19-01-2012

Servizio segnalazione articoli e commenti di Giovedì 19 Gennaio 2012

 
 
 
 
 

Da Il Fatto Quotidiano di Giovedì 19 Gennaio 2012

 
 
 
 
 
 
 
Dal Corriere della Sera di Giovedì 19 Gennaio 2012 
 
COSA INSEGNA QUESTA NAVE CHE AFFONDA
 
Di Beppe Severgnini
 
     Sembra che l’Italia abbia un do­no per cacciarsi in guai spettacolari. Non è l'unico Paese europeo ad avere problemi, negli ultimi tempi - anzi, oggi è un passatempo diffuso e popolare. Quando i guai arrivano a sud delle Alpi, tuttavia, producono immagini perfette per le prime pagine del mondo. Prima le cataste di rifiuti fumanti di Napoli; poi le falangi di ragazze imbronciate di Berlusconi. Ora le immagini impressionanti di un'immensa nave da crociera, spiaggiata come una balena bianca davanti a un'isola nel mar di Toscana. (...) La tentazione di lanciarsi in pigre metafore monetarie sull'«Italia che affonda» c'è, ma bisogna resisterle. Si, qualcosa si può imparare sull'Italia, dalla vicenda della Costa Concordia.
 
     C'è bisogno solo di una piccola introduzione. Perché la nave si è avvicinata tanto al Giglio, avventurandosi nelle sue acque poco profonde? Perché il comandante, Francesco Schettino, voleva compiacere il chief steward Antonello Tievoli, la cui famiglia vive sull'isola. Ha proposto un «sail past», un «inchino»: la grande nave - più di 4.000 persone a bordo, tra passeggeri ed equipaggio - sarebbe apparsa magicamente e si sarebbe esibita, con luci e sirene (...) Una volta ancora, un italiano è caduto nella trappola della "bella figura" (...). C'è una tendenza teatrale, nel nostro Paese, che fa parte del nostro fascino ma è alla radice di molti nostri problemi. Non soltanto sul mare. Alcuni dei nostri attuali guai finanziari derivano di li (...) Da controlli di facciata, da governi disattenti, da governanti che ci dicevano solo ciò che volevamo sentirci dire (...) Chi sbagliava veniva minacciato con spaventosi, lentissime e improbabili punizioni; mentre le sanzioni devono essere moderate, veloci e certe. (...) Le cose hanno cominciato a cambiare l'estate scorsa( ...), sono passate dal congedo di Berlusconi per arrivare al governo Monti - un governo badante, necessario a una politica anziana e non auto-sufficiente. Sorprendentemente - ma solo per chi non conosce bene l'Italia - gli italiani hanno accettato la nuova situazione.
 
     Le misure di austerità colpiscono duro, soprattutto le pensioni e la casa, ma non hanno provocato il panico o risposte emotive, come in Grecia. In Italia abbiamo l'opera, non la tragedia. Sappiamo quando la soprano sta per cantare e tutto finisce. O, se vogliamo restare alle metafore d'attualità, sappiamo vedere le rocce sotto la superficie. Ecco perché il comandante della Costa Concordia è tanto poco amato. Non ha visto quello che arrivava; e quando è arrivato, non ha saputo affrontarlo ed è andato via - non una bella figura, per niente. Gli italiani, oggi, sono invece per il capitano Gregorio De Falco che grida al telefono: «Vada a bordo, cazzo!». Perché in fondo e li che vogliamo stare: a bordo, sicuri in Europa e con l'euro. Forse addirittura senza prima toccare il fondo.
 
(Sintesi di un articolo pubblicato oggi da Financial Times e Corriere.it)
 
Da Il Fatto Quotidiano di Giovedì 19 Gennaio 2012 
 
Giustizia profumo d’intesa
 
Di Marco Travaglio
 
     Zitta zitta, mentre Monti ripete che il suo è un governo "strano", cioè a tempo e senza maggioranza precostituita, la Triade Alfano-Bersani-Casini esce dai tunnel e dalle catacombe per trasformarsi in maggioranza politica. E da quale tema comincia? Ma dalla giustizia, naturalmente. Cioè dal settore che, negli ultimi vent'anni, ha prodotto le maggiori occasioni di conflitto politico. Dunque, almeno sulla carta, dovrebbe essere il meno indicato per le larghe intese: almeno agli occhi dei tanti ingenui che ancora accarezzano il sogno manicheo di m centrosinistra legalitario contrapposto a un centrodestra impunitario. Purtroppo la realtà, come non ci siamo mai stancati di ripetere e come la storia recente dalla Bicamerale in poi s'è incaricata di dimostrare, è opposta: se c'è un comune denominatore fra i due schieramenti (salvo lodevoli ma trascurabili eccezioni) è proprio l'allergia di tutta la Casta politica ai poteri di controllo: a cominciare dalla magistratura più impegnata e autonoma. Dunque non c'è nulla di sorprendente se la Triade ha deciso di cominciare proprio dalla giustizia.
 
      Le voci - raccolte oggi dal nostro Fabrizio d'Esposito - sussurrano di imminenti larghissime intese su una qualche forma dî condono penale (un'amnistia mascherata che non imponga la maggioranza qualificata dei due terzi e salvi la faccia ai partiti in vista delle elezioni), con la solita scassa del sovraffollamento delle carceri Che, com'è noto, è sempre un ottimo alibi non tanto per far uscire di galera qualche migliaio di detenuti comuni, quanto per non far entrare in galera qualche decina di condannati eccellenti. Speriamo che si tratti di voci false e, soprattutto, che vengano smentite. Certo le prime uscite del ministro Paola Severino, portatrice di un monumentale conflitto d'interessi (basta scorrere la lista degli imputati Vip che assisteva fino all'altroieri come avvocato), fanno temere il peggio. Il suo via libera all'amnistia, subito temperato dalla precisazione che "è materia del Parlamento e non del governo", è lì a dimostrarlo. Così come il suo silenzio di tomba sulle decine di leggi vergogna (41 ad personam e una sessantina ad aziendas, ad mafiam e ad castam) varate nell'ultimo quindicennio dal centrodestra, ma anche dal centrosinistra. Se è vero che - come ha detto l'altro giorno la Severino, e sai che scoperta - "la lentezza dei processi costa ogni anno all'Italia 1 punto di Pil", bisognerebbe precisare quali norme hanno allungato i processi a dismisura. E poi raderle al suolo con un solo decreto che le cancelli con un tratto di penna.
 
      Invece, almeno a sentire il ministro, non è questo l'ordine del giorno. Quali sarebbero allora i punti dell'intesa della nascente maggioranza politica intorno alla Triade? La legge anticorruzione che la stessa Severino ha annunciato in pompa magna il mese scorso? In attesa che l'apposita commissione, composta anche dal professor Spangher noto amico di Previti, partorisca le sue proposte, ci sentiremmo di escludere che Al Fano, cioè il portaborse di B., possa avallare una legge che aggravi le pene per la corruzione e per l'evasione fiscale e ripristini il reato di falso in bilancio, visto che quei reati sono la specialità del suo principale. È anche una questione d'immagine: come può un partito, il cui leader sta per farla franca al processo Mills grazie ai certificati medici del malato immaginario inglese, pronunciare la parola "anticorruzione" senza scoppiare a ridere? E allora a pensar male si fa peccato, ma s'indovina. Del resto a marzo arriva in Cassazione il processo per mafia al braccio destro di B., Dell'Utri, che rischia, in caso di conferma della condanna d'appello a 7 anni, di raggiungere a Rebibbia l'amico Cuffaro (portato in Parlamento da Casini). Poi Penati, braccio destro di Bersani, finirà alla sbarra per milioni e milioni di tangenti. Un braccio destro di qua, un braccio destro di là. E una mano lava l'altra.

 

Da Libero di Giovedì 19 Gennaio 2012 
 
Doppia battaglia da fare
 
I movimenti anti-tasse diventano più credibili combattendo l’evasione
 
Di Davide Giacalone
 
     Si soffia sul fuoco, accanto a una miscela esplo­siva. Con l'aggravante che ciascuno soffia sperando d'allontanare da sé la deflagrazione. Attorno al tema fiscale s'allestisce un balletto indecoroso, il cui esito non sarà la riduzione dell'evasione, ma l'aumento delle tasse, della paura e della rabbia. Non diversa­mente si procede in altri settori, trasformando temi di sicura giustizia (come le liberalizzazioni) in armi pun­tate contro il nemico interno, contro il colpevole di turno, contro interessi e soggetti cui si pretende di dar la colpa della sorte. Ciascuno urla e nessuno dice, mentre cresce il numero di quelli che sono pronti a molto, compresa la violenza, pur di reagire, per sfug­gire alla realtà.
 
     Le dichiarazioni dei redditi degli italiani sono un clamoroso falso, che si ripete ogni anno e che ogni anno commentiamo come tale. L'evasione non è una pratica limitata, ma un costume diffuso. A reggerla ed espanderla c'è una tara culturale: il sentirsi antagoni­sti dello Stato e non parte dello stesso, sicché il fesso è quello che paga, la vittima è chi è costretto a farlo, e il furbo è quello che evade. Ma c'è anche una pressione fiscale dissennata e strutture di contrasto che agisco­no in modo violento, trattando i cittadini come sud­diti, ai cui vertici siedono persone che cumulano in­carichi e quattrini. Manca rispetto per lo Stato, ma anche rispettabilità.
 
     In questo schema l'evasore è sempre l'altro da sé, in quanto tale meritevole di condanna sociale e ogni forma d'angheria. Mentre non ci si sente evasori do­po avere pagato in nero il proprio avvocato, il denti­sta, il ristoratore, il maestro di tennis, la baby sitter e tante altre persone che, in quanto tali, appaiono non come fantasmi, ma come umani compartecipi dell'avere evitato, a chi paga e a chi incassa, il sovrap­più dell'Iva. Quando, poi, si passa dal proprio forni­tore, talora amico, alla sua categoria, ecco che, allora, commercianti, professionisti, autonomi, diventano i ladri che ci derubano, le categorie da punire, il male da estirpare. Per giunta dando corpo alla leggenda che i lavoratori dipendenti sono quelli che non eva­dono, il che è falso: non evadono sul reddito princi­pale, perché non possono, malo fanno sui secondari (ad esempio i docenti con le ripetizioni), oltre che in quanto pagatori in nero del meccanico, del parruc­chiere, del barista e tosi via. l giornali, oramai ciechi seguaci della scuola acritica e strombazzante, c'in­formano che la cortinata fiscale gode di gran popola­rità. Dagli al cafone e all'arricchito, trasformando il giusto rispetto della legge in moralismo vendicativo. Questa roba porta male, lo dicemmo subito.
 
     Credo che le tasse dovrebbero essere assai più bas­se (è possibile), ma credo anche che andrebbero pa­gate. Anzi, sono convinto che per far nascere un sano movimento per la loro riduzione non c'è altra strada che il far saltare l'equilibrio che si regge da anni: alta pressione e alta evasione. Seguo con compartecipe attenzione il lavoro dei giovani raccolti attorno al Tea Party Italia, dediti a sostenere quel che qui è eretico (la loro proposta, agli amministratori locali, per ab­battere l'Imu è non solo interessante, ma un'occasio­ne per far vedere che c'è ancora vita nel pianeta poli­tica), perché il pensiero unico vuole che la spesa vada finanziata, anziché tagliata, perché si dice che pagan­do tutti si paga meno, mentre invece si spende di più. C'è una cosa che darebbe loro considerevole forza: una vera lotta all'evasione. Tale da far capire a tutti che l'evasore non è sempre l'altro, e che con questa pressione il suo integrale rispetto porta allo schianto e alla depressione.
 
     Ieri Maurizio Belpietro ha dato alcune indicazioni pratiche. Altre se ne potrebbero aggiungere, in modo da far virare verso il vero quelle dichiarazioni massic­ciamente false. Ma una cosa sono le idee contro l'eva­sione (come le sue), altra la sollecitazione all'invidia, al rancore e alla delazione, in modo da trasmettere lo spettacolo fasullo della lotta tarocca. Questa dottrina è, al tempo stesso, selvaggia e inerte, istigante e rasse­gnata, capace solo di far crescere la rabbia. Senti­mento che, in assenza di politica e con i grossi partiti in coma, nessuno è in grado di gestire.

 

 

Da Libero di Giovedì 19 Gennaio 2012
 
I rapporti con Pechino
 
Quello che Prodi non vuole dire sulla «sua» Cina
 
Di Fausto Carioti
 
     Domanda d'inglese per il Professore di Bo­logna: come tradurrebbe la frase «Former Italian prime minister Romano Prodi, and other leading political figures, have helped formulate plans to establish the agency, Dagong said»? Da queste parti la tradurremmo più o meno così: «La Da­gong ha detto che l'ex primo ministro italiano Ro­mano Prodi, e altre figure politiche di primo pia­no, hanno contribuito a formulare i piani per fon­dare l'agenzia». Un rapporto di consulenza vero e proprio, insomma, che ha visto Prodi ricoprire un ruolo centrale (è l'unico politico citato) nella crea­zione della Dagong, l'agenzia di rating cinese che sta allegramente randellando l’Italia, al pari delle agenzie di rating occidentali. E poco importa, co­me vedremo tra poco, che questa consulenza sia stata direttamente remunerata oppure no.
 
    L'annuncio della collaborazione tra Prodi e la Dagong è apparso il 6 settembre 2011 su Xinhua, ovvero «Nuova Cina», l'agenzia di stampa cinese. Vale a dire la voce del regime di Pechino, che per inciso controlla anche la Dagong. Per­ché è importante ri­cordarlo? Perché nella lettera inviata ieri a Li­bero Prodi sembra da­re tura versione non proprio collimante con quella dei suoi amici. «Sarei ovviamente felice che entrino in fretta altre im­prese in questo settore così delicato, e tra queste vi può essere evidentemente posto per Dagong, con cui non ho avuto e non ho alcun rapporto economico ma che ho conosciuto nel corso della mia permanenza in Cina e il cui arrivo in Europa dovrebbe essere salutato con favore», si legge nella sua lettera. Vilipendio dei cungiuntivo a parte (o sarei felice che entrassero» è la formula corretta, «sarei felice che entrino» lo dice il ragionier Filini quando parla con Fantozzi), Prodi non fa alcun accenno al ruolo fondamentale che le autorità ci­nesi, grate e orgogliose, gli attribuiscono. Come mai?
 
     Per essere chiari: l'agenzia di stampa, al pari degli altri rami del regime, ha rapporti eccellenti con Prodi. Tanto che costui fu ospite d'onore all'inaugurazione dell'Ufficio regionale europeo di Nuova Cina, nel 2004, assieme al premier cine­se Wen Jiabao. Nuova Cina ancora oggi dà conto ai lettori di ogni presa di posizione di Prodi ed ha un'attenzione particolare per Giorgio Prodi, figlio di Romano e ricercatore economico all'universi­tà di Ferrara, tra i pochi ad essere interpellati sulla situazione dei conti pubblici italiani.
 
     Senza dubitare delle parole di Prodi senior, il quale assicura di non aver ricevuto alcun com­penso dalla Dagong, occorre però aggiungere che lo stesso ex leader dell'Ulivo h a modo di svol­gere altri prestigiosi lavori, si presume remunera­ti all'altezza, per conto del governo cinese. Nel marzo del 2010 tenne una lezione al Caibs Lujia­zui International Research Center di Shangai, una delle più importanti business school della Ci­na. Il proprio un anno fa Prodi è stato nominato professore onorario all'università cinese di Nan­kai, nella città di Tanjin: titolo che gli dà modo di svolgere lezioni in una delle scuole che prepara­no i futuri leader del partito comunista cinese. Un asse, quello felsineo-cinese, confermato dal giu­dizio che dette nel 2008 l'ambasciatore di Pechi­no a Roma: «Quando Prodi era premier, ogni an­no ha effettuato una visita in Cina e ha contribui­to allo sviluppo delle relazioni amichevoli tra i due Paesi» .  Rapporto consolidato dall'importan­te incarico accademico affidato al Professore e dai preziosi consigli danzi forniti per la creazione dell'agenzia di rating Dagong.

 

 

Da Il Giornale di Giovedì 19 Gennaio 2012 
 
I burocrati? Una cricca di tiranni. Favori e aiuti per tenersi i privilegi
 
Malinconico legale di Patroni Griffi sulla casa. Entrambi ex del Consiglio di Stato, lo stesso organo che ha avallato il «rischio sismico»
 
Di Giancarlo Perna
 
     La tecnica del ministro Filip­po Patroni Griffi per con­quistare la casa a prezzi stracciati è tipica del «partito ro­mano» cui appartiene. Il partito romano è quello dei «gabinetti­sti», ossia i grand commis che so­no nei ministeri come capigabi­netto, capi uffici legislativi (Filip­po lo è stato per lustri), ecc. Esco­no dagli stessi sinedri, Avvocatura e Consiglio di Stato, magistrature contabili e ordinarie, e sono di­staccati al governo, a Palazzo Chi­gi, al Quirinale. Una compagnia di giro più che mai in auge oggi che Monti ne ha tratto alcuni dei suoi ministri e sottosegretari.
 
     In tutto, alcune centinaia di per­sonaggi con un background in co­mune: i concorsi vinti insieme, l'eccellenza tecnica, la condivisio­ne di privilegi, la volontà recipro­ca di conservarli, dandosi mutuo soccorso. Tengono un piede nell'amministrazione, uno nella poli­tica, le mani in pasta e le dita sui bottoni della nota stanza. In sella da decenni, si scambiano poltro­ne e prebende, sono la quintessen­za dello Stato e il panorama per­manente del Palazzo. L'opposto dei politici, altalenanti nelle fortu­ne, precari nel potere, in balia dei capricci elettorali. In una parola, il partito romano è l'unico vero clan della Repubblica.
 
     Un politico per accaparrarsi vantaggi proibiti deve nasconder­si, trescare, violare la legge. Il parti­to romano, al contrario, ottiene ciò che vuole alla luce del sole. Egli «è» la Legge, incarna lo Stato, distribuisce ragione e torti, ha l'ul­tima parola. Se gli adepti puntano a qualcosa di precluso ai comuni mortali, rifuggono dalle scorciato­ie illegali dei politici, ma imboccano ostentatamente la via maestra della più assoluta legalità: il ricor­so al giudice, l'istanza all'autorità, le procedure trasparenti e forma­li. È infatti lungo questo itinerario che troveranno i loro pari grado, colleghi e amici in toga e in tocco, che sapranno piegare sapiente­mente le regole consentendogli di raggiungere l'obiettivo coni cri­smi, bolli e ceralacche delle perso­ne virtuose. Il partito romano ha questo supremo privilegio e invi­diabile paravento: poter usare la legalità per ottenere vantaggi im­morali.
 
     Inforcando questi occhiali, rie­saminiamo la storia esemplare della casa al Monte Oppio pagata un ottavo del suo valore. I protago­nisti sono due: Patroni Griffi, con­sigliere di Stato; il suo legale, Car­lo Malinconico; ex avvocato dello Stato ed ex consigliere di Stato. L'Inps, proprietaria dello stabi­le, decide di venderlo come immo­bile di pregio, cioè a prezzo pieno. Gli inquilini, facendosi scudo del più ammanicato tra loro, Patroni Griffi ,ricorrono per ottenere il de­classa mento dell'abitazione e pa­garla una miseria. Il Tar dà ragio­ne ai ricorrenti in base a una prov­videnziale perizia del ministero delle Infrastrutture che, classifi­cando come sismica l'area dove sorge la casa, la deprezza al punto desiderato da Patroni Griffi e del patrocinatore, Malinconico. Una barzelletta: la strapresunta sismi­cità di un palazzo, anziché porta­re alla dichiarazione della sua ina­gibilità e uscita dal mercato, ne fa­cilita l'acquisto a prezzi di saldo da parte di un gruppo di navigati borghesi benestanti. È teatro alla Ionesco.
 
     L'Inps dunque, sentendosi bug­gerata, ricorre al Consiglio di Sta­to. Lo fa da sola, perché l'Avvoca­tura di Stato che dovrebbe darle una mano nella tutela dei suoi interessi non si muove. Noteremo per inciso che illegale degli inquili­ni, Malinconico, è un ex avvocato dello Stato e ci permettiamo per­ciò di immaginare che gli ex colle­ghi si siano detti: «Ma perché dob­biamo rompere le scatole al no­stro Carletto?» e si siano appisolati con le mani in grembo. Giunta la pratica in Consiglio di Stato, tra polpe ed ermellini, tanto Patroni Griffi che Malinconico sono final­mente casa. Lì siedono gli amici di una vita, i colleghi dalle radici co­muni con i quali siedono a ban­chetto da lustri. Risultato: il giudi­zio del Tar è confermato e diventa definitivo lo sconto dei sette ottavi per la casa stregata che, unica in tutta Roma, è soggetta a eventi tel­lurici. A firmare la sentenza del trionfo finale, Roberto Chieppa, rampante consigliere, allora (2005) neanche quarantenne. Un mese fa, il governo ha nominato Chieppa segretario generale dell'Antitrust, che è così entrato al ga­loppo nel giro del partito romano.
 
     C'è una coda. Allarmata dalla svendita cui l'Inps era stata costret­ta, il sottosegretario all'Economia del Pdl, Maria Teresa Armosino, bloccò la liquidazione dell'immo­bile con legge 248/2005. Alcuni mesi dopo, la Consulta, tradizio­nalmente lumaca, dichiarò illegit­timo il blocco consegnando defini­tivamente la bicocca terremotata al combattivo Patroni Griffi. Per inciso, il padre di Roberto Chieppa, l'estensore della sentenza, è presi­dente emerito della Consulta che guidò dal 2002 al 2004. Nessun sot­tinteso. Solo per dire che il partito romano, affratella le generazioni, unendo contemporanei, avi e po­steri nel meraviglioso gioco di far­si i fatti loro alla faccia nostra.

 

Da Italia Oggi di Giovedì 19 Gennaio 2012 
 
Fisco a prova di privacy
 
Befera: ad accedere saranno non più di tre o quattro persone
 
Di Valerio Stroppa
 
     I dati sulle movimentazioni finanzia­rie dei contribuenti serviranno solo per selezionare i soggetti a rischio evasione. Lo screening avverrà a livello centrale e all'archivio avranno accesso non più di tre o quattro persone. La privacy dei cittadini sarà dunque pienamente tu­telata. Ad affermarlo è Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle entrate, in­tervenuto ieri al videoforum organizzato da ItaliaOggi e Ipsoa sulle novità fiscali e in materia di lavoro registrate negli ul­timi mesi con il succedersi delle diverse manovre del governo.
 
      L'inizia­tiva, trasmessa in diretta tv da Class/Cnbc e sui siti internet di ItaliaOggi, Ipsoa e Agenzia delle entrate, ha visto partecipare cir­ca 42 mila professionisti: 30 mila nelle oltre 200 sedi collegate degli ordini territoriali di commercia­listi e consulenti del lavoro, più altri 12 mila che hanno assistito ai lavori via web.
 
     Quello che è stato ribattezzato il «grande fratello fiscale», vale a dire l'obbligo per gli interme­diari finanziari di trasmettere le operazioni all’Archivio rapporti, sarà selettivo. E, come anticipato da ItaliaOggi del 3 gennaio 2012, non sarà «aperto» agli uffici, ma solo ai piani alti di via Cristoforo Colombo. Befera ribadisce che il monitoraggio dei conti correnti in vigore dal 1° gennaio 2012 sarà implementato con estrema cau­tela. «Cestiremo i dati in stret­ta collaborazione con il garante della privacy», conferma il diret­tore delle Entrate, «siamo già al lavoro per dare operatività alla norma». Sulla novità introdot­ta dall'articolo 11, comma 2 del dl n. 201/2011 si sono tuttavia registrate numerose preoccu­pazioni. Una fra tutte quelle che la trasmissione di una così imponente mole di informazioni abbia un costo per gli interme­diari (soprattutto banche), i qua­li potrebbero traslare l'onere sui clienti finali. «È una visione che non condivido», spiega Befera, «in primo luogo perché non chiedere­mo tutte le operazioni presenti negli estratti conto, ma solo una sintesi delle movimentazioni. E poi perché le infrastrutture in­formatiche sia nostre sia degli istituti di credito sono in grado di sopportare l'adempimento senza particolari aggravi o difficoltà».
 
      Sulla stessa lunghezza d'onda Marina Calderone, presidente dei consulenti del lavoro. «Su­scita un amaro sorriso vedere le banche lamentarsi dei costi per la trasmissione dei dati, minac­ciando di scaricarli sul cliente», evidenzia Calderone, che è anche al vertice del Cup nazionale, «so­prattutto agli occhi di centinaia di migliaia di professionisti che da anni sono investiti di tali one­ri e che hanno sempre adempiu­to senza percepire alcun tipo di compenso. Questa forma di con­trollo svolto per conto della p.a. è solo uno degli elementi che ci danno la consapevolezza di come le professioni, specialmente ora che ci apprestiamo alla loro rifor­ma, possono rivelarsi utili al pae­se per uscire dalla crisi. Obiettivo che non si può raggiungere solo con manovre repressive e in al­cuni tratti recessive».
 
     Befera ha parlato an­che del nuovo redditometro, assicurando che «stiamo tuttora raccogliendo i dati della sperimentazione attraverso la Sose ed entro la fine del mese di febbraio chiuderemo la fase di test». Il discorso si allaccia alla crisi economica e alla cosiddetta «evasione di necessità».
 
     «La legge è uguale per tutti, come pure il principio della capa­cità contributiva sancito dall'ar­ticolo 53 della Costituzione», chiosa il numero uno dell'Agen­zia. «Tuttavia, lo abbiamo ripe­tuto più volte, quando andremo ad applicare il redditometro pescheremo le grandi differen­ze. L'evasione è un fenomeno così grande che colpire i piccoli scostamenti sarebbe poco signi­ficativo, oltre che scarsamente etico».
 
     Proprio in tema di correttez­za, commentando i dati 2010 del contenzioso tributario, i com­mercialisti chiedono maggiore attenzione da parte dei verifica tori in sede di ac­certamento. «Nel 40% dei casi il contribuente risulta vittorioso», commenta Claudio Siciliotti, pre­sidente del Cndcec, «ciò significa che è stato costretto dal Fisco ad anticipare delle somme non dovute. In periodi di congiuntura negativa come quello attuale ciò può rivelarsi pesantissimo. Auspichiamo rigore nella lotta all'evasione, attraverso rettifi­che derivanti preferibilmente da controlli piuttosto che da presunzioni. Frutto di un lavoro svolto a tavolino, in maniera si­lenziosa, senza spettacolarizza­zioni. Così come è giunto il mo­mento, parallelamente a tutte le nuove tasse introdotte in questi mesi, di intervenire anche con tagli alla spesa pubblica».

 

Da La Stampa di Mercoledì 19 Gennaio 2011 
 
ORA CI VUOLE L’OPERAZIONE TRASPARENZA
 
Di Marcello Sorgi
 
      Le dimissioni del sot­tosegretario Malin­conico - lungamen­te rifiutate dall'inte­ressato per giorni e giorni, e velocemente ottenu­te da Monti ieri mattina - rap­presentano il primo serio in­ciampo del governo o piutto­sto una nuova prova del pote­re semiassoluto del presiden­te del consiglio? Visto l'anda­mento dei fatti, si sarebbe por­tati alla seconda risposta, dal momento che Malinconico, an­che senza conoscerlo, sembra uno dei tecnici entrati nel go­verno più per effetto del com­promesso finale sulla lista, tra Monti e i partiti, che non per diretta scelta del premier.
 
      Da questo punto di vista il caso è a suo modo emblemati­co e rivelatore di un compro­messo non riuscito - e forse neanche cercato - tra la squa­dra di professori, manager e funzionari di lungo corso eu­ropeo portati da Monti e il gruppo di grand commis, con­siglieri di Stato e capi di gabi­netto romani imbarcati per bilanciarli, quando non per controllarli o ostacolarli. Due mondi, due culture, due modi di muoversi, totalmente in­conciliabili, come si sapeva da prima di metterli insieme. E costretti ciò malgrado a convivere solo in nome della provvisorietà con cui i partiti, i politici, la politica nel suo complesso, si sono adattati al­la magra stagione dei tecnici.
 
     I curriculum di Malinconico, da questo punto di vista, era perfet­to: da Andreotti a Dini, D'Alema, Prodi (con Berlusconi stava all'Antitrust e all'Autorità per l'energia), era stato a diverso titolo in quasi tutti i governi, al vertice o poco più sotto, sempre in buoni rapporti con chiunque e grato per la benevolenza d'Oltretevere, che accettava discreta­mente, senza ostentarla. Quel che inve­ce non andava - e avrebbe dovuto te­nerlo fuori dal governo Monti - era la già nota, dal 2009, e imperdonabile leg­gerezza con cui aveva accettato nel 2008 di farsi pagare una vacanza di lus­so da un imprenditore appaltatore del­lo Stato; e la fiorente e privata attività di consulenza, solo di recente trasferi­ta alla moglie, che si intrecciava alle sue rilevanti responsabilità pubbliche.
 
     In linea di massima, va detto, non c'è nulla di male che un funzionario, un (ex) consigliere di Stato, uno speciali­sta dei meccanismi, per non dire del malfunzionamento, della pubblica am­ministrazione, si trovi a servire più go­verni, anche di orientamento politico differente: perché ogni presidente del Consiglio e ogni ministro ha bisogno del suo tecnico per concretizzare le proprie decisioni e sfuggire alle lungag­gini, talvolta alle paralisi, che la mac­china amministrativa impone a tutti, senza distinzione di colore o di tessera.
 
     Ma proprio per la delicatezza di que­sto lavoro e per l'immediata percezio­ne che ne hanno i cittadini, è necessa­rio che avvenga nella massima traspa­renza, e se possibile con frequenti rota­zioni: per impedire, sia la nascita di una casta, questa sì, un élite privilegia­ta, in cui gli incarichi vengono eterna­mente spartiti con gli stessi criteri; sia che le incrostazioni vengano coperte o rimosse seguendo logiche e interessi non sempre chiari, e lasciando la sensa­zione, alla fine, che una mano lava l'al­tra e non se ne parla più.
 
    Esigenze come queste, già forti e ir­rinunciabili di per sé, lo diventano an­cor di più quando i tecnici salgono di un gradino e vanno a sedere al posto dei politici. Bene ha fatto, dunque, Monti a pretendere le dimissioni che Malinconico non voleva dare. Ma non basta. A questo punto serve un'accele­rata per la promessa operazione tra­sparenza che già un mese fa doveva portare a conoscere le radiografie det­tagliate dei patrimoni e degli interessi di tutti i membri del governo. Una bel­la lenzuolata di dati sensibili: ecco quel che ci vuole, per ridare fiducia ai citta­dini che proprio in questi giorni stan­no facendo i conti con i sacrifici impo­sti dalla crisi. E per evitare, non si sa mai, che dalle pieghe di un passato che non passa venga fuori qualche altro ca­so, dopo quello risolto in fretta e furia solo ieri.

 

Da Il Giornale di Giovedì 19 Gennaio 2012 
 
I partiti si fanno il condono.Per i manifesti abusivi
 
Affissioni vietate: nel Milleproroghe spunta una maxi sanatoria.Basteranno mille euro a provincia per cancellare tutte le multe
 
Di Emanuela Fontana
 
     Roma Dovevano cambiare i tem­pi, governo tecnico e misure di ri­gore. E invece dietro l'angolo dell'anno nuovo è in arrivo un bel condono. Il primo del governo Monti, e che «salva», guardacaso, i politici. I due relatori del Pdl e del Pd hanno infatti inserito nel decre­to Milleproroghe un emendamen­to che prevede una sanatoria per gli abusi dei cartelloni pubblicita­ri dei politici. Tutti i reati commes­si fino al 29 febbraio di quest'anno potranno essere sanati con un ver­samento di appena mille euro: non per cartellone, ma per ogni provincia dove è avvenuto l'abu­so.
 
     Basta questo piccolo pagamen­to per annullare tutti i procedi­menti incorso con amministrazio­ni o associazioni di cittadini. I ma­nifesti selvaggi, sparpagliati spes­so in luoghi simboli delle città, so­no tutti quasi perdonati, previo pa­gamento della piccola multa.
 
     Sui blog già si grida alla «casta» che tutela sempre se stessa. La mi­sura era stata in realtà prevista, identica, lo scorso anno, proprio nel decreto Milleproproghe, e an­che l'anno prima, e quello prima ancora, a ritroso, fino al 2008. È in­somma una prassi: ogni reato commesso dai partiti alla voce pubblicità stradale decade con il condono. Ma quest'anno il provvedimento fa a pugni con il nuovo corso italiano che il governo tecni­co vuole portare per salvare il Pae­se. Sacrifici per tutti ma cartelloni politici condonati. La norma arriva tra l'altro nei giorni in cui la pro­cura di Roma sta indagando su un presunto mercato di «mazzette» nella Capitale legate alle affissioni abusive.
 
     L'emendamento porta le firme dei relatori Gianclaudio Bressa (Pd) e Gioacchino Alfano (Pdl), che non hanno fatto nulla di diver­so dagli anni passati, ma che nella serata di ieri hanno ricevuto (con il governo) i primi attacchi politici da radicali e Italia dei Valori.
 
      I radicali Mario Staderini e Mar­co Cappato chiedono al presiden­te Napolitano e al premier Monti di «bloccare questo scempio, par­ticolarmente odioso nel momen­to in cui si chiedono agli italiani enormi sacrifici».
 
     La norma è abusiva «come le af­fissioni illegali che si vorrebbero condonare», attacca anche il pre­sidente vicario del gruppo Idv alla Camera Antonio Borghesi. Nessuna protesta della Lega. Sembrerà strano, ma non lo è, per­ché fu proprio il Carroccio, nel 2010 al Senato, a proporre lo stes­so emendamento al decreto Mille­proroghe di allora. « È normale per chi fa politica davvero», sottoli­neava il senatore del Carroccio Massimo Garavaglia. In quella contingenza il Partito democrati­co aveva invece votato contro, e il senatore Enzo Bianco aveva defi­nito il provvedimento «una nor­ma di inciviltà». Quell'emenda­mento prorogava anzi al 31 mag­gio la sanatoria sui cartelloni poli­tici abusivi, comprendendo così anche i mesi delle elezioni regio­nali.
 
     La sanatoria 2012 si riferisce dunque al periodo compreso tra l' 1 marzo del 2011 e la fine di feb­braio di quest'anno. E compren­de quindi anche gli ultimi cartelli affissi dai partiti, compresi quelli della nuova campagna di tessera­mento del Pd, che secondo molti blogger «sarebbero abusivi».
 
      Il via libera al decreto Millepro­roghe nelle commissioni Bilancio e Affari Costituzionali è previsto per oggi. I relatori Gianclaudio Bressa e Gioacchino Alfano hanno presen­tato un pacchetto di proposte che vanno dalle modifiche alla rifor­ma delle pensioni per i lavoratori che hanno stretto accordi indivi­duali con le aziende, a novità sul personale della scuola, sulle con­cessioni autostradali, sulla vendi­ta degli immobili delle Regioni. Ie­ri i è iniziato l'esame di trecentocin­quantà emendamenti presentati dai singoli deputati, ma il voto sui tempi più importanti è previsto per oggi. La prossima settimana il Mille­proroghe approda nell'aula di Montecitorio.

 

Da Il Fatto Quotidiano di Giovedì 19 Gennaio 2012

 

 


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