover­no al quale appartiene. È impossibile, in­fatti, che la scelta non venga interpretata dai maliziosi così: si vede che in fondo in fondo non è poi sicuro che Monti duri a lungo...

 

 

Da Il fatto Quotidiano di Giovedì 26 Gennaio 2012
 
L’orgettina
 
Di Marco Travaglio
 
     Nascosti dietro i tecnici, in uno dei loro più riusciti travestimenti, i politici autonominati vivono iuta stagione di libidine sfrenata. In Parlamento non vanno mai (le aule sono deserte, tanto non c'è niente da votare). Qualunque porcata facciano non se ne accorge nessuno. E hanno un sacco di tempo libero per dare sfogo alla perversione più inconfessabile: l'inciucio, sogno proibito di una vita, che negli anni passati li costrinse a spericolati e clandestini Kamasutra per non farsi notare dagli elettori. Ora invece, dietro il trompe l'oeil montiano, sono come topi nel formaggio: possono scatenarsi, come quei sadomasochisti repressi che trovano finalmente il coraggio dell'outing in gita premio a Sodoma e Gomorra. E allora vai con l'orgia, anzi al momento l' orgetta, sulla giustizia. Ad apparecchiare il talamo a tre piazze Pdl-Pd-Udc è II Messaggero, quotidiano del gruppo Caltagirone, con la scusa della solita "riforma della giustizia" (non bastando le cento e più varate, con i risultati noti a tutti, negli ultimi 18 anni). Lidea l'ha lanciata sul Messaggero un osservatore neutrale: Casini, che incidentalmente di Caltagirone è il genero.
 
     L’indomani gli ha risposto, sempre sul Messaggero, il presunto segretario del Pdl Alfano. Poteva mancare a questa soave corrispondenza di amorosi sensi il contributo di Violante? No che non poteva. Infatti ieri è arrivato anche lui: “Per anni siamo vissuti fra due opposti giacobinismi", ha detto, mettendo sullo stesso piano i magistrati che tentano di far rispettare le leggi e i politici che le violano o le cambiano a proprio uso e consumo. Ma ora "basta alibi, cambiare la giustizia si può", anche perché ora ,'abbiamo la fortuna di avere un ministro competente, capace, onesto e stimato". Cioè l'avvocato Paola Severino, casualmente lino a due mesi fa difensore di Caltagirone, condannato in primo grado a 3 anni e 6 mesi per la scalata Unipol-Bnl (insider trading e ostacolo alla Consob). Il genero Piercasinando propone sul giornale del suocero di "chiudere vent'anni di contrapposizione tra potere giudiziario e potere legislativo'". Lui i processi ai politici che rubano e mafiano (in gran parte amici suoi) li chiama "contrapposizione". E vorrebbe chiuderli col disarmo bilaterale: dei politici ladri e mafiosi, ma anche dei giudici che li hanno scoperti ("La politica deve fare autocritica, ma pure il mondo della magistratura deve riflettere su certi eccessi"). E poi con una bella legge contro le intercettazioni, "su cui si deve raggiungere un equilibrio di civiltà".  
 
      Violante, sul disarmo bilaterale, concorda: "Il magistrato non è il custode della moralità... Molte volte la magistratura, esercitando un compito improprio, è stata costretta a intervenire sulla politica", mentre è "l'elettore il selezionatore della classe politica". Cioè: se un magistrato scopre un politico a rubare o a mafiare, deve ritirarsi in buon ordine perché non è compito suo indagare: deve lasciarlo fare agli elettori, che naturalmente non sanno nulla. In più, a giudicare i magistrati in sede disciplinare, non dovrà più essere il Csm, ma un “alta corte di giustizia” nominata dal Parlamento, cioè dai politici, che così potranno processare i magistrati. Invece i magistrati che processano i politici "esercitano un compito improprio". E, se questa è la posizione del Pd, siamo a cavallo. Al confronto, Angelino Jolie è una mammoletta: sulle intercettazioni teme che "il testo da me proposto non potrà ottenere la convergenza del Pd". Uomo di poca fede: con i Violante tutto è possibile. Del resto, sulla svuota carceri Severino, il Pd s'è già rimangiato la richiesta di abolire l'ex-Cirielli (il Pdl non vuole) e ha digerito senza un ruttino la trovata del Pdl di escludere dai benefici scippatori, ladri e rapinatori: cioè quelli che davvero affollano le carceri, mentre restano compresi i colletti bianchi, che in carcere non ci sono ma potrebbero presto finirci. Compreso Caltagirone, che in caso di condanna definitiva, rischiava di finire dentro. Invece scampato pericolo, grazie alla legge firmata dal suo ex avvocato divenuto ministro. Libidine pura.

 

 

Da La Repubblica di Giovedì 26 Gennaio 2012
 
E il Professore inizia a temere il Pdl
“Non so se riesce a tenere fino alla fine”
 
Democratici e berlusconiani: non saremo mai una coalizione politica
 
Di Francesco Bei
 
      ROMA - La faccia preoccupata di Mario Monti, mentre lascia di corsa Montecitorio prima che l'aula abbia votato la mozione unitaria sull'Europa, contrasta con una giornata che, per il suo governo, dovrebbe assicurargli una navigazione tranquilla. Il vo­to è stato bulgaro-468 favorevo­li- e, in fondo, si è trattato della prima apparizione formale della nuova maggioranza "tripartita". E questo nonostante i democrati­ci e i berlusconiani si sforzino di ripetere che non si tratta dell'av­vio di una coalizione «politica». Eppure il premier inizia a temere che sia solo la quiete prima della tempesta. «Ho paura- confida ai suoi -che il Pdl non tenga». L'attenzione dei sostenitori del Professore è infatti tutta concen­trata su quello che è diventato il vero anello debole della maggio­ranza «strana»: il partito del Cava­liere. E non è stato un bel segnale per il governo vedere quei 64 aste­nuti del Pdl- nonostante l'ordi­ne ufficiale di votare no - che non se la sono sentita di andare contro la mozione della Lega. Gente di Berlusconi, come Laura Ravetto o Massimo Corsaro, eletti al Nord, che temono la fine rovinosa dell'alleanza con Bossi. «Qua si va a votare - sbotta l'ex ministro An­drea Ronchi - il 90 per cento di noi non ne può più di questo go­verno».
 
    A preoccuparsi stavolta sono anche gli uomini del Pd e del Ter­zo polo. Quelli più impegnati nel­la difesa del governo tecnico. Co­me Enrico Letta, che ieri in aula è salito ai banchi del Pdl per una serrata conversazione a quat­tr'occhi con un'altra colomba, Franco Frattini. Per questo anche i centristi hanno iniziato a co­struire i primi «firewall», per evi­tare che il partito dei falchi berlu­sconiani travolga tutto e trascini l'Italia al voto. «L'atteggiamento del Pdl-spiega il segretario Udc Lorenzo Cesa - ci inizia a preoc­cupare. Dobbiamo stare attenti e aiutarli a reggere, è interesse di tutti che il Pdl ora non esploda». Per que­sto, rivela Cesa, l'Udc sta dando una mano al se­gretario Alfano rendendogli meno diffici­le «raggiun­gere un accordo con noi alle amministrative. Un'impresa non impossibile visto che in mol­ti posti già governavamo insie­me». E un modo per allentare la pressione, per abbassare la tem­peratura interna alla maggioran­za che sostiene il governo. E far in­travedere al Pdl una via d'uscita alternativa, oltre l'alleanza sem­pre più difficile con Bossi.
 
    Tanta premura non deve appa­rire eccessiva. Nel Pdl infatti ogni giorno che passa cresce il mal­contento nei confronti del gover­no Monti. E in tanti iniziano a pensare che proprio il decreto sulle liberalizzazioni, avversato dalle categorie che da sempre hanno guardato al centrode­stra, possa essere il terreno ideale per far saltare il banco e andare in campagna elettorale. Aldo Bran­cher, da sempre il pon­tiere fra Berlusconi e Bossi, lunedì sera era presente alla cena tra i due leader a via Rovani. E pronostica una svolta a breve: «Berlusconi vede che il decreto Monti colpisce da una parte sola. E i nostri, sul territorio, si devono difendere dall'accusa di votare queste misure impossibili insie­me al Pd. Ma pian piano la gente sta iniziando a capire che non era colpa di Berlusconi quello che è accaduto. Bisogna aspettare una quindicina di giorni e poi vedia­mo». Quella «quindicina di gior­ni», a cui allude il braccio destro del Cavaliere, porta avanti le lan­cette della politica a una data chiave per il Pdl: la sentenza del processo Mills. Un processo «po­litico», secondo l'ex premier, che ieri ha voluto inviare un segnale preciso andando in Tribunale in­vece che a Montecitorio. Come a dire: è a Milano che per me si gio­ca la vera partita. «Perché è chiaro - osserva Maurizio Lupi - che una condanna che arriva a un giorno dalla prescrizione signifi­ca che anche il collegio dei giudi­ci, oltre alla procura, si è accanito. E per noi sarebbe una sentenza politica con conseguenze politi­che. Perché i giudici non vivono sulla luna».
 
     Insomma, il Cavaliere ha davanti due strade: la prima porta alla rottura con Monti e al voto anticipato. Strada piena di ri­schi, anche per i sondaggi negativi che danno in costante caduta il suo partito. Ma avrebbe la certez­za di mantenere in piedi l'asse del Nord con Bossi, sia alle politiche che alle amministrative. La seconda strada conduce invece alla rottura con il Carroccio e al soste­gno a Monti fino alla fine della legislatura. Ma Berlusconi vuole garanzie: «Non posso sostenere un esecutivo con chi vuole mandarmi in galera. Serve un disarmo e il primo passo è la sentenza Mil­ls». Il secondo passo, spiegano dal Pdl, è quello che si aspetta il parti­to Mediaset. L'azienda non vuole scherzi sul beauty contest che dovrebbe assegnare le frequenze digitali. Il ministro Passera per ora l'ha bloccato, mal'asta non è sta­ta ancora indetta. Ecco, anche la partita delle frequenze, oltre alla sentenza Mills, è in questi giorni sul tavolo del Cavaliere. Che si è preso «una quindicina di giorni, di attesa. Per capire se staccare la spina. Oppure andare avanti, co­me ieri, con la maggioranza «stra­na».

 

 

Da La Repubblica di Giovedì 26 Gennaio 2012
 
Dal prete al nipote del bandito Giuliano
“Noi Forconi pronti anche a morire”
 
Diecimila in piazza a Palermo. Ma la Sicilia è ormai allo stremo
 
Di Alessandra Ziniti
 
      PALERMO - Più di dodici ore in piazza, questa volta senza i Tir messi di traverso, ma imbrac­ciando grandi forconi di legno e agitando la bandiera giallorossa con la Trinacria, il simbolo della Sicilia. Gridano "dignità, dignità" e minacciano di ricominciare: «Siamo pronti a tutto, anche a morire, iniziano i Vespri siciliani del terzo millennio». Invocano l'applicazione di quello statuto autonomistico che, a loro dire, ri­solverebbe molti problemi dell'e­conomia siciliana in ginocchio, minacciano di occupare tutti i Comuni della Sicilia e inveiscono contro il governo regionale e quello nazionale, ma anche con­tro Ivan Lo Bello, il presidente di Confindustria Sicilia che ha de­nunciato infiltrazioni mafiose all'interno del movimento da cui è partita l'onda della protesta che ha contagiato tutto il paese.
 
     A cinque giorni dalla fine del durissimo blocco che la scorsa settimana ha impedito il passag­gio di ogni genere di mezzo pe­sante da una parte all'altra dell'i­sola, Forza d'Urto torna ad inva­dere le strade nel giorno dell'atte­sissimo incontro tra il presidente della Regione Raffaele Lombardo e il premier Mario Monti. Un ver­tice finito a tarda serata e conclu­so con la disponibilità del governo ad aprire un tavolo su accise e co­sto della benzina e a concedere più flessibilità nelle rate per i debi­ti nei confronti di Equitalia. «Ma­ ora cessino forme di protesta che creano danni ad altre categorie», ha detto Lombardo.
 
     La giornata si era aperta, a Pa­lermo, con un'invasione questa volta pacifica, con i "servizi d'or­dine" delle varie anime del movi­mento bene attenti a non fare en­trare in attrito le teste più calde. I tre leader, Giuseppe Richichi de­gli autotrasportatori dell'Aias, Mariano Ferro del movimento dei Forconi, e Martino Morsello, con­testato per la sua vicinanza a For­za Nuova, dopo le divisioni dei giorni scorsi, si stringono la mano alla testa del corteo in favore di te­lecamere ma si guardano in ca­gnesco. Ci sono gli agricoltori, i ca­mionisti, i pensionati, tante don­ne, qualcuna con una grande sve­glia al collo per invitare i siciliani all'azione, ci sono gli studenti ma ci sono anche esponenti di Forza nuova che distribuiscono volanti­ni e vengono allontanati dal cor­teo. Con un basco nero e la ban­diera dell'Evis sfila anche il nipote del bandito Salvatore Giuliano, Giuseppe Sciortino Giuliano. An­che lui invoca "l'indipendenza". Ci sono anche sacerdoti come don Enrico Schirru, che dice: «Certo che la Chiesa è vicina a questa gen­te, siamo sempre vicini ai più de­boli ed è insopportabile vedere la­voratori che vengono in parrocchia a chiedere il pacco della Cari­tas». E si scopre che il movimento ha anche un padre spirituale, don Giuseppe Di Rosa, di Avola (la cit­tadina della rivolta dei braccianti agricoli del 2 dicembre `68 con due morti e 48 feriti'. «Sono stato io a battezzare il Movimento - dice - che ha radici lontane, nasce a metà degli anzi Novanta, col pro­blema delle quote latte. Ora que­sta gente è disperata. È una rivolta popolare per la sopravvivenza».
 
     Le divise gialloblu del movi­mento vengono vendute a margi­ne del corteo a 15 euro. È un'onda rumorosa e variopinta quella che attraversa il cuore della città che ancora fa i conti con i cumuli di spazzatura agli angoli delle strade fotografati da una comitiva di sba­lorditi turisti giapponesi reduci da una visita al mercato del Capo do­ve il pomodorino di Pachino è arrivato a 4 euro al chilo e le arance di Ribera a due euro e cinquanta. Quel che resta di tonnellate e ton­nellate di prodotti mandati al ma­cero dopo una settimana di fermo a bordo dei Tir. Circa 100 aziende saranno costrette a chiedere la cassa integrazione e quello delle commesse perdute a favore della concorrenza. E la protesta degli autotrasportatori nel resto del paese ha dato la mazzata definitiva. Ormai da lunedì sullo Stretto di Messina non passa alcun mez­zo pesante interrompendo così la filiera pronta a ripartire dalla Sici­lia. Ieri a Catania gli agricoltori della Coldiretti, nell'impossibilità di far arrivare sui mercati la mer­ce, regalavano in piazza quintali di prodotti ormai invendibili e de­stinati al macero. Un carico di 24 mila chili di mozzarelle siciliane destinato al Giappone è bloccato a Villa San Giovanni. Impossibile raggiungere il porto di Gioia Tau­ro per l'imbarco. Il titolare dell'a­zienda fa i conti: «Ogni giorno è una perdita secca di 250 mila euro di mancato fatturato». In quasi tutti i supermercati dell'isola i banconi sono semivuoti. A Sciac­ca la catena Ard Discount ha do­vuto chiudere i punti vendita per mancanza di merce. L'unica cosa che si trova senza problemi è la benzina, ma l'asticella di 1 euro e 80 a litro è stata ampiamente su­perata.

 

 

Da Il Tempo di Giovedì 26 Gennaio 2012

 

L’ombra della corruzione sul Vaticano
 
Il Nunzio Apostolico a Washington Viganò, ex segretario generale del Governatorato, getta ombre sulla gestione finanziaria dello Stato
 
Di Ale. Ber.
 
     Una storia di «corruzione». Una storia di malaffare che in­vischia il Vaticano. Una storia di denaro, di banchieri, di ap­palti, ma soprattutto di bilanci in rosso. Una storia che coin­volge Benedetto XVI, il suo se­gretario di Stato il cardinale Tarcisio Bertone e che nuota at­torno alla figura di Carlo Maria Viganò che, fino a qualche me­se fa, era il segretario generale del governatorato del Vatica­no. Una storia che ha avuto ini­zio nel maggio del 2009 quan­do, come ha raccontato ieri se­ra Gli intoccabili, il program­ma di Gian Luigi Nuzzi andato in onda su La7, Joseph Ratzin­ger decise di affidare la gestio­ne degli appalti della Santa Se­de al cardinale Giovanni Layolo e a monsignor Viganò. Un incarico che quest'ultimo ha accettato anche se lo scorso 4 aprile 2011 Viganò affidò a una sua lettera inviata al Santo Pa­dre tutte le preoccupazioni che lo avevano investito al mo­mento del suo ingresso al go­vernatorato: «Non avrei mai pensato di trovarmi davanti a una situazione tosi disastro­sa. Ne feci parola in più occa­sioni al cardinale Segretario di Stato, facendogli presente che non ce l'avrei fatta con le sole mie forze: avevo bisogno del suo costante appoggio». Ap­poggio che Viganò farà poi ca­pire non esserci stato. Ma i nu­meri sono tutti dalla parte di Viganò. Le finanze al suo arri­vo nel segretariato generale erano disastrose: «La situazio­ne finanziaria del Governato­rato - proseguiva nella sua let­tera di denuncia - aveva subito perdite di oltre il 50/60%, an­che per imperizia di chi l'ave­va amministrata. Per porvi ri­medio, il cardinale presidente aveva affidato di fatto la gestio­ne dei due fondi dello Stato ad un Comitato finanza e gestio­ne, composto da alcuni grandi banchieri, i quali sono risultati fare più il loro interesse che i nostri. Ad esempio, nel dicem­bre 2009, in una sola operazio­ne ci fecero perdere 2 milioni e mezzo di dollari.
 
Segnalai la co­sa al Segretario di Stato e alla Prefettura degli Affari Econo­mici, la quale, del resto, consi­dera illegale l'esistenza di det­to Comitato. Con la mia co­stante partecipazione alle sue riunioni ho cercato di arginare l'operato di detti banchieri, dai quali necessariamente ho dovuto spesso dissentire». Ed ecco che è proprio durante la trasmissione di Nuzzi che escono i nomi di quattro perso­ne di peso che fanno parte del Comitato: quattro uomini di primo piano della finanza ita­liana che sono Pellegrino Ca­paldo (ex presidente della Ban­ca di Roma), Carlo Fratta Pasi­ni (presidente del Banco popo­lare), Ettore Gotti Tedeschi (banchiere scelto dal Papa per guidare lo Ior) e Massimo Pon­zellini (ex presidente della Banca popolare di Milano). Un gruppo di banchieri che opera senza riconoscimento legale e amministrava quasi 300 milioni di investimenti ogni anno.
 
     Ed è proprio in questo mo­mento che Viganò interviene con la scure portando il bilan­cio del governatorato da un de­ficit di 8 milioni a un utile di 34,4 milioni nel giro di un anno. Rigore e tagli alle spese che però non daranno lustro a Vi­ganò, anzi, come commenta Gli intoccabili, gli porteranno tanti nemici «e quei nemici si stanno muovendo nell'ombra per fargliela pagare». Nemici che riescono a far pubblicare su Il Giornale articoli senza fir­ma contro il prelato. Pezzi non riconosciuti dal vaticanista del quotidiano dell'epoca, An­drea Tornielli. Un'operazione che al tempo stesso il direttore Alessandro Sallusti nega esse­re stata denigratoria: «Aveva­mo all'interno del Vaticano un insider che scriveva per noi».
 
     Eppure anche grazie a que­gli articoli e all'influenza in Va­ticano dei "nemici di Viganò" Bertone si convince di solleva­re il monsignore dall'incarico per nominarlo, nel novembre scorso, Nunzio Apostolico del­la Santa sede negli Stati Uniti. Un incarico da svolgersi a Washington che in Curia tutti fanno rientrare in quella cate­goria di promozioni che ri­sponde al detto latino promo­veatur ut amoveatir. Una pro­mozione/rimozione che lo stesso Viganò sperava di evita­re in un'altra lettera al Papa: «Beatissimo Padre, un mio tra­sferimento in questo momen­to provocherebbe smarrimen­to e scoramento in quanti han­no creduto fosse possibile risa­nare tante situazioni di corru­zione e prevaricazione da tem­po radicate nella gestione del­le diverse Direzioni».
 
     Parole che purtroppo sono rimaste lettera morta fino a quando, almeno, Viganò ha chiesto direttamente a Berto­ne di essere messo a confronto con i suoi accusatori in un pro­cesso «ai sensi del canone 220 del codice di diritto canoni­co». E questo sembra essere so­lamente un nuovo capitolo di una vicenda che potrebbe coinvolgere molte altre perso­ne e che certamente getta mol­te ombre nelle segrete stanze del Vaticano.

 

 

Da Libero di Giovedì 26 Gennaio 2012
 
«Equitalia mi ha fatto perdere 2 milioni»
 
L’odissea dell’imprenditore lombardo Claudio Garella inizia nel 2009 con una cartella esattoriale sbagliata da 320mila euro. Al termine di una battaglia legale durata due anni con il Fisco ottiene ragione ma ci rimette soldi, reputazione e salute.
 
Di Francesco Specchia
 
     Questa è una storia kafkiana di tasse pretese e dignità perdute. Una storia in cui un Josef K. di Usmate-Velate, provincia lombarda, si trovò un giorno a soffocare nelle spire dell'Agenzia dell'Entrate. Tremilioni­novecentomila euro di cartelle esatto­riali, e senza sapere il perché.
 
      Nel "Processo" di Kafka Claudio Ga­rella, imprenditore, classe 44, con una sua ruvidezza espressiva alla John Wa­vne, ci farebbe la sua porca figura. Ga­rella è uno della vecchia guardia. Tito­lare della Sideco (2,5 milioni di fattura­to tra Usmate-Velate e Arcore) , già vi­cepresidente dei costruttori Italiani di macchine da stampa e converting, membro attivo di Confindustria Mon­za e rappresentante della Camera di Commercio Italia Russia Garefa spes­so si prende cura di aziende a un passo dell'abisso elerassetta.
 
      Così voleva fare con l'Ofem Sas in provincia di Verona, società in difficol­tà. Nel 2005 Garella, crea una newco, la "Ofem Converting" e decide di pren­dere in affitto, con diritto di riscatto al 2013, l'Ofem Sas. Il valore dell'affitto è di 900mila euro, il capitale sociale di 50mila, prima dell'affitto la società vie­ne trasformata da srl a sas. I ruoli sono chiarissimi: Garella è amministratore della società affittuaria, mentre l'am­ministrazione, anche dei pregressi del­la Ofem sas, società affittante, è eserci­tata dal vecchio proprietario. A un cer­to punto arriva la Guardia di Finanza. Che irrompe presso la Ofem Sas e non trova né i registri, né i bilanci, né la con­tabilità. Trova voragini di debito. Gli amministratori della società affittante, che si sarebbero mangiati i denari di Garella e ingoiati i propri bilanci, ai mi­litari che li beccano con le brache cala­te si giustificano: «colpa di Garella, lui gestisce tutto!». Garella gestisce, è vero la Ofem Converting, titolare di regolare contratto di affitto di azienda. Il suo comportamento è previsto dalla legge, nel contratto d'affitto stesso.
 
       Ma un conto è gestire la Ofem Con - verting con regolare contratto di affit­to, un conto essere i proprietari dell'azienda Ofem sas, cioè quelli che per violazioni fiscali pregresse, avreb­bero dovuto essere accusati di frode al­lo Stato. Come dire che il vostro padro­ne di casa ha violato la legge per anni, è un terrorista con 200 chili di tritolo na­scosti sotto la tavoletta del water, e ar­restano voi inquilini. Nei vapori dell'interpretazione delle norme, la Fi­nanza, scambia Garella per il vero pro­prietario della sas, ritenendolo impro­priamente amministratore di fatto del­la società affittante e così fa rapporto all'Agenzia delle Entrate. La quale Agenzia, entro 60 giorni, riceve anche la memoria di Garella -ex art. 12 dello Statuto del contribuente- in cui l'im­prenditore si mostra stupefatto nell'es­sere accusato di disastro altrui. E qui entra in gioco Kafka. La memoria dell'uomo si appallottola nel cestino di anonimi funzionari delle Entrate; uni­co commento: "le osservazioni della memoria sono prive di fondamento giuridico", così, senza uno straccio di spiegazione ; la burocrazia imbocca il sentiero della follia.
 
      Nel luglio 2011 il rapporto creativo della Finanza e l'errore dell'Agenzia delle Entrate fanno scattare le cartelle esattoriali. Commenta Vito D'Ambra, avvocato di Garella, tributarista con trascorsi illustri nello studio di Victor Uckmar: «Nel tributario si realizza ta­lora il meccanismo perverso di certi procedimenti penali: il PM. fa le inda­gini, il GIP le avalla, e a quel punto il pli­co delle indagini gira, molti non lo leg­gono e si verifica un nefasto scarico di responsabilità. Nel tributario, per evi­tare conflitti con la Finanza e la spada di Damocle dell'ispezione della Corte dei Conti, i funzionari delle Entrate tendono a non fermare quasi mai i pro­cedimenti avviati. E i cittadini vivono drammi autentici». E il dramma di Ga­rella è autenticissimo.
 
     «Per prima cosa mi dicono che devo pagare 1,9 milioni di euro. Poi, prima che passi il termine di 60 gg per il ricor­so, mi ipotecano la casa per 3,9 milioni di euro. Mi iscrivono quindi sul Cerved, e l'informativa alla Camera di Com­mercio mi spinge in un tunnel...». Ga­rella viene convocato dalle banche, che- nonostante anni di specchiata at­tività- gli limitano i fidi. «Ero wanted, ricercato dal fisco: non date i soldi a que­st'uomo! Proprio nel periodo in cui avevo necessità di ampliamento dei fi­di in ragione dell' aumentando del fat­turati». Processato e condannato sul posto per una violazione non sua, Ga­rella vive dal 2009 al 2011, un incubo. «Gli amici mi credevano ma con riser­va, il lavoro era bloccato; e vai a spiega­re tu a tua moglie, ai tuoi figli, che all'improvviso "non ce n'è più" e che rischiavamo di finire sulla strada per un errore dello Stato. La depressione rischia di farti compiere gesti folli. For­tuna che ho le spalle larghe, carattere e un minimo di liquidità: ma pensi a un povero cristo che si trova in una situa­zione di questo genere. Posso capire i casi di depressione o peggio suicidio da alcuni Colleghi in Veneto e non solo. Chi non riesce ad uscire da situazioni simili si sente un fallito».
 
     Garella, per salvarsi, è costretto a ce­dere la Ofem Converting, fatturato era oramai pari a 3 milioni. E perde in un giorno 1.840.000 euro. Lo stato di de­pressione si dipana grazie a una mossa dell'avvocato D'Ambra che, parallela­mente, aveva prodotto un dettagliatis­simo ricorso contro l'avviso di accerta­mento dell'Agenzia delle Entrate. E, fi­nalmente, nell'ottobre 2011, la Com­missione tributaria Provinciale di Ve­rona rende l'accertamento dell'Agen­zia delle Entrate nullo. Nullo, «perché l'Agenzia delle Entrate prima di non accogliere la memoria doveva esami­nare le motivazioni del cittadino detta­gliatamente». Nel dicembre 2011 la commissione tributaria annulla anche tutte le cartelle di pagamento e l'ipoteca. Garella, è salvo, anche se - come spesso inspiegabilmente avviene nel diritto tributario - le spese sono com­pensate «vuol dire che le spese legali che il cittadino ha anticipato gli restano sul groppone».     
 
     Tra commercialisti, av­vocati civilista e penalista, bolli e stra­tegie processuali l'imprenditore spen­derà, alla fine, 150mfa euro che nessu­no gli renderà. «Cosa farò ora? Sono schifato, intanto rinunciato ad alcuni incarichi. Ho pensato più volte di ven­dere tutto, e magari coi soldi di compe­rare Btp al 7%, di abbandonare l'im­presa, così aiuto Mario Monti. Chi ha voglia di fare impresa con questo tipo, di cultura? ». Già, chi?

 

 

Da Libero di Giovedì 26 Gennaio 2012
 
Intervento
 
Ora la caccia all’evasore è precetto evangelico
 
Di Matteo Mion
 
     Un primo effetto del governo Monti è palese su tutti i canali televisivi nazionali. Ne­gli ultimi tempi alle trasmissioni con le tele fonate tra Schettino e De Falco si sono alter­nati solo gli spot contro gli evasori. Alias, non siamo più un popolo di marinai, ma di evaso­ri. Dopo Capitan Codardo, ci ha pensato l'il­lustre economista della Cei Bagnasco a dissi­pare gli ultimi dubbi. «Se tutti pagassero le tasse, i problemi dell'Italia sarebbero risolti» ha affermato l'alto prelato. Tanto ci voleva. L'intuizione finanziaria è così arguta da farci sospettare che Sua eccellenza si dedichi a bi­lanci e anime con identico zelo. Ormai è un coro unico nazionale: in Italia i privati, cardi­nali a parte, sono evasori. Ergo per aggiustare lo spread, basta non indurci in evasione. Amen. Se il gasolio costa quattromila lire al li­tro, la colpa non è di chi fa cartello, ma di chi paga il dentista in nero. E da oggi non versare l'Iva a chi trapana carie è un comportamento contrario non solo alle norme tributarie, ma anche a quelle cattoliche. Non pagare le tasse (Ici su immobili religiosi a parte), è peccato. Un rosario e tre Ave Maria non sono più suf­ficienti a sgravare la coscienza del peccatore in contanti. Per depurare l'anima da cotanta sciagurata condotta, s'impone almeno una gita da Padre Pio con relativa donazione ov­viamente esentasse.
 
     La lotta all'evasione è diventata show tele­visivo. La soluzione di tutti i mali. Un precetto evangelico: non desiderare donne e monete d'altri. Possedere una banconota da 500 euro è un atto impuro. Meglio affidarla a Befera o Bagnasco per rimanere al riparo da ganasce fiscali e scomuniche religiose. Poco importa che i risultati migliori in tema di lotta all'eva­sione siano stati conseguiti dal governo Ber­lusconi e dal ministro Tremonti. Il governo di salute e finanza pubblica con l'alto patrocinio masson-cristiano-progressista ha imposto un dogma: la banconota del vicino è sempre più verde. Da Goldman Sachs alla Cei, passando per Casini e la Camusso il messaggio è passa­to: i guai di casa nostra li risolveremo con il contrasto all'evasione. L una balla colossale, ma buona per tutti palati politici. La menzo­gna non fa né spread, né rating. E in ogni caso raccontare frottole è meno riprovevole che evadere.
 
     Qualche giorno fa un imprenditore mi ha raccontato che in Colombia i registra­tori di cassa funzionano solo strisciando il co­dice fiscale, in modo che lo stato possa con­trollare in automatico entrate e uscite del sog­getto fiscale. Soluzione semplicissima per permettere al contribuente di incassare e spendere scaricando tutti i costi e senza dif­fondere una diabolica cultura di sospetto tra lavoratori dipendenti e autonomi. Sono sicu­ro che la Cei non tarderà ad adottare un siste­ma di registrazione simile per le offerte, i la­sciti e gli atti di liberalità provenienti dai pri­vati. Non ci permettiamo di dubitare della bontà dell'impiego delle somme da parte dell'istituzione ecclesiastica, ma, trattandosi in buona parte di denaro contante non trac­ciabile, non vorremmo mai che tra i pii dona­tori si celasse qualche evasore... Meglio assi­curarlo subito all'Inferno e a Befera...

 

Da La Repubblica di Giovedì 26 Gennaio 2012

 

 


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