31-01-2012

Servizio segnalazione articoli e commenti del 31 Gennaio 2012

Il Servizio in questione, avuto riguardo alla Sentenza della Corte di Cassazione del 20 settembre 2006 n. 20410, è completamente gratuito ed è privo di qualsiasi finalità di lucro; gli articoli riportati vengono diramati nel tardo pomeriggio onde evitare pregiudizio alla diffusione in edicola.
 
 
 
 
 
 
 
 
Dal Corriere della Sera del 31 Gennaio 2012
 
 
 
 
 
 
 
 
Dal Il Sole 24 Ore del 31 Gennaio 2012
 
Il dissenso, i rischi di derive violente e il vuoto (ancora) della politica
 
Il senso della giornata di Napolitano e i ritardi che i partiti non hanno colmato
 
Di Stefano Folli
 
      Poche migliaia di persone, con le lo­ro buone o cattive ragioni, sono an­date vicine a mettere in ginocchio l'intera nazione (e non è detto che vi ab­biano ri nunciato). Ieri a Bologna un pic­colo gruppo di studenti cosiddetti «in­dignati», sulla scorta di parole d'ordine in apparenza nuove e in realtà vetuste (persino la difesa del valore legale della laurea), ha approfittato della cerimonia in onore di Napolitano per creare ten­sione e ottenere una ribalta mediatica.
 
     L'episodio «fa notizia», come si dice, più che altro perché il bersaglio della manifestazione era il presidente della Repubblica. In realtà questa imitazione felsinea del movimento «Occupy Wall Street» è troppo esigua per essere signi­ficativa. Anche la "serrata" dei camioni­sti è opera di una minoranza all'interno della categoria. Ciò nonostante gli inter­rogativi sul disagio sociale e il rischio di derive violente sono all'ordine del giorno. Li ha raccolti lo stesso capo del­lo Stato, nel momento in cui ha dato qua­si per scontato che l'Italia uscirà dalla crisi «impoverita materialmente». L'importante, ha aggiunto, è che non ne esca più povera anche sul piano «spiri­tuale e culturale».
 
     Si capisce che Napolitano vede il peri­colo di una frammentazione morale dell'Italia, sull'onda della perdita di cre­dibilità da parte delle forze politiche. Quindi torna a sottolineare la questio­ne chiave: il rinnovamento politico-isti­tuzionale del paese non può attendere. Il che significa riforme istituzionali e ri­forma della legge elettorale, sullo sfon­do di un legame più stretto fra i cittadi­ni elettori e i loro rappresentanti in Par­lamento. Il «web», dice Napolitano, è un magnifico strumento tecnico, ma non può sostituire la coesione garantita da un sistema politico con radici salde.
 
    Il discorso tradisce un'evidente pre­occupazione: che il vuoto della politi­ca continui e si approfondisca, senza che i leader riescano a invertire la rot­ta. Per cui da un lato avremmo il gover­no Monti che prosegue per la sua stra­da, modificando in buona misura il volto del Paese, e dall'altro troverem­mo i partiti inerti, incapaci di interpre­tare un ruolo dinamico. Impotenti a tornare sulla scena rinvigoriti, come essi reclamano a gran voce, ma senza capire che l'Italia è entrata in una nuo­va fase della storia repubblicana. Tut­to questo può determinare una con­traddizione insanabile. Soprattutto se nel Paese emergessero conflitti e ten­sioni che oggi sono ancora parziali e controllabili, ma domani chissà. Il ri­fiuto della politica, quando si accom­pagna alla crisi dell'economia, apre la porta all'incognito.
 
     Inutile dire che l'appello del capo del­lo Stato ha raccolto il plauso immedia­to dei capi politici, almeno di quelli che danno vita alla "grande coalizione di fatto" che sostiene il governo. Se negli anni avessimo avuto una riforma per ogni applauso che i partiti hanno riser­vato al presidente della Repubblica ogni volta che li ha strigliati, oggi avremmo risolto tutti i problemi nazio­nali. Purtroppo non è così, come è no­to. Ma la speranza non è morta.
 
 
Da Libero del 31 Gennaio 2012
 
Monti prepara un’altra stangata
 
La recessione incide sui conti pubblici: il Professore avrebbe già studiato un nuovo intervento da 15,5 miliardi. La speranza è di evitarlo con la revisione dei costi dei ministeri. Che però doveva servire a scongiurare l’aumento dell’Iva al 23%
 
Di Franco Bechis
 
     L'idea di Mario Monti che con il suo piano di liberalizzazioni il Pil italiano avrà una scossa tale da farlo crescere di dieci punti è sta­ta considerata più o meno come una di quelle barzellette raccon­tate da Silvio Berlusconi ai vertici internazionali. La doccia gelata agli entusiasmi del premier ita­liano (che la barzelletta l'ha rac­contata, ma non ci crede nem­meno lui), è arrivata ieri da Moo­dy's, la terza sorella del rating che potrebbe dare all'Italia la mazzata decisiva. L'agenzia americana in un suo rapporto sull'Italia sostiene che il decreto legge salva-Italia ap­provato a dicembre «ridurrà il redito di­sponibile delle famiglie attraverso un taglio dei trasferimenti e un aumento delle tasse». Questo costerà all'Italia la recessione di un punto di pil nel 2012 e un tasso di disoccupazione che dovreb­be lievitare dall'8,2 all'8,8%. Il giudizio di Moody's è importante, perché nelle ul­time settimane il rating del debito pub­blico italiano è stato declassato pesan­temente da Standard & Poor's (giudizio BBB+) e da Fitch (giudizio A-). Moody's negli ultimi anni è intervenuta qualche tempo dopo le altre agenzie, e già il 4 ot­tobre scorso aveva declassato a livello A2 il debito pubblico italiano con un giudizio negativo sulle prospettive futu­re. Il 12 dicembre scorso la stessa agen­zia americana aveva iniziato ad esami­nare il decreto salva-Italia di Monti dan­done un giudizio sostanzialmente posi­tivo, ma riportando la stima governativa di una crescita del Pil italiano dello 0,5% nel 2012. Nel giro di poco più di un mese Moody's ha rivisto profondamente quella sua prima impressione, valutan­do fortemente recessive le misure vara­te dal nuovo governo. Ed è la sola delle tre grandi sorelle del rating ad avere da­to un giudizio negativo sul lavoro del go­verno Monti. Come questo si tradurrà in un possibile declassamento dell'Italia, è l a vera domanda che in questo momen­to si stanno facendo tutti gli esperti. Se il prossimo declassamento dovesse esse­re di un solo gradino, l'Italia sarebbe sul ciglio del burrone, ma il giudizio A3 consentirebbe ancora agli investitori istitu­zionali del mondo di inserire nel loro portafoglio Btp e Bot. Se Moody's faces­se scivolare il rating di due gradini - co­me ha fatto S&P, allora si entrerebbe nel dramma. Fondi pensione e molti altri investitori internazionali non possono tenere titoli che non abbiano la "A" in portafoglio. E quella A viene calcolata nel giudizio mediano delle tre sorelle del rating: si toglie il valore più alto e quello più basso. Resterebbe quello centrale a certificare che l'Italia è davve­ro caduta in serie "B" e che il suo debito deve essere fuggito come la peste dagli investitori istituzionali sani, obbligati a proteggere il portafoglio dei loro clienti.
 
      La doccia gelata di Moody's fa capire bene come l'arca di Monti stia navigan­do in una tempesta che apre falle appe­na ne ripari una. Ieri il report è arrivato mentre qualche notizia non pessima stava emergendo dal vertice europeo sul nuovo patto di Bilancio che integre­rà e in parte sostituirà le attuali regole di Maastricht. Li ci sono misure che fanno tremare i polsi all'Italia: perché la strada segnata perla riduzione del debito pub­blico al 60% del Pil in assenza di crescita robusta si trasformerebbe in manovre annuali da 40 miliardi di euro per alme­no 15 anni, rendendo impossibile a qualsiasi futuro esecutivo una pallida ipotesi di politica economica. Siccome tutti hanno le loro ferite da leccarsi in questo momento (la Spagna ha più di un problema, la Francia li sta sc opren­do in queste settimane), le norme dra­coniane imposte hanno ora una via di fuga straordinaria: nel trattato non sa­ranno previste sanzioni per chi viola le regole. Quindi se uno non fa la manovra da 40 miliardi annui di rientro dal debi­to pubblico, non accade nulla. Ed é na­turalmente una ottima notizia per un paese come l'Italia.
 
       Fino all'entrata in vigore del nuovo trattato però restano in vigore le vecchie sanzioni, che fanno ancora male. Ed è questo il principale cruccio di Monti. Perché dal monitoraggio continuo che si sta facendo, i conti pubblici non sa­rebbero affatto a posto. L'effetto reces­sivo incide naturalmente anche sul rap­porto fra deficit e pil (perché lo stesso deficit diventa percentualmente più grande se il pil scende)". E secondo quando gli stessi membri del governo ammettono in seminari a porte chiuse con gli investitori, Monti ha già pronto uno schema di manovra correttiva dei conti pubblici da usare a primavera inoltrata per circa 15,5 miliardi di euro. La speranza è che per quella data parte sostanziale della somma arrivi dalla spending review in atto nei vari mini­steri. Se anche quella falla fosse tappata in extremis con qualche lacrima e meno sangue, se ne aprirebbe un'altra da li a poco. I risparmi di spesa erano stati im­maginati per sostituire quell'aumento dell'Iva di due punti che entrerà in vigo­re (dal 21 al 23%) dal primo settembre e (dal 10 al 12%) dal primo ottobre prossimo. Due misure che potrebbero spe­gnere i consumi, fare lievitare l'inflazio­ne e naturalmente rendere ancora più recessiva la tendenza dell'economia italiana. Ma più di un a falla alla volta Monti non può tappare. E la navigazio­ne resterà tempestosa.
 
 
Dal Corriere della Sera del 31 Gennaio 2012
 
Un passo timido aspettando tagli veri 
 
Di Sergio Rizzo
 
     Potrebbe sembrare una bella sforbiciata, ma nulla in confronto alla vera questione: la mancanza di trasparenza nel finanziamento dei partiti. Per non parlare dei costi abnormi delle strutture e degli apparati.
 
    Tanto tuonò che alla fine piovve. Resta soltanto da vedere se si tratta di un acquazzone oppure di una spruzza­tina. E soprattutto se i parlamentari non hanno già aperto l'ombrello. Certo, l'adozione del sistema contri­butivo per il calcolo dei vitalizi è un cambiamento: anche se sarebbe stato preferibile, e più equo, abolire i vitali­zi e calcolare i relativi periodi contributivi ai fini di un'unica pensione.
 
      Certo, un taglio di 1.300 euro lordi al mese potrebbe sembrare una bella sforbiciata, se non si trattasse di una partita di giro: quell'importo altro non sarebbe, a quanto pare, che l'au­mento della retribuzione conseguente al passaggio al regime contributivo, che verrebbe sterilizzato girando il di più a un apposito fondo di spettanza degli stessi parlamentari.
 
      Certo, la riduzione del 10 % delle in­dennità di funzione è un segnale: ma riguarda appena una manciata di de­putati e senatori. C'è chi argomenterà che non si può sempre vedere il bicchiere mezzo vuo­to. In un mondo nel quale per anni si è giocato a rimpiattino, fingendo di fa­re i sacrifici mentre in realtà i privilegi aumentavano, la semplice applicazio­ne del contributivo per i vitalizi è una misura scioccante. Per quanto non as­solutamente paragonabile, dal punto di vista degli effetti finanziari, al tetto delle retribuzioni degli alti dirigenti pubblici che Mario Monti è riuscito a imporre.
 
     Ma va detto, con forza, che ancora una volta il problema più macroscopi­co non è stato risolto. La somma desti­nata al pagamento degli assistenti par­lamentari, finora versata a forfait sen­za bisogno di esibire i contratti o le pezze d'appoggio, dovrà adesso esse­re rendicontata per il 50%. L'altra me­tà continuerà ad affluire senza giustifi­cativi nelle tasche degli onorevoli. Par­liamo di 1.845 euro al mese per i depu­tati e 2.090 per i senatori. Tutto ciò fin quando non sarà individuata una solu­zione definitiva. Quale? «Regolarizza­re la figura dell'assistente parlamenta­re, spesso registrato come colf o auti­sta, e dargli una dignità sul modello europeo. Con qualifiche e uno stipen­dio determinato per legge, pagato di­rettamente dal Parlamento», aveva detto uno dei tre questori, il pidiellino Antonio Mazzocchi. Semplicissimo da fare: basta copiare Strasburgo. Ma qui da noi è molto più facile da dire.
 
     Ora ci spiegano che servirà una leg­ge, sebbene proposte che vanno pro­prio in questa direzione giacciano da anni a Montecitorio e palazzo Mada­ma. Sepolte nei cassetti. Una per tutte, il disegno di legge presentato dai tre questori del Senato Romano Comincioli (deceduto qualche mese fa), Be­nedetto Adragna e Paolo Franco il 21 aprile 2009, quasi tre anni fa. Perché non è mai stata messa all'ordine del giorno? Il motivo è lo stesso che fa an­dare avanti su questa vicenda una in­decorosa melina: i partiti non voglio­no perché i soldi destinati alla retribu­zione dei collaboratori parlamentari fi­niscono anche nelle loro casse. Una forma di finanziamento surrettizio del­la politica, che suona come una beffa per chi paga le tasse, dato che su quei contributi c'è uno sgravio fiscale del 19%. Un esempio concreto? Il deputa­to Tizio versa al partito 2.000 euro al mese prelevandoli dalla somma desti­nata ai «portaborse». Il Fisco gliene re­stituisce 380: ai contribuenti il suo fondo per gli assistenti parlamentari viene quindi a costare non più i 3.690 euro mensili dichiarati, bensì 3.690+380 = 4.070.
 
    Ecco perché le sforbiciatine agli sti­pendi sono nulla in confronto alla ve­ra questione: la mancanza di traspa­renza nel finanziamento dei partiti, che questa vicenda apparentemente marginale mette brutalmente in luce. Un'opacità arrogante, che alimenta corruzione e altri comportamenti ri­provevoli. Per non parlare dei costi ab­normi delle strutture e degli apparati. Si può allora dare in pasto alle folle ur­lanti un taglio furbetto alle indennità, spacciandolo per un doloroso salasso. Ma finché non si sarà stabilito che un commesso della Camera non può gua­dagnare come un manager e che la po­litica si deve finanziare in modo equo e trasparente non si sarà fatto ancora niente.
 
 
Da Il Fatto Quotidiano del 31 Gennaio 2012
 
LO IOR SI FA BEFFE DELL’ITALIA 
 
In un documento riservato il rifiuto del Vaticano di dare informazioni allo Stato. A difendere la banca era la Severino. 
 
Di Marco Lillo
 
     Il Vaticano sta prendendo per il naso da mesi la giusti­zia e la Banca d'Italia. Il Go­verno Monti dovrebbe fare la voce grossa e ottenere il ri­spetto degli impegni assunti in materia di antiriciclaggio ma c'è un piccolo particolare: il mini­stro della giustizia che dovrebbe essere in prima linea in questa battaglia, è stato l'avvocato del presidente della banca vaticana, lo IOR, Ettore Gotti Tedeschi. La linea del Vaticano in questa ma­teria non corrisponde affatto al­le promesse di trasparenza con­trabbandate in pubblico. Lo di­mostra un documento che Il Fat­to pubblica in esclusiva.
 
     Si intitola "Memo sui rapporti IOR-AIF" ed è un documento "confidenziale" e "riservato" cir­colato negli uffici del Papa e del­la Segreteria di Stato e annotato a penna da una mano che - secon­do gli esperti di cose Vaticane - potrebbe essere quella di mon­signor Georg Ganswein, il segre­tario di Benedetto XVI. E' stato scritto da un personaggio molto in alto che si può permettere di sottoporre la sua analisi ai vertici del Vaticano. Al di là di chi sia l'autore, il "memo" dimostra che il Papa, il segretario di Stato Tarcisio Bertone, il presidente dello AIF, l'autorità di controllo antiriciclaggio Attilio Nicora e ì vertici dello IOR sono tutti a co­noscenza della linea sul fronte antiriciclaggio che sì può sinte­tizzare così: non si deve collabo­rare con la giustizia italiana per tutto quello che è successo allo IOR fino all'aprile 2011. Il "Me­mo", come dimostrano le note appuntate a penna dalla segrete­ria del Santo Padre, è stato "Discusso con SER (Sua Eminenza Reverendissima) il Cardinale Bertone il 3 novembre" 2011. L'autore della nota, favorevole a una maggiore apertura verso Bankitalia e le Procure, aggiun­ge: Bertone "Si è trovato d'accor­do sulle mie considerazioni! In­contrerà SER il cardinale Attilio Nicora (Presidente dell'AIF) e il direttore AIF (Francesco Ndr) De Pasquale". Il merlo, così an­notato, è stato poi girato, al pre­sidente dello IOR e al direttore dell'AIF.
 
     Basta scorrere il testo per capire la rilevanza della partita in gio­co: "Dall'entrata in vigore della legge vat icana anti-riciclaggio, avvenuta il primo aprile 2011, sì sono tenuti numerosi incontri tra lo IOR e l'AIF (Autorità crea­ta dalla nuova legge del Vatica­no Ndr), rivolti da una parte a dimostrare alla nuova Autorità le iniziative intraprese per l'ade­guamento delle procedure in­terne alle misure introdotte dal­la legge...."
 
       IN QUESTA prima parte il me­mo ripercorre la vicenda del mu­tamento della normativa antirici­claggio, intervenuto sotto la spinta dell’indagine della Procura di Roma. Il pm Stefano Rocco Fava e il procuratore aggiunto Nello Rossi - a settembre del 2010 - avevano sequestrato 23 milioni di euro che stavano per essere trasferiti dal conto dello IOR presso il Credito Artigiano alla Jp Morgan di Francoforte (20 milio­ni di euro) e alla Banca del Fucino (3 milioni) e aveva indagato il presidente IOR, Ettore Gotti Te­deschi e il direttore Cipriani. Se­condo i pm, lo IOR si era rifiutato di dire " le generalità dei soggetti per conto dei quali eventualmen­te davano esecuzioni alle opera­zioni". Cioé chi era il reale pro­prietario dei soldi. Dalle indagini della Guardia di Finanza emerge­va un quadro inquietante: lo IOR mescolava sul suo conto al Cre­dito Artigiano i 15 milioni di euro provenienti dalla CEI, e frutto dell'8 per mille dei contribuenti italiani, con fondi di soggetti di­versi. Non solo: da altre operazio­ni emergeva che lo IOR funziona­va come una fiduciaria e i suo» conti erano stati usati per scher­mare persino i proventi di una presunta truffa allo Stato italiano realizzata dal padre e dallo zio (condannato per fatti di mafia) di don Orazio Bonaccorsi.
 
      DI FRONTE a un simile scena­rio i pm romani si erano opposti al dissequestro dei 23 milioni di euro nonostante le dotte motiva­zioni dell'avvocato (lei presiden­te dello IOR, il professor Paola Se­verino. Il ministro ora ha lasciato lo studio e si è cancellato dall'Al­bo anche se non ha comunicato alla Procura chi la sostituirà nella difesa di Gotti Tedeschi. A sbloccare la situazione comunque non fu l'avvocato Severino ma il Papa in persona. Con una Lettera Apo­stolica per la prevenzione e il contrasto delle attività illegali in campo finanziario il 30 dicembre 2010, Benedetto XVI ha istituito l'Autorità di informazione finan­ziaria (AIF),per il contrasto del ri­ciclaggio. I pm romani motivaro­no così il loro parere favorevole al dissequestro nel maggio 2011: "l'AIF ha già iniziato una collabo­razione con l'UIF fornendo infor­mazioni adeguate su di un'opera­zione intercorsa tra IOR e istituti italiani e oggetto di attenzione". Peccato che, un minuto dopo es­sere rientrato in possesso dei suoi 23 milioni, lo IOR ha cam­biato completamente atteggia­mento. Tanto che in Procura non si nasconde il disappunto per quel dissequestro " sulla fiducia". Ora si scopre che la giravolta va­ticana è una scelta consapevole delle gerarchie, come spiega lo stesso "memo" discusso dai car­dinali Nicora e Bertone e dallo stesso Gotti Tedeschi. "L'AIF (... ) ha inoltrato allo IOR alcune richieste di informazioni relative a fondi aperti presso l'Istituto, cui quest'ultimo ha corrisposto, consentendo tra l'altro lo sblocco dei fondi sequestrati dalla Pro­cura di Roma ( ...) Ultimamente, tut­tavia la Direzione dell'Istituto ha rite­nuto di riscontrare le richieste dell'AIF - relative ad operazioni sospette o per le quali sono in corso procedimenti giudiziari- fornendo informazioni sol­tanto su operazioni effettuate dal pri­mo aprile 2011 in avanti.
 
      Nel corso dell'ultimo incontro tra IOR e AIF del 19 ottobre u.s. tale posizione è stata sostenuta dall'Avv. Michele Briamon­te (dello studio Grande Stevens Ndr), sulla base di un generale principio di irretroattività della legge, per il quale le misure introdotte dalla legge antiriciclaggio, (...) non possono vale­re che per l'avvenire". Questa linea interpretativa, ovviamente, osta­cola enormemente il lavoro degli investigatori italiani e l'Aif ne è consapevole tanto che, come si evince dal memo ha ribadito "il proprio diritto/dovere ad accedere a tutti i dati e le informazioni in possesso dello IOR (..) motivando tale posizio­ne con argomentazioni attinenti alla lettera e alla ratio della legge, al rispet­to degli standard internazionali cui la Santa Sede ha aderito, allo svuota­mento dell'effettività della disciplina appena introdotta, al rischio di una valutazione negativa dell'organismo internazionale chiamato a esaminare il sistema Vaticano di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del ter­rorismo".
 
     PURTROPPO l'operazione trasparenza era solo uno spec­chietto per le allodole. Nel frat­tempo il Vaticano ha spostato la sua operatività dalle banche ita­liane alla JP Morgan, soprattutto a Francoforte. La banca america­na ha però un solo sportello (non accessibile alla clientela comu­ne) a Milano, che è già finito, da quello che risulta al Fatto, nel mi­rino dell'attività ispettiva della Banca d'Italia. E così il 25 gennaio è stato pubblicato un decreto pontificio che ha ratificato tre convenzioni contro il riciclaggio. Sembra ci sia anche un arti­colo sull'obbligo di "adeguata ve­rifìca" prima del fatidico primo aprile. In Procura però stavolta non si fidano.
 
 
Da Libero del 31 Gennaio 2012
 
SOMME INGENTI
 
Rimborsi sottratti. Indagato Lusi, senatore del Pd 
 
       L'ex tesoriere della Margheri­ta ed attuale senatore del Par­tito democratico Luigi Lusi (nella foto) è indagato dalla Procura di Roma - secondo quanto riportato ieri sera dall'Ansa - per una presunta appropriazione di somme re­lative a rimborsi elettorali. Non è ancora nota l'entità del­la somma della quale Lusi si sarebbe appropriato né a quale elezione si riferiscano i rimborsi. L'inchiesta è coordi­nata dal procuratore aggiunto di Roma Alberto Caperna e diretta dal pm Stefano Pesci. Nei giorni scorsi - da quanto si è appreso - Lusi è stato già interrogato dal magistrati in­quirenti ed avrebbe fatto al­cune ammissioni, come con­fermerebbero le dichiarazioni rilasciate ieri da Francesco Rutelli.
 
     L'ex leader della Margherita, assistito dall'avvocato Titta Madia, si è costituito parte of­fesa nel procedimento. «Ab­biamo appreso con sconcerto, alcuni giorni fa, che il Senato­re Lusi aveva confessato in­nanzi all'autorità giudiziaria di essersi appropriato di in­genti somme di denaro di proprietà della Margherita­DL», ha affermato ieri Rutelli in una nota firmata assieme ad Enzo Bianco e Giampiero Bocci.
 
     «La notizia è incredibile per la personalità di Lusi, che ha go­duto della massima stima e fi­ducia degli organi del partito, anche concorrendo a fare del­la Margherita un raro caso di partito con bilanci sani e in attivo. Ciò ci ha indotto a dare corso immediato a tutte le azioni giudiziarie come parte offesa e ad attivare gli accer­tamenti necessari per la veri­fica delle modalità dell'am­manco», ha aggiunto Rutelli. L'ex leader della Margherita ha spiegato anche che «Lusi ha quindi dato le sue dimis­sioni da tesoriere della Mar­gherita-DL ed ai magistrati procedenti ha manifestato la sua intenzione di restituire, in tempi brevissimi, le somme di cui si è appropriato e che sono nella sua disponibilità».
 
 
Dal Corriere della Sera del 31 Gennaio 2012
 
I 13 milioni della Margherita finiti nelle società del tesoriere 
 
A Lusi 90 bonifici. Soldi per l’appartamento e in Canada
 
Di Fiorenza Sarzanini
 
      ROMA - Soldi del partito utilizzati per acquistare un ap­partamento al centro di Roma e altri beni personali. Ben 13 milioni di euro della Margheri­ta che l'ex tesoriere del partito è accusato di aver dirottato su società italiane ed estere. Si tratta di rimborsi elettorali e di altri finanziamenti provenienti dal Partito democratico, ma Luigi Lusi - tuttora senatore del Pd - li avrebbe gestiti co­me se fossero suoi. Per questo è indagato per appropriazione indebita dalla Procura di Ro­ma, ma l'inchiesta non è termi­nata. Ci sono ancora alcuni aspetti da chiarire e uno riguar­da l'intera movimentazione del conto corrente, sul quale aveva la delega a operare anche l'ex presidente Francesco Rutelli che ha già annunciato di esser­si costituito parte civile insie­me agli ex vertici del partito. L'attuale leader di Api è stato interrogato come testimone dai magistrati e ha dichiarato di non aver mai avuto alcun ruolo nella gestione economica. Lusi avrebbe invece ammes­so di aver spostato i soldi e non è escluso che alla fine possa ad­dirittura decidere di patteggia­re la pena Intanto sono stati co­munque disposti ulteriori con­trolli per ricostruire «entrate» e «uscite» tra il gennaio 2oo8 e l'estate 2011, esattamente il pe­riodo durante il quale il senato­re avrebbe «svuotato» il conto, per verificare eventuali altri tra­sferimenti illeciti.
 
     L'appartamento di lusso Gli accertamenti vengono av­viati nel novembre scorso quan­do i magistrati ricevono una se­gnalazione di operazione so­spetta da Bankitalia. Da un con­to corrente intestato a «Demo­crazia e libertà» sono infatti par­titi novanta bonifici in poco più di due anni e mezzo e dun­que si chiede alla Guardia di Fi­nanza di scoprire causali e desti­natari dei soldi. Quel deposito - come scoprono gli investiga­tori delle Fiamme gialle - «è alimentato da accrediti disposti a titolo di rimborso elettorale e da trasferimento di fondi del Partito democratico». Si scopre così che gli accrediti sono stati tutti inviati alla «TTT srl». Si tratta di una società riconduci­bile a Lusi e il passaggio di de­naro è stato giustificato come «pagamento di fatture per con­sulenze». In realtà le verifiche patrimoniali raccontano tutt'al­tra storia.
 
      Con i soldi del partito, l'ex te­soriere della Margherita ha ac­quistato uno splendido apparta­mento in via Monserrato 24, nel cuore della Capitale, e l'ha paga­to un milione e 900 mila euro. Agli atti dell'indagine viene alle­gata la pratica di mutuo e la do­cumentazione dalla quale risul­ta che l'acquirente è proprio il politico del centrosinistra, visto che negli atti notarili non vengo­no indicati altri beneficiari.
 
    Le società canadesi
 
    Le verifiche proseguono e l’attenzione degli investigatori si concentrano su un’azienda che si occupa di transazioni di stabili e appartamenti, la “Paradiso immobiliare”. Le prime verifiche accreditano l’ipotesi che anche in questo caso possa trattarsi di un trasferimento fitti­zio di denaro che in realtà ritor­na poi nella disponibilità priva­ta di Lusi. Ma sono gli importi a interessare chi indaga. Per­ché c'è un primo trasferimento di un milione e 863 mila euro nella casse di questa società e viene disposto un ulteriore ac­credito allo stesso beneficiario, questa volta pari a 2 milioni e 815 mila euro. La causale è sem­pre la stessa: consulenze. È pos­sibile che si tratti di prestazioni professionali legate a compravendite di beni molto costosi, ma perché utilizzare i soldi del partito? Lusi si è davvero appro­priato indebitamente di tutti questi soldi o copre invece affa­ri di altri?
 
     Una pista da seguire porta di­rettamente a Toronto, dove ha sede la Luigia Ltd, società di do­minio canadese anch'essa riconducibile a Lusi, che riceve 272 mila euro. E poi ci sono tra­sferimenti di somme di inferio­re entità, ma ritenuti comun­que interessanti dagli inquiren­ti perché riguardano diretta­mente Lusi. Sul suo conto per­sonale vengono bonificati 49 mila euro, altri 6o mila arriva­no invece su quelli intestati al suo studio legale. Ulteriori 119 mila euro li riceve pure uno stu­dio di architettura «Gianno­ne-Petricone» che ha sede in Canada. Non sembra affatto una coincidenza il fatto che Pi­na Petricone è la moglie di Lusi e risulta nata a Toronto.
 
     Le mancate autorizzazioni
 
    Il senatore del Pd viene con­vocato in Procura la scorsa settimana e gli viene chiesto con­to di ogni movimentazione. Se­condo le indiscrezioni non avrebbe negato il trasferimen­to di denaro e adesso i magi­strati vogliono capire se davve­ro sia riuscito la sottrarre i 13 milioni senza che nessuno se ne accorgesse, o se invece ab­bia potuto contare sulla compli­cità di qualcuno. Appare infatti poco credibile che in tre anni - quando la Margherita era già fusa con i Ds ed era nato il Partito democratico - nessu­no gli abbia chiesto conto della destinazione dei soldi. Anche perché si trattava per la mag­gior parte di rimborsi elettorali e dunque di disponibilità da utilizzare per iniziative degli esponenti del partito o comun­que da concordare con il Pd che, tra l'altro, aveva dirottato parte dei finanziamenti pro­prio su quel deposito.
 
      Rutelli ha negato di aver au­torizzato trasferimenti di som­me, bisognerà capire che tipo di controlli erano stati predi­sposti dalla Margherita, tenen­do conto che circa 5 milioni so­no stati utilizzati per pagare le tasse. Si deve verificare se si trattava di imposte relative ai soldi ricevuti dalla Margherita dopo le elezioni oppure di bal­zelli relativi agli affari privati. E così stabilire anche chi avrebbe dovuto vigilare sul corretto uti­lizzo dei soldi e non l'ha fatto.
 
 
Da La Repubblica del 31 Gennaio 2012
 
“L’ex tesoriere della Margherita ha sottratto 13 milioni al partito”
 
Indagato Lusi: bonifici a se stesso e immobili di prestigio
 
Di Carlo Bonini
 
     ROMA- La Procura di Roma e la Finanza scoperchiano dopo due mesi di lavoro un brutto affare che ha a che vedere con la passione della Politica per il "mattone" e il denaro contante. Che svela sin­golari amnesie sul rendiconto pa­trimoniale dei partiti e, da ieri se­ra, agita assai il Pd e l'ex Marghe­rita. Il procuratore aggiunto Al­berto Caperna ha infatti iscritto al registro degli indagati il senatore del Partito Democratico Luigi Lu­si per il reato di appropriazione indebita. Con un'accusa che lo vede per giunta "reo confesso" e lo vuole responsabile di aver sot­tratto per interessi "privatissimi" e "immobiliari" poco meno di 13 milioni di euro dal conto del par­tito di cui era il tesoriere (la Mar­gherita), in cui era continuato ad affluire fino al 2008 denaro pub­blico, e su cui aveva conservato diritto ad operare con l'ex segre­tario Francesco Rutelli.
 
AUTO-BONIFICI
 
     E’ una storia che comincia nel novembre scorso. Con una se­gnalazione della Banca d'Italia di movimenti sospetti sul conto cor­rente bancario intestato a "De­mocrazia e Libertà - Margherita", partito che, nell' ottobre del 2007 è confluito nel Pd, ma che è soprav­vissuto come fondazione e ha dunque conservato i suoi asset. I movimenti segnalati da Bankita­lia sono decisamente consistenti per un partito che ha cessato di esistere e dunque dovrebbe pre­sentare un profilo finanziario "conservativo". Tra il gennaio del 2008 e l'agosto del 2011, si conta­no infatti 90 bonifici in uscita per un totale di 12 milioni 961 mila eu­ro. Tutti con un identico benefi­ciario - la "T.T.T. srl." - e una me­desima q uanto assai curiosa cau­sale: «Prestazioni di consulenza». Di più: quei quasi 13 milioni, oltre ad essere una gran bella somma, sono, soprattutto, denaro pubbli­co perché - per quanto ricostrui­sce la Finanza - sul conto della ex Margherita sono affluiti gli ultimi rimborsi elettorali riconosciuti al Partito (2008) e versamenti del Pd.
 
CASE E SOCIETA’
 
     C'è insomma, materia per in­dagare. E andare a fondo sui 90 bonifici partiti da quel conto su cui risultano avere delega ad ope­rare (ancora oggi) Luigi Lusi e Francesco Rutelli, rispettiva­mente ex tesoriere ed ex segreta­rio del Partito. Ebbene, la prima "scoperta" è illuminante. La "T.T.T. srl", destinataria dei 12 milioni 961 mila curo, è una so­cietà - accerta l'inchiesta - «diret­tamente riconducibile a Luigi Lu­si». Oggi senatore Pd, ma di pro­fessione - il dettaglio è cruciale - «avvocato penalista» specializza­to in «contratti d'affari e real esta­te» (così recita la sua biografia uf­ficiale di parlamentare). La cau­sale che vuole la "TTT" società di consulenza della disciolta Mar­gherita appare dunque la grosso­lana foglia di fico necessaria a giu­stificare il trasferimento di fondi da un conto di cui Lusi è ammini­stratore ad un altro di cui è pro­prietario. Una circostanza - ac­certa ancora l'indagine - che si rafforza quando l'inchiesta ac­certa come la "TTT" abbia impie­gato il denaro proveniente dal te­soro della Margherita. L a società risulta infatti lavorare nel busi­ness di c uiLusitiene asegnalarela competenza, il real estate. E infat­ti - documenta la Finanza - la srl. acquista un prestigioso immobi­le a Roma, in via Monserrato 24, per 1 milione e 900 mila euro: bo­nifica in due distinte occasioni. 1 milione 863 mila e 2 milioni 815 mila euro alla "Paradiso Immobi­liare".
 
MOGLIE CONSULENTE
 
      C'è di più. Con il denaro pub­blico "succhiato" dal conto della Margherita, la "TTT" bonifica 270 mila euro alla "Luigia Ltd.", so­cietà di diritto canadese, «ricon­ducibile allo stesso Lusi»; gira 49 mila euro sul suo conto persona­le e 60 mila su quello del suo stu­dio legale a titolo di "fondo spe­se". Mentre impiega 5 milioni e 100 mila euro di quel "tesoro" per saldare imposte che, evidente­mente, non sono quelle dovute al Fisco dal disciolto Partito. Oltre a destinare 119 mila euro allo stu­dio di architettura "Giannone ­Petricone" di Toronto (Canada). Una coincidenza definitivamen­te rivelatrice, visto che l'architet­to canadese Pina Petricone è la moglie di Lusi.
 
LA CONFESSIONE
 
     Travolto dalle evidenze raccol­te dall'inchiesta, l'ex tesoriere della Margherita, interrogato dal procuratore aggiunto Caperna, ha ammesso l'accusa che gli viene mossa. Si è assunto per intero la responsabilità della distrazione dei fondi. Si è impegnato a «resti­tuire in tempi brevissimi» il dena­ro che ha sottratto al partito. Ma a quanto pare la sua confessione non necessariamente chiuderà l'inchiesta. Resta intatti ora da comprendere - ed è questione cruciale - come sia stato possibile che nessuno, a cominciare dall'ex segretario, Rutelli, abbia mai avu­to sentore, per altro in un arco di tempo così lungo (2008-2011), delle operazioni che Lusi faceva sul conto del partito. E ancora, co­me sia stato possibile dissimulare quell'emorragia di denaro (13 mi­lioni di euro) dai rendiconti di bi­lancio. Rutelli, che è stato sentito dalla Procura in qualità di perso­na informata dai fatti (una testi­monianza durante la quale avrebbe spiegato di essere stato all'oscuro di quanto Lusi combi­nava), ha spiegato ieri sera di non poter entrare nel merito della questione, perché tenuto al «ri­spetto del segreto istruttorio». E ha preferito dunque affidare la sua posizione ad una nota che leg­gete in questa pagina.
 
 
Da Libero del 31 Gennaio 2012 
 
Con Oscar finisce sottoterra la verità sul patto Stato-mafia 
 
Nel 1993 cambia i vertici dell’amministrazione penitenziaria: subito dopo il 41 bis per i boss viene alleggerito. Di questo avrebbe dovuto rispondere ai giudici
 
Di Pierangelo Maurizio
 
       Il presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro ai magistrati venuti a Roma da Palermo il 15 dicembre 2010, ha risposto: «Nulla so in ordine all'avvicendamento al vertice del Dap (ndr, il Dipar­timento degli affari peniten­ziari) tra il dottor Nicolò Ama­to e il dottor Adalberto Ca­priotti nel giugno del '93. Nes­suno mi mise al corrente delle motivazioni di tale avvicendamento...». È stata una delle sue ultime apparizioni pubbliche. E in quell'occasione Scalfaro ha mentito. Palesemente. Apertamente. A proposito del­la trattativa Stato-mafia attor­no alle manovre oscure sul 41 bis, i l carcere duro per i mafio­si. Anzi, sul direttore dell'am­ministrazione carceraria li­cenziato dalla notte alla mat­tina, dall'incarico ricoperto per 11 anni, ha detto un'enor­mità: «Non ho alcun ricordo della persona del dottor Ama­to; non sono neppure in grado di affermare di averlo mai co­nosciuto».
 
     Scalfaro è morto cinque giorni prima che monsignor Fabio Fabbri potesse raccon­tare tutt'altra storia su quell'avvicendamento - ve­nerdì 3 febbraio prossimo - nell'aula del tribunale di Pa­lermo dove è in corso il pro­cesso contro il generale Mario Mori. È l'unico testimone di quel giorno di fine maggio del 1993 quando l'allora Capo dello Stato Scalfaro chiamò al Quirinale l'ispettore generale dei cappellani, monsignor Ce­sare Curioni, accompagnato dal segretario, don Fabbri, proprio per far fuori Nicolò Amato e decidere il sostituto. «Ci convocò per chiedere il nostro aiuto a trovare un no­me per il nuovo direttore del Dap. Bisogna farla finita con questo Amato, ci disse» ricor­da don Fabio. Il presidente ac­cennò a ragioni personali, di­spetti: quell'Amato lo aveva fatto aspettare, quando lui, Scalfaro, era ministro dell'In­terno, due giorni prima di ri­ceverlo; e poi l'aver sfrattato i cappellani delle carceri dagli uffici di via Giulia. Cose così. Ma i veri motivi sono nascosti negli avvenimenti successivi. In quell'incontro viene indica­to il successore di Amato alla direzione del Dap, Capriotti.
 
     Così Adalberto Capriotti, magistrato cattolico e «devo­tissimo», allora procuratore a Trento, due anni prima di an­dare in pensione, andò a gui­dare le carceri italiane. E il 26 giugno 1993, Capriotti firma una nota scritta da altri e ri­volta a Giovanni Conso, guar­dasigilli del governo di centro sinistra guidato da Ciampi. Nella quale nota si propone di depennare, non rinnovando­lo, il carcere duro per circa la metà dei mille mafiosi che vi erano sottoposti, come «se­gnale positivo di distensione».
 
     Storia in parte, faticosa­mente, divenuta pubblica. Ma ci sono altri due aspetti poco considerati. Uno è lo spessore dell'inter­locutore che Scalfaro convoca. Monsignor Curioni è mol­to addentro alle alte sfere va­ticane e a lui Paolo VI affidò un'altra trattativa, quella con le Brigate rosse per salvare Al­do Moro. L'altro punto è il tempo. Perché il cambio al Dap, per volere del Colle, av­viene subito dopo l'attentato di via Fauro (14 maggio '93) a Roma e la strage di via dei Georgofili a Firenze (27 mag­gio '93). E quando «tra la se­conda metà di maggio e il 10 giugno presso interlocutori qualificatissimi (ndr, un avvo­cato, un senatore democri­stiano, un notaio) si dichiara­va ottimista, ovviamente nell'interesse di Cosa nostra, sulle future sorti del 41 bis...». Sono le conclusioni cui era ar­rivato il pm fiorentino Gabrie­le Chelazzi. Che però non ha potuto concludere le indagi­ni.
 
      Con un intervento extra­istituzionale e fuori dalle sue competenze, per ragioni gravi ma tuttora sconosciute, Scal­faro non solo licenziò Amato. Di fatto, fu rimossa dal Dap l'intera squadra di magistrati che ave vano maturato l'espe­rienza contro il terrorismo ed erano i più preparati ad af­frontare l'emergenza mafiosa. Il primo novembre il ministro Conso non rinnovò i primi 140 decreti 41 bis. All'insaputa del neo-vicedirettore del Dap, Francesco Di Maggio, che se ne andò per protesta dopo pochi mesi. E morì dopo po­chi anni. Uno dei diversi morti di questa storia: il capo della Polizia Vincenzo Parisi morto d'infarto a fine '93, monsignor Curioni mancato per infarto nel '96, Di Maggio deceduto nel '96 con una variante (epa­tite fulminante), il pm Gabrie­le Chelazzi morto nel 2003 (in­farto).
 
      E il primo novembre 1993 è anche il giorno del famoso «io non ci sto», sillabato con il proverbiale sdegno da Scalfa­ro all'emergere dello scandalo dei fondi neri del Sisde. A reti unificate il presidente pro­nunciò anche un frase sibilli­na, sfuggita ai più: «Prima ci hanno provato con le bombe, ora con il fango ...».
 
Scalfaro se n'è andato por­tandosi i suoi misteri nella tomba. Morto. D'infarto.
 
 
Da Italia Oggi del 31 Gennaio 2012 
 
Da domani scattano nuove regole per contanti e assegni ultrasoglia
 
Sanzioni al via oltre i 1.000 euro 
 
Di Luciano De Angelis
 
     Da domani, 1° febbraio, scattano le sanzioni mi­nime di 3.000 euro per chi non rispetta le nuove disposizioni in merito alla norma­tiva sui trasferimenti di denaro in contanti e sui titoli al porta­tore per importi pari o superiori alla nuova soglia dei 1.000 euro. Va evidenziato, tuttavia, che le sanzioni in commento da un lato possono essere sensibilmen­te ridotte per coloro che possono avvalersi dell'istituto della obla­zione e, dall'altro, che il minimo fisso si applica solo a irregolarità realizzate dopo il 15 giugno 2010, benché la prescrizione quinquennale potrebbe rendere punibili anche irregolarità anteriori a tale data.
 
      Le situazioni concreta­mente a rischio. L'art. 12 del dl 201/2011, convertito con legge n. 214 del 22 dicembre 2011, ha previsto il divieto di trasferimen­to di denaro contante o di libretti di deposito bancari, postali o al portatore o di titoli al portatore in euro o in valuta estera, effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti di­versi, quando il valore oggetto del trasferimento è complessivamen­te pari o superiore a 1.000 euro».
 
      In merito ai contanti, tuttavia, appare da segnalare che, anche se astrattamente e giuridicamente le nuove regole si applicano per qualsiasi tipologia di trasferimen­ti (per esempio anche in ambito fa­miliare o quando si realizzino per effetto di donazioni), esse hanno concreta rilevanza sanzionatoria solo laddove le stesse risultino da documentazione contabile. Ne de­riva che, concretamente, l'atten­zione dovrà riguardare operazioni che rilevano in scritture contabili, come recentemente ricordato dal dipartimento del Tesoro con circo­lare n. 2, prot. N. 0004154, dello scorso 16 gennaio (si veda Italia­Oggi del 18 gennaio).
 
      In essa si ricorda, infatti, che i libri e le scritture contabili delle imprese fanno prova contro l'im­prenditore, ai sensi dell'art. 2709 c.c. e, quindi, eventuali violazioni documentate legittimano il Mef alla irrogazione della sanzione. Da rilevare, tuttavia, come la contestazione ipotizzabile per le imprese verificate (dall'Agenzia delle en trate o dalla Gdf) non sia irrogabile anche alla contropar­te se non risulti da documenti sottoscritti e prodotti anche da quest'ultima. Da quanto sopra deriva che le operazioni concre­tamente a rischio sanzionatorio sono soprattutto quelle che emer­gono da contabilità ordinarie, in particolare in relazione a paga­menti di fatture o parcelle profes­sionali in contanti ultrasoglia, da finanziamento fra soci e società e da distribuzione di utili in ac­conto (nelle società personali) o dopo l'approvazione del bilancio (nelle srl e nelle spa). Circa gli assegni «liberi» ricordiamo che essi devono essere intestati al beneficiario e muniti di clausola di intrasferibilità, per importi pari o superiori ai 1.000 euro, e che l'obbligo di comunicazione di eventuali irregolarità riguarda anche i professionisti. A riguar­do, da evidenziare i rischi degli eventuali assegni liberi «post datati» emessi per importi pari o superiori a 1.000 euro e inferiori ai 2.500 euro che verranno posti all'incasso dopo il 31 gennaio.
 
      Sanzioni. Si ricorda che l'art. 58 del dlgs 231/2007, così come modificato dal dl 31 maggio 2010, n. 78 conv. con legge 122/2011 prevede una sanzione minima di 3.000 euro per ogni irregolarità perpetrata. Due aspetti risultano rilevanti in proposito. Il primo è che il soggetto che compie l'infra­zione, pagando indebitamente (o che accetta il pagamento irregolare), può ricorrere all'istituto dell'oblazione. Ne consegue che, con il pagamento entro 60 gior­ni dalla contestazione, potrà re­golarizzare la propria posizione versando solo il doppio del mini­mo (nel caso di specie solo il 2% dell'in debito pagamento più le spese di procedura). Tale possi­bilità sussiste anche per importi superiori a 50.000 euro purché inferiori ai 250.000, ma potrà essere esercitata solo se non ci si è avvalsi della stessa facoltà nel corso dei 365 giorni antece­denti per contestazioni giunte sullo stesso tema durante l'anno precedente (art. 60 dlgs 231/07). La seconda questione attiene alle violazioni anteriori alla data del 16 giugno 2010 (entrata in vigore del dl 78/2010). In questi casi, le irregolarità (per esempio il pagamento di una fattura in contanti per importo pari a 2.500 euro, avvenuta il 10 giugno 2010 e registrata in contabilità) sono ancora sanzionabili, ma con le regole che prevedono la sanzione comminabile da comprendersi fra l'1 e il 40% dell'importo e non con il minimo di 3.000 euro.
 
      Irrogabilità delle sanzioni. Va ricordato, da ultimo, che con decreto 17 novembre 2011 si sono individuati nelle Ragionerie ter­ritoriali dello stato (a cui devono essere effettuate le comunica­zioni in merito alle irregolarità riscontrate) gli enti delegati alla irrogazione delle sanzioni. Di nor­ma, il termine per la notificazio­ne della contestazione all'autore della violazione è di 90 giorni dal protocollo di arrivo della segnala­zione completa. A questo punto il ricevente potrà:
 
1) inoltrare ricorso davanti al tribunale in cui è stata commessa la violazione (art. 22 legge 689/81 e art. 6 dlgs 1 settembre 2011) per il ric orso in opposizione avverso al decreto sanzionatorio;
 
2) ricorrere all'oblazione entro 60 giorni dalla notificazione, uti­lizzando (ove possibile) l'aliquota agevolata del 2%.
 
Va ricordato, a riguardo, che purtroppo l'oblazione non è am­messa per tutti quei soggetti, istituzionali o privati (fra cui ri­entrano gli istituti bancari, Po­ste Italiane Spa e professionisti) obbligati, ai sensi dell'art. 51 del dlgs 231/07 alla comunicazione di irregolarità alle competenti Ragionerie territoriali dello sta­to. Questi ultimi, in caso di rile­vata omessa comunicazione delle irregolarità riscontrabili, saran­no quindi assoggettati al paga­mento della sanzione minima di 3.000 euro (non assicurabile, tra l'altro, con polizza di responsabi­lità civile). 
 
Dal Corriere della Sera del 31 Gennaio 2012
 

Commenta l'articolo

Esegui il login/Iscriviti per commentare gli articoli.
Sportello Newsletter
Ricevi i moduli per far valere la tua voce in assemblea, informazioni, notizie e ecomunicati per le aziende nel tuo portafoglio