27-01-2012

Servizio segnalazione articoli e commenti del 27 Gennaio 2012

Il Servizio in questione, avuto riguardo alla Sentenza della Corte di Cassazione del 20 settembre 2006 n. 20410, è completamente gratuito ed è privo di qualsiasi finalità di lucro; gli articoli riportati vengono diramati nel tardo pomeriggio onde evitare pregiudizio alla diffusione in edicola.
 
 
 
 
Dal Corriere della Sera del 27 Gennaio 2012
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Da Il Sole 24 Ore del 27 Gennaio 2012
 
 
Il trambusto leghista e la via obbligata del Pdl: ecco la destra di oggi 
 
Ma i partiti, anche a sinistra, stanno perdendo l’occasione di una seria riforma del sistema
 
Di Stefano Folli
 
      Una cosa è chiara: Silvio Berlusconi oggi non ha voglia o convenienza a "stacca­re la spina" al governo Monti. Il Berlusconi di dieci anni fa forse l'avrebbe fatto, ma oggi l'uomo è stanco. Misura i passi, vola bas­so e ha rinunciato alle iniziative dirompenti di un tempo. Vuole ancora contare sulla scena, ma per riuscirci sa di dover interpretare un ruolo costruttivo. Oggi Berlusconi conta per­ché lascia a Monti tempo e spazio per governa­re il paese. Non è generosità, ma un calcolo d'interesse: se i "tecnici" devono cadere, che sia per le contraddizion i della sinistra e non perle convulsioni della destra. Nel frattempo, quello che preme a Berlusconi è di tenere uni­to per quanto è possibile il Pdl. Così da poterlo usare al momento opportuno come strumen­to di pressione politica ed elettorale.
 
     Questo andazzo ha fatto saltare i nervi a Bossi, e non è la prima volta. Ma gli insulti ("mezza calzetta") e le minacce ("o molli Mon­ti o noi molliamo la Lombardia") tradiscono l'affanno e la debolezza politica della Lega. È vero che i sondaggi indicano il Carroccio fra il 9 e il lo per cento dei suffragi su scala naziona­le, tuttavia sono voti che rischiano di pesare sempre meno a Roma, specie se Monti si con­soliderà e il suo governo otterrà qualche buon risultato. Bossi non è certo uno sprovveduto e sa bene che le liberalizzazioni operate dai "tec­nici" incontrano il favore di una buona fetta di elettorato leghista. È proprio quello che il cen­trodestra avrebbe dovuto fare quando era al governo e non ha saputo o voluto fare.     L'elettorato nordista si chiede perché. Bossi fa sem­pre più fatica a spiegare le ragioni per cui la Lega si oppone in questa forma scomposta e aggressiva a un governo che, bene o male, agi­sce interpretando stati d'animo diffusi al Nord e condivisi almeno in parte dai seguaci del vecchio Carroccio.
 
     Così si genera frustrazione e rabbia. Le am­ministrative si avvicinano e la Lega cercherà di non rompersi le ossa. Perciò tenta fin da og­gi di render si visibile, avviando il braccio di ferro con il PA Ma Berlusconi, come abbia­mo visto, se deve trattare qualcosa lo farà a livello locale. La stessa minaccia di far cadere la giunta Formigoni a Milano va collocata nel suo contesto: al governatore lombardo fanno più male le inchieste e gli scandali ribollenti a Milano che le inquietudini bossiane. È vero però che l'inquietudine leghista non promet­te nulla di buono: è indice di un organismo che si sta lacerando in forme imprevedibili. Il gruppo dirigente è a pezzi, e non da oggi. Le lotte di potere hanno ormai corroso il partito, sempre più diviso fra gli amministratori loca­li, spesso di buona qualità, e i vedovi del pote­re nazionale perduto.
 
      In queste condizioni Berlusconi non può te­nere una linea diversa da quella che Alfano ogni giorno, con pazienza, metta in bella calli­grafia. Bossi scalcia, ma l'ex premier non può fare altro che confermare il suo sostegno a Monti. Poi, dopo le amministrative, si vedrà. Ma intanto saremo vicini all'estate e a quel punto lo scenario delle elezioni anticipate non sarà più plausibile nemmeno come ipote­si di lavoro. Tutto bene, allora? No di sicuro. Perché intanto si sarà perso altro tempo. Le forze politiche - a destra ma anche a sinistra - stanno mancando l'occasione di autorifor­marsi e al tempo stesso di procedere all'am­modernamento delle istituzioni. Grandi di­scorsi sulla necessità delle riforme, come ieri tra Franceschini e Quagliarello, ma poi al dun­que nessun accordo. Tanto meno sulla legge elettorale.
 
 
Da Libero del 27 Gennaio 2012
 
Bisogno di un nemico 
 
Non c’è più Silvio
 
Giornali a caccia di fascisti immaginari
 
Di Francesco Borgonovo
 
     Avanti di questo passo e finirà che qualcuno, al ristorante, si metterà a gridare: «Cameriere, presto, c'è un fascista nella mia minestra». Pare infatti - leggendo i giornali - che negli ultimi tempi spuntino uomini neri un po' dap­pertutto: l'Europa intera e l'Italia soprattutto sembrano colpite da un'epidemia antidemocratica, con contorno di scarponi chiodati. Ieri Sette, il settima­nale del Corriere della Sera, spa­rava in copertina un titolo inquie­tante: «L'orda nera», illustrato da una foto di due neonazisti ameri­cani a braccio teso e bandierona con la svastica. Che c'entrassero non si capisce bene, visto che il servizio - firmato da Ferruccio Pi­notti - si riferiva al Vecchio Conti­nente, ma tant'è. L'importante era comunicare al popolo italico che «l'internazionale di destra, complice la"crisi dell'Euro, sta crescendo» e «si appoggia a una misteriosa struttura europea». Le ginocchia già tremano al pensie­ro della Spectre cameratesca, di cui Sette sunteggia il programma, il quale «spazia dal rifiuto dell'im­migrazione alla lotta contro l'espansione dell'islam; dal recu­pero della tradizione cattolica fino alla lotta contro le liberaliz­zazioni del governo Monti, facen­dosi carico delle istanze popola­ri». Se l'Internazionale nera si presentasse con un programma del genere probabilmente farebbe il pieno di voti.
 
      L'articolo tuttavia veleggiava su toni ansiogeni, mischiando in un unico calderone legami tra post fascisti e camorra, «intrecci tra estremismo nero, banda della Magliana e finanza sporca ». Se­guiva un profluvio di nomi e co­gnomi, cioè il solito elenco di ex estremisti neri (da Dello Zorzi a Roberto Fiore), un bel rimpasto­ne di ciò che da anni si legge sull'argomento «rigurgito fasci­sta». Spuntava perfino Licio Gelli. A completare il quadretto, ecco la foto dell'ennesimo ciccione americano in tenuta nazistoide e un articolo su Casa Pound in cui il cronista scrive terrorizzato: «Non mi capita spesso, ma lo confesso: ho paura», perché ha visto due militanti stringersi gli avambrac­ci nel saluto del legionario.
 
     LE ARMATE DEL FASCIO Da due giorni a questa parte, poi, il Fatto quotidiano mette in guardia a proposito del ritorno delle «Ombre nere», riesumando una vicenda del 2009 in cui sareb­be coinvolto il figlio di Gianni Ale­manno (allora Menne). Il giorna­le travagliesco dedica pagine in­tere a una spaventevole «aggres­sione fascista», in cui furono coinvolti «13enni e 14enni» e for­se un paio di quasi maggiorenni. Insomma, ci sono armate del fa­scio ovunque. C'erano, scriveva ieri Vito Mancuso su Repubblica, fuori dal teatro Franco Parenti di Milano a manifestare contro lo spettacolo di Romeo Castellucci Sul concetto di volto nel Figlio di Dio. Ci sono «dietro» il movimen­to dei Forconi. Secondo l'Unità «a cavalcare la rabbia sono anche esponenti di Forza Nuova»; per il solito Fatto «dietro» la protesta ci sono «estrema destra, mafia e massoneria». Con tutta' sta gente dietro i tir, sfido che si creano le code. Tutto fa brodo per sostene­re che il fascismo è alle porte: dai saluti romani a un concerto del console Mario Vattani alle la­mentele dei tassisti romani (di cui si ri cordano le braccia tese a favore di Alemanno). A che pro sventolare lo spauracchio dei ca­merati? Semplice, caduto Silvio e sepolto - almeno per ora - l'anti­berlusconismo, è indispensabile costruire un nuovo nemico.
 
      Con poca fantasia, si va dun­que a pescare nella galassia de­stroide italiana e non, senza di­stinguo alcuno. Si leggono, per esempio, cose orribili sulla destra ungherese: beh, ne abbiamo lette di peggiori a proposito di Berlu­sconi. La creazione del nemico procede così: per stereotipie sen­tito dire. È curioso notare, poi, co­me il Cavaliere venisse accusato di aver resuscitato il fascismo, sdoganando i «neri» (come so­stiene un libro appena uscito: Ri­puliti, di Davide Nalbone e Gia­como Russo Spena). Ma se il fa­scismo era già risorto con lui, co­me fa a risorgere pure oggi a cau­sa del governo Monti? Misteri della dietrologia.
 
    Attenti, dunque, i camerati so­no ovunque: sul camion, in taxi, per strada, ovunque c'è caos. E se i vostri figlioletti mettono a soq­quadro la camera, occhio: po­trebbero essere fasci pure loro.
 
 
Il doppio incarico del ministro 
 
Profumo fa sponda con l’Antitrust per non mollare la presidenza del Cnr
 
     Dei doppio incarico di Francesco Profumo avevamo dato notizia l'11 dicembre scorso: titola­re della Pubblica Istruzio­ne e presidente del Cnr (consiglio nazionale delle Ricerche). Nessu­na voglia di mollare la poltrona dell'ente pub­blico dipendente dal suo stesso ministero, cioè un evidente caso di "ministro vi­gilante" vigilato da se stesso. Ci avevano spiegato, allora, che per risolvere il conflitto d'interesse l'ex rettore del Politecnico di Torino aveva affidato la pratica all'Antitrust, autorità garante della concorrenza, prima gui­data dall'attuale sottosegretario Catri­calà. «Entro Natale l'Antitrust decide».
 
     Le ultime parole famose. A par­te che una legge del 2004 stabilisce che le due pol­trone sono incompati­bili, a rendere più im­barazzante la posizio­ne del tecnico ci sono le scadenze non rispetta­te. Secondo la legge entro 30 giorni dal giu­ramento come ministro, il tito­lare avrebbe do­vuto lasciare il Cnr. Invece niente. Il bel gesto, per dirla con Gian Antonio Stella, non c'è stato.
 
 
 
Da Il Fatto Quotidiano del 27 Gennaio 2012
 
 
Passeraset
 
Di Marco Travaglio
 
     Casomai qualcuno pensasse che le frequenze televisive le porta la cicogna, è bene rinfrescarci la memoria. Nel 1990, con 15 anni di ritardo sul v resto d'Europa, anche l'Italia ha la sua legge sull'emittenza: la Mammi, detta anche "Polaroid" perché fotografa lo status quo (tre reti Rai, tre Fininvest) e lo santifica. Il piano di assegnazione delle frequenze lo scrive il portaborse del ministro delle Poste Oscar Mammi, Davide Giacalone, che incassa pure le tangenti dalle aziende che lavorano al ministero (lo confesserà lui stesso, salvandosi per prescrizione). Degli aspetti tecnici del piano si occupa una mini-ditta che fa capo a Remo Toigo, sempre in cambio di mazzette. Ma la Fininvest non gradisce come lavora Toigo: Galliani lo convoca nel suo ufficio e lo prende a male parole, sostenendo che il ministero non è d'accordo col suo lavoro. Toigo trasecola: che c'entra la Fininvest col ministero? Galliani telefona a Letta, vicepresidente Fininvest, e lo prega di organizzare un incontro al ministero. Detto, fatto. Galbani carica Toigo su un aereo privato della Fininvest e vola da Milano a Roma. Al ministero Galliani e Toigo trovano non il ministro, ma Giacalone e Letta. l quali dicono a Toigo di fare come dice la Fininvest. Toigo capisce che Fininvest e ministero sono la stessa cosa e obbedisce. La Procura di Roma indaga Letta, Galliani e Giacalone per concussione e corruzione, ma poi il gip l’assolve: i fatti sono "pressoché indiscussi", ma non costituiscono reato, perché il ministero era libero di dar ragione alla Fininvest e le minacce a Toigo non erano poi così minacciose. Nel '94 però la Consulta boccia la Mammì: nessun privato può possedere più di due reti. Dunque Rete4 va spenta o trasferita su satellite. Nel '97 la legge Maccanico (Ulivo), anziché eseguire la sentenza, concede una proroga. Ma nel `99 Rete4 perde la concessione, vinta da Europa7. Il governo D'Alema, col nuovo piano frequenze, le lascia a Rete4 e le nega a Europa7. Nel 2002 la Consulta boccia anche la Maccanico: Rete4 ha un anno di vita. Ma nel 2003 B. sistema la faccenda col decreto salva-Rete4 e con la Gasparri. La scusa è che il digitale terrestre moltiplicherà i canali e priverà Mediaset della posizione dominante.
 
Oggi i canali sono tanti, ma il duopolio Raiset si pappa l'80% della pubblicità (24% Rai, 56 Mediaset) e gli altri non hanno i mezzi per fare concorrenza. Nel 2009 B. fa la legge "beauty contest", che regala a Rai e Mediaset le frequenze liberate dal passaggio al digitale. I gestori telefonici invece le pagano care: 4 miliardi. Solo che queste non sono libere: bisogna espropriarle alle tv. Al duopolio Raiset? No, alle tv locali, che saranno risarcite con 175 milioni a pioggia, senza distinguere le grandi dalle piccole (o finte). Due mesi fa la patata bollente passa al governo Monti. Il ministro Passera tentenna fino al 21 gennaio, poi sospende per tre mesi il beauty contest, dicendo che così gli ha suggerito l'Agcom. Ma l’Agcom fa sapere di aver suggerito di abrogare la legge beauty contest, non di congelarla. Solo così si evita l'annunciato ricorso di Mediaset e si liberano le frequenze per darne alcune alle tv locali espropriate e mettere le altre all'asta. Chi mente? Passera o l'Agcom? Il Fatto è in possesso di una lettera del 12 gennaio 2012, indirizzata al gabinetto di Passera e firmata dal capo di gabinetto dell'Agcom Guido Stazi: "L'argomento è importante, complesso e delicato e merita... un colloquio diretto tra il vertice dell'Autorità e, personalmente, il ministro" (dunque Passera non ha parlato con l'Agcom). Conclusione: "Occorr erebbe un intervento legislativo chirurgico che non tocchi le altre parti della delibera 181" dell'Agcom, quelle che han ,'reso disponibili le frequenze assegnate alle telecomunicazioni con l'asta recentemente conclusa".
 
     Cioè: la legge beauty contest va abolita. Perché Passera ha detto di aver seguito l'indicazione dell'Agcom, mentre ha fatto il contrario? Chi comanda al ministero dello Sviluppo e Comunicazioni? Gli stessi che nel `92 facevano il bello e il brutto tempo al ministero delle Poste? È cambiato qualcosa, in questi vent'anni?
 
 
BENEDETTA CORRUZIONE
 
Il Vaticano ignorò le truffe e i reati che l’arcivesco Viganò denunciò al cardinale Bertone con una lettera riservata 
 
Di Marco Lillo
 
      Furti nelle ville pontificie co­perti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini. E poi fatture contraffatte all'Università Lateranen­se a conoscenza addirittura dell'arcivescovo Rino Fisichella, pre­sidente del Pontificio Consiglio per l'evangelizzazione. E ancora: interessi del monsignore in una società che fa affari con il Vaticano ed è inadempiente per 2,2 milioni di euro. Ammanchi per centinaia di migliaia di euro all'Apsa - rive­lati dal suo stesso presidente - e frodi all'Osservatore, rivelate da don Elio Torregiani, ex direttore generale del giornale. C'è tutto questo nella lettera che Il Fatto pubblica oggi. I toni e i contenuti sono sconvolgenti per i credenti che hanno apprezzato gli appelli del Papa. "Maria ci dia il coraggio di dire no alla corruzione, ai gua­dagni disonesti e all'egoismo" aveva detto nel giorno dell'Imma­colata del 2006 Ratzinger.
 
      EPPURE il Papa non ha esitato a sacrificare l'uomo che aveva pre­so alla lettera quelle parole: Carlo Maria Viganò, l'arcivescovo inge­nuo ma onesto, approdato alla guida dell'ente che controlla le gare e gli appalti del Vaticano. La lettera di Viganò è diretta a "Sua Eminenza Reverendissima il car­dinale Tarcisio Bertone, Segreta ­rio di Stato della Città del Vatica­no", praticamente al primo mini­stro del Vaticano. Quando scrive a Bertone l'8 maggio del 2011, Vi­ganò è ancora il segretario gene­rale del Governatorato. Ed è pro­prio dopo questa lettera inedita, e non dopo quella del 27 marzo già mostrata in tv da Gli intoccabili, che Viganò viene fatto fuori. La7 si è occupata mercoledì scorso della lotta di potere che ha por­tato alla promozione-rimozione di Viganò a Nunzio apostolico ne­gli Usa. L'arcivescovo-rinnovato­re aveva trovato nel 2009 una per­dita di 8 milioni di curo e aveva lasciato al Governatorato nel 2010 un guadagno di 22 milioni (34 milioni secondo altri calcoli). Nonostante ciò è stato fatto fuori da Bertone grazie all'appoggio del Papa e del Giornale di Berlusco­ni. A questa faida vaticana è stata dedicata buona parte della tra­smissione condotta da Gianluigi Nuzzi che, nonostante lo scoop, si è fermata al 3,4% di ascolto. In due ore sono sfilati anche il diret­tore del Giornale Alessandro Sallu­sti, un uomo del Vaticano in Rai, Marco Simeon e il vice di Viganò al Governatorato, monsignor Cor­bellini. Sono state poste molte do­mande sulle lettere scritte prima e dopo ma non su quella dell'8 mag­gio che è sfuggita agli Intoccabili. Peccato perché proprio in questa lettera si trovano storie inedite che coinvolgono nella parte di testimoni o vittime di accuse anche diffamanti, gli ospiti di Nuzzi.
 
      E PECCATO anche perché nel­la lettera ci sono molte risposte (di Viganò ovviamente) ai quesiti posti da Nuzzi. Tipo: chi è la fonte del Giornale che ha scatenato la polemica tra Viganò e i suoi detrat­tori? O ppure: perché Viganò è sta­to cacciato? Probabilmente dopo la lettera che pubblichiamo sotto era impossibile per il Papa mante­nere Viganò al suo posto. Il segre­tario del Governatorato non scri­veva solo di false fatture e amman­chi milionari. Non lanciava solo accuse diffamatorie stille tenden­ze sessuali dei suoi nemici ma so­prattutto metteva nero su bianco i risultati di una vera e propria in­chiesta di controspionaggio den­tro le mura leonine. E non solo spiattellava i risultati, (tipo: la fonte del Giornale è monsignore Nico­lini che vuole prendere il mio po­sto. O peggio: Monsignor Nicolini ha contraffatto fatture e defrauda­to il Vaticano) ma sosteneva che le sue fonti erano personaggi di pri­missimo livello come don Torre­giani, monsignor Fisichella e monsignor Calcagno. Infine mi­nacciava: "I comportamenti di Ni­colini oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità sono perseguibili co­me reati, sia nell'ordinamento ca­nonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procede­re per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giu­diziale". Una minaccia ancora va­lida nonostante l'oceano separi l'arcivescovo dalla Procura. An­che perché il telefonino di Viga­riò continua a squillare a vuoto.
 
 
 
Da Libero del 27 Gennaio 2012
 
Minacce «sacre» 
 
Fulmini vaticani perché ho svelato la corruzione oltre San Pietro
 
Di Gianluigi Nuzzi
 
      «Fuori e dentro la Chiesa c'è chi è contro e chi è a favore di Papa Benedetto XVI. Noi ab­biamo una posizione diversa. Pensiamo che l'opera di cam­biamento del pontefice sia innegabile, ma incontri resi­stenze e sia osteggiata proprio in Vaticano». Inizia così il co­pione della puntata degli «intoccabili» di mer­coledì sera su La7. Una posi­zione di assoluta fedeltà al principio di trovare notizie, verificarle e renderle pubbli­che per una puntata con no­tizie senza precedenti. Per la prima vo lta un vescovo, per decenni al lavoro nei Sacri Pa­lazzi, scrive al papa denun­ciando casi di «corruzione» Oltretevere. Ancora, sostiene di esser stato «boicottato» - parole sue - nell'opera di pu­lizia che aveva avviato sui conti, gli appalti e le forniture dello Stato Città del Vaticano. Nero su bianco in lettere ri­servate, report, documenti consegnati al pontefice e al segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone. Decine di fogli per un carteggio com­prensivo di ricostruzioni cer­tosine, giorno dopo giorno, nome dopo nome, di quanto avvenuto.
 
      E’ un fatto insolito per quanto veniamo abitualmen­te a conoscere di quanto ac­cade oltre il colonnato di San Pietro, soprattutto quando ri­guarda il denaro. P altrettanto insolito che di quanto acca­duto si abbia oggi l'opportu­nità di conoscere tramite do­cumenti ufficiali seppur riser­vati. Cosi, in televisione, ab­biamo raccontato un'inchie­sta (anticipata su queste co­lonne), sentendo testimoni come monsignor Corbellini o chi era preposto su tutti ai controlli come il cardinale Ve­lasio De Paolis. Ed è un'inchiesta che lascia smarriti. Chi rivolgeva queste segnala­zioni al cardinale Bertone, en­trando con lui in manifesta rotta di collisione, è stato in pochi mesi mandato a Wa­shington.
 
      Ecco perché Reuters e As­sociated Press, le prime agen­zie di stampa nel mondo ri­lanciano la vicenda con titoli netti: «Lo scandalo della cor­ruzione scuote il Vaticano, dopo la rivelazio ne di lettere interne» ha scritto la Reuters. Poi l'Associated Press ha an­che aggiunto: «Un funziona­rio avverte il Papa della corru­zione».
 
      Dopo la puntata arriva una lunga nota della Santa Sede di precisazioni e distinguo, di di­fesa del comitato di banchieri criticato da monsignor Carlo Maria Viganò per le scelte finanziarie operate.
 
      E noi qui in redazione agli Intoccabili la riprendiamo su­bito sul nostro blog. Inviteremo padre Federico Lombardi in trasmissione se e quando vorrà tornare su que­sto argomento. Perché la nostra cronaca, aldilà di tentativi maldestri di strumentalizzare il nostro mestiere e di porci da taluni in forzate e irreali conflittua­lità, è aperta a ogni prospetti­va. In studio per una lunga in­tervista avevamo infatti il di­rettore dell'Osservatore Ro­mano, il professor Giovanni Maria Vian.
 
      «Il Vaticano ha diffuso una nota» analizza la Reuters, che critica i metodi usati nell'in­chiesta giornalistica. Ma ha confermato che lettere erano autentiche esprimendo «amarezza per la pubblicazio­ne di documenti riservati». I documenti riservati in mano a un giornalista hanno due uni­che destinazioni: o i giornali, le televisioni per le quali si la­vora o il cassetto da chiudere a chiave. Ma in quest'ultimo caso si farebbe un altro me­stie re. Non il nostro.
 
 
 
Da Il Fatto Quotidiano del 27 Gennaio 2012
 
FORMIGONI: FLUSSI DI DENARO
 
DA BAGHDAD A VADUZ
 
Oil for food: l’inchiesta scoperchia la rete milionaria del governatore
 
Di Giannini Barbacetto
 
     Ora l'ultima rogatoria in Sviz­zera (come racconta l'E­spresso) ha provato che il conto elvetico che custo­disce almeno 879 mila dollari versati dal gruppo Finmeccanica è intestato al tesoriere di Cl, Al­berto Perego, uomo vicinissimo a Roberto Formigoni. Cosi la ri­costruzione del sistema dei con­ti segreti di Cl - anzi, del gruppo dei Memores Domini di Formi­goni - è pressocché completo. I Memores, nucleo d'acciaio di Comunione e liberazione, fanno voto di castità, obbedienza e po­vertà. Formigoni non può dun­que possedere nulla in proprio, ma i soldi e i beni (in passato per­fino una barca, "Obelix") sono formalmente proprietà dell'as­sociazione. La cassa comune, pe­rò, è sofisticata. È una misteriosa fondazione, sede a Vaduz, conti a Lucerna e Chiasso: Memalfa.
 
     A SCOPRIRLA è stato il magi­strato della procura di Milano Al­fredo Robledo, indagando sul fi­lone italiano di "Oil for food" (il programma gnu che durante l'embargo all'Iraq di Saddam Hus­sein permetteva di scambiare pe­trolio con cibo e medicine). For­migoni, in nome dell'amicizia con il cristiano Tareq Aziz, brac­cio destro di Saddam, ha ricevuto la più massiccia tra le assegnazio­ni petrolifere fatte in Italia (24,5 milioni di barili). Commercializ­zate da aziende suggerite da For­migoni (la Cogep della famiglia Catanese, area Compagnia delle Opere, e la Nrg Oils di Alberto O livi). Queste, in cambio, "rin­graziavano" il governatore della Lombardia con versamenti este­ro su estero. La Cogep avrebbe pagato tangenti per 942 mila dol­lari in Iraq e 700 mila a mediatori italiani. La Nrg Oils almeno 262mila dollari. Nessuna conseguen­za penale per Formigoni. A essere processato, condannato in primo grado e in appello, ma poi salvato dalla prescrizione, è il suo amico e collaboratore Marco Giulio Ma­zarino De Petro, intermediario tra il governatore e Saddam.
 
     LE CARTE dell'indagine, però, ricostruiscono comunque i flussi finanziari e indicano i canali da cui sono passati i soldi. Fino a Me­malfa, il cuore del sistema. La Fon­dazione Memalfa nasce il 15 gen­naio 1992 a Vaduz, in Liechten­stein. Beneficiari economici: Al­berto Perego, organizzatore e te­soriere delle campagne elettorali di Formigoni, e Fabrizio Rota, suo segretario. Lo statuto prevede che alla morte di uno dei due be­neficiari il patrimonio venga asse­gnato all'altro e, alla morte di en­trambi, alla Associazione Memo­res di Massagno, filiale svizzera dei Memores. Ad alimentare i suoi conti di Lucerna e di Chiasso arrivano i soldi provenienti da una società di nome Candonly (basata prima a Dublino, poi a Londra, infine in Olanda), con conti Lgt Bank di Vaduz, Bsi di Zu­rigo, Beirut Ryad Bank e Barclays Bank di Londra, Ing Bank di Am­sterdam. In uscita, Memalfa boni­fica denaro al conto Paiolo di Chiasso e, dopo il 1997, a un altro conto acceso presso la Bsi di Zu­rigo. Di entrambi, il beneficiario è Alberto Perego. Che soldi arri­vano a Candonly, società di Pere­go e Rota e poi, dopo il 1997, di De Petro? Tra il 1995 e il 2001, Alenia Marc oni (gruppo Finmec­canica) vi versa 829 mila dollari. Perché? Secondo il direttore di Alenia Giancarlo Elmi, sono un "ringraziamento" per un appalto da 20 milioni di dollari in Iraq, af­fare che però non è mai andato in porto. A Candonly arrivano poi i soldi della Cogep, che "ringrazia" Formigoni versando, dal 1998 al 2003, oltre 700 mila dollari. De Petro li giustifica come "compen­so per la mia consulenza": una re­lazione di tre paginette stilata nel 1996 in cui strologa di un "accor­do petroil for food".
 
     DOPO il 2001, sui conti di Can­donly affluiscono misteriosissi­mi soldi da Cuba e dall'Angola. Nel 2003 arrivano 50 mila euro da Agusta, spiegati come il paga­mento a De Petro per la sua at­tività di "promozione,della Agu­sta nell'area caraibica". Ma De Pe­tro, proprio nel 2003, ha non promosso, né venduto elicotteri nei Caraibi, bensi comprato un elicottero Agusta A-109 E Power: allora era presidente della Avio­nord, la minicompagnia aerea della Regione Lombardia.
 
     Che fine fanno i soldi che arriva­no da Alenia, Cogep, Agusta, da Cuba e dall'Angola? Una parte va su un conto cifrato presso l'Ubs di Chiasso intestato a De Petro. Una parte arriva al conto Paiolo presso la Bsi di Chiasso. Il restan­te affluisce su un paio di conti correnti della banca Falck & Cie di Lucerna e di Chiasso, intestati alla Fondazione Memalfa, il san­cta sanctorum dei Memores Do­mini. Memalfa è stata chiusa nel 2001. Ci so no ora in giro per il mondo altre fondazioni, una Mem-beta o una Mem-gamma?
 
 
Da La Repubblica Roma del 27 Gennaio 2012
 
 
Piazza Navona pedonale, è già bufera 
 
Navona vietata a taxi e auto. Presto lo stop totale anche in piazza di Spagna
 
Di Giovanna Vitale
 
     DALLA prossima settimana, ap­pena l'assessore alla Mobilità An­tonello Aurigemma firmerà l'or­dinanza di chiusura, piazza Na­vona verrà completamente pedo­nalizzata. È il primo passo verso una risistemazione complessiva dell'area che dovrebbe conclu­dersi con l'eliminazione dei mar­ciapiedi. Ma su questa ipotesi è già polemica. L'idea, infatti, non piace ai comitati dei residenti e all'ex sovrintendente Adriano La Regina, preoccupati che così si possa dare via libera all'invasione dei tavolini proprio negli spazi non più delimitati dai marciapie­di. «La vera emergenza- denun­ciano i comitati - è quella dell'a­busivismo dilagante».
 
     A TRENTADUE anni dall'aut aut dell'allora sindaco Giu­lio Carlo Argan («O i monumenti o le automobili»), a trentu­no dalla prima timidissima tutela di piazza Navona, il 2012 potrebbe essere l'anno della svolta. A parti­re dalla prossima settimana, quando l'assessore alla Mobilità Antonello Aurigemma firmerà l'ordinanza di chiusura dell'anti­co stadio Domiziano e i dispositi­vi di dissuasione saranno attivati nel tratto compreso travia dei Ca­nestrari e via di Pasquino, gli unici tuttora aperti alla circolazione, l'ellisse che custodisce i tesori di Bernini e Borromini verrà infatti completamente pedonalizzata. Via le berline diplomatiche par­cheggiate sotto l'ambasciata del Brasile, viale utilitarie dei residen­ti che in barba ai divieti sostano accostati ai marciapiedi soprat­tutto di notte, stop alle incursioni di moto e motorini, neppure i taxi potranno più passare. Unic a ecce­zione: i mezzi di soccorso e di po­lizia, mentre eventuali deroghe, ma solo «in casi straordinari, do­vranno essere autorizzate dall'Uf­ficio del Gabinetto del sindaco».
 
     A disporlo è la delibera 452 che istituisce l'area pedonale di Piazza Navona «ai sensi dell'art.7 comma 9 del codice della strada». Appro­vata in giunta il 28 dicembre, rafforza l'ordinanza emessa dal sindaco Rutelli nel lontano'96 e dà finalmente attuazione alla previ­sione del Piano generale Traffico Urbano (Pgtu) varato dal consi­glio comunale tre anni più tardi.      Il primo passo verso una risistema­zione complessiva della piazza barocca che, secondo lo studio ancora in fase di elaborazione presso l'Ufficio città storica, do­vrebbe concludersi con l'elimina­zione dei marciapiedi.
 
      Contestualmente verrà redatto un piano di massima occupabilità ad hoc (il confronto con gli eser­centi è già cominciato), che por­terà a un ridimensionamento dei dehors e a uniformare gli arredi in base a una cifra stilistica uguale per tutti. Risultato non impossibi­le da raggiungere, dal momento che i proprietari dei locali hanno già offerto la loro disponibilità all'assessore al Commercio Davide Bordoni. Un'ipotesi che però non piace ai comitati dei residenti, preoccupati che possa dare la stu­ra all'invasione dei tavolini: non più delimitati dai marciapiedi, il rischio è infatti che debordino ol­tre gli spazi consentiti. Un po' co­me già accade a Campo de' Fiori. Ovviamente sarà la Commis­sione di valutazione, di cui fanno parte sia la Sovrintendenza stata­le sia quella comunale, a dover da­re il via libera definitivo. Ma l'i­struttoria è avviata e, se tutto va bene, prima dell'estate verrà com­pletata. Tuttavia, secondo quanto trapela dall'Ufficio città storica, il Campidoglio non intende fermar­si a Piazza Navona. Un'analoga pedonalizzazione totale dovreb­be presto interessare anche Piaz­za di Spagna, che non potrà essere più essere attraversata né dai bus elettrici né dai taxi. Un doppio progetto che, più volte annuncia­to, nel corso degli anni ha assunto la dimensione del sogno. E chissà che stavolta, a trentadue anni dal monito di Argan, il sogno non si trasformi in realtà.
 
 
 
Dal Corriere della Sera del 27 Gennaio 2012 
 
Il caso. La rivolta dei lavoratori contro le rimozioni. «Salviamo 14.000 posti nel centro»
 
E spuntano i Cobas di cuochi e camerieri 
 
Di M.E.F.
 
     Sono una quarantina i firmatari del ne­onato Cobas lavoratori ristorazione cen­tro storico. Tra loro, molti stranieri: Mohamed, Abdullah, Vevenika. Il comi­tato di base, costituito lo scorso 17 gen­naio, cavalca la protesta esplosa prima di Natale in piazza della Rotonda, quan­do imprenditori e personale di servizio manifestarono contro la campagna per la legalità del presidente Corsetti.
 
     L'intento, si legge nel comunicato, «non è quello di surrogare le tradiziona­li sigle sindacali, che rimangono le titola­ri del rapporto dialettico dipenden­ti-aziende». L'obiettivo è un altro: difen­dere il posto di lavoro dei 14 mila addet­ti alla somministrazione del centro stori­co, vittime «di una campagna forsenna­ta di criminalizzazione da parte di alcuni esponenti della maggioranza del I Muni­cipio».
 
     Sotto accusa «cinici politicanti alla di­sperata ricerca di visibilità» e «borghesi snob» in preda a «frenesie estetiche». Il pomo della discordia sono le occupazio­ni di suolo pubblico, sulle quali Corsetti è irremovibile. E pesa l'incertezza sui dehors - se e come conciliare gli arredi con la tutela del decoro - in attesa che la commissione ad hoc si pronunci. Maitre, banchisti, camerieri sono esaspe­rati: «Tra una stufa a gas (che non ha mai fatto danno a nessuno) e i teli tra­sparenti che ci consentono di lavorare anche nei mesi invernali, non lasceremo nulla d'intentato - avvertono - prima di vedere le nostre famiglie sul lastrico».
 
 
Da Il Tempo del 27 Gennaio 2012 
 
Piccoli e medi imprenditori sull’orlo del suicidio
 
«Più liquidità alle aziende» 
 
Di Damiana Verucci
 
     I piccoli imprenditori non ce la fanno più. Stretti dalla morsa della crisi, dalla man­canza di liquidità, preoccupa­ti per il futuro e pessimisti sul­la possibilità di una ripresa a breve, più che stare sul merca­to e competere con la loro azienda, sopravvivono. Nel giorno della rielezione di Mau­rizio Flammini a presidente della Federlazio, i riflettori so­no accesi sulla grave crisi del tessuto economico e produtti­vo. Migliaia sono i piccoli e me­di imprenditori laziali che ver­sano in difficoltà tali da non es­sere in grado di far fronte nean­che ai pagamenti dei dipen­denti. Un fattore, questo, che sta portando in qualche caso al suicidio. Flammini lo dice chiaramente mentre guarda i rappresentanti delle istituzio­ni seduti in prima fila: il sinda­co Gianni Alemanno, il presi­dente della Provincia Nicola Zingaretti, il vicepresidente della Regione Luciano Cioc­chetti. «Siamo di fronte aduna crisi di natura strutturale che sta portando migliaia di impre­se al fallimento e che spinge perfino gli imprenditori al sui­cidio. Non si può morire di la­voro, né abituarci all'idea che gli im prenditori siano indotti a togliersi la vita per l'impossi­bilità di far fronte ai propri im­pegni finanziari con dipenden­ti, fornitori, banche».
 
      Eccolo il problema numero uno. La mancanza di liquidità delle imprese che non si riesce ad arginare anche perché il si­stema creditizio si è irrigidito. L'enorme credito che le impre­se vantano nei confronti della pubblica amministrazione complica ulteriormente le co­se. Si parla di una cifra enor­me: dai 70 ai 90 miliardi, e la proposta del Governo di far fronte al debito con l'assegna­zione di Titoli di Stato non sem­bra una soluzione al problema di liquidità delle aziende. Le imprese suonano dunque l'al­larme sperando di essere ascol­tate, una volta per tutte. Flam­mini ricorda il valore delle pmi come motore dell'economia romana e invita ancora una volta a unirsi per fare rete. Per­ché se una «colpa» si può trova­re in chi sta cercando con fati­ca di questi tempi a mandare avanti l'azienda, è quella di non essere riusciti a fare siste­ma per presidiare con effica­cia e allargare il proprio merca­to evitando l'individualismo e l'autoreferenzialità.
 
     Le istituzioni, certo, posso­no fare molto. Ad esempio met­tere sul tavolo iniziative che facciano nascere tanti e nuovi piccoli cantieri e dare respiro al sistema produttivo, come le Olimpiadi 2020, il piano casa regionale. Sulle Olimpiadi Flammini non ha dubbi: «Non si può discutere dell'opportu­nità o meno di candidare Ro­ma. È un' occasione troppo preziosa che non va sprecata». Idea condivisa da Alemanno, da Ciocchetti, che definisce una «decisione sbagliata» quel­la di rimandare, eventualmen­te, la candidatura di Roma. Il piano casa, altra opportunità da cogliere. Ciocchetti rassicu­ra sulle voci di fallimento, ad oggi, della legge regionale. «So­no state presentate circa 1.500 domande- fa sapere -ciò per­metterà quest'anno l'apertura di migliaia di piccoli cantieri». Altra questione, quella dei pa­gamenti alle imprese, che im­pegna Alemanno ad un chiari­mento: «Abbiamo pagato 350 milioni di euro alle imprese e siamo consapevoli che non ba­sta. Ma il patto di stabilità deve essere modificato altrimenti avremo difficoltà perfino a mantenere l'attività sul territo­rio». Non è un modo per scari­care la responsabilità sugli al­tri, chiarisce il sindaco, ma «questo patto è una follia che siamo chiamati a smontare». Inevitabile affrontare anche il problema «burocrazia». Ce n'è troppa, sostiene il sindaco citando anche il «caso Colos­seo». «L'idea di coinvolgere i privati nel restauro mi è venu­ta un paio di anni fa - racconta - e siamo ancora a discutere». Le imprese, però, non voglio­no più soltanto stare a guarda­re. La Federlazio sta organiz­zando una grande fiaccolata in cui inviterà tutti gli impren­ditori, i sindacati, i politici, a percorrere le vie di Roma, in particolare quelle in salita. Un percorso faticoso, come è oggi la vita di un imprenditore.
 
 
 
Da Italia Oggi del 27 Gennaio 2012 
 
Evasori per necessità 
 
La Guardia di finanza riconosce alla Camera che c’è chi non paga le tasse per poter sopravvivere. Quindi niente verifiche sui poveracci 
 
Di Cristina Bartelli
 
     La solvibilità del contribuente è uno dei criteri che indirizzano le verifiche della Guardia di finanza. Perché esiste una evasione di sopravvivenza, dovuta alla crisi economica, e le Fiamme gialle ne tengono conto cercando di non calca­re la mano su chi si trova in difficoltà economico-finanziaria. A rispondere in tal senso davanti alla Commissione di vigilanza sull'anagrafe tributaria è stato ieri Bruno Buratti, generale di brigata della Guardia di finanza, nella seconda audizione riservata dalla com­missione stessa agli esponenti delle Fiamme Gialle.
 
     La solvibilità del contribuen­te è uno dei criteri che in­dirizzano le verifiche della guardia di finanza. Esiste, infatti, un'evasione di sopravvi­venza, dovuta alla crisi economi­ca, e le Fiamme gialle ne tengono conto cercando di non calcare la mano su chi si trova in difficoltà economico-finanziaria. A rispon­dere davanti alla commissione di vigilanza sull'anagrafe tributaria, presieduta da Maurizio Leo, è stato ieri Bruno Buratti, generale della Guardia di finanza, nella seconda audizione riservata dalla commis­sione alle Mamme gialle. «Esiste», dichiara il generale, «la cosiddetta evasione diffusa o di massa, realiz­zata dall'ampia platea delle piccole imprese e dei lavoratori autono­mi». In questo ambito, continua il rappresentante delle Fiamme gialle, «è possibile rinvenire con­tribuenti che non ottemperano agli obblighi tributari anche in ragione di contingenti difficoltà economico­finanziarie». La cosiddetta evasio­ne di sopravvivenza che può avere diverse motivazioni: accanto a im­prese economicamente inefficienti o che versano in momenti di crisi ci sono imprenditori capaci e onesti, spinti fuori dal mercato da forme di concorrenza sleale, poste in es­sere da soggetti coinvolti in frodi fiscali. E proprio per questo la Gdf nelle sue analisi mette in conto la solvibilità del contribuente come un parametro di c ui tener conto per la selezione dei soggetti da verificare. Esiste poi una forma di evasione complessa che è realiz­zata da strutture imprenditoriali complesse e che ricorre a pratiche insidiose. Incalzato dalle domande degli onorevoli sulla spettacolariz­zazione dei controlli, il generale Buratti risponde: «Riteniamo che un'eccessiva esposizione mediatica dei nostri interventi non sia di au­silio ma anzi costituisca nocumen­to alle attività operative». E quindi dichiara: «Abbiamo raccomandato ai reparti di adottare moduli ope­rativi sempre improntati a so­brietà, discrezione e rispetto della privacy dei contribuenti». Non c'è, infine, relazione tra crisi e numero di evasori totali scovati tra il 2010 e il 2011, oltre 17.500 è sostanzial­mente costante nel tempo.
 
 
Da Il Fatto Quotidiano del 27 Gennaio 2012
 

 


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