27-01-2012

Caldissime - Unicredit, ingresso Caltagirone non preoccupa Intesa

27/01/2012 12.15

 

Di Francesca Gerosa e Annalisa Vilardo

 

Il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, azionista di Intesa Sanpaolo, non è preoccupato dell'ingresso del costruttore ed editore, Francesco Romano Caltagirone, in Unicredit: "la concorrenza è l'anima del commercio", ha affermato, non smentendo quindi le anticipazioni di ieri di milanofinanza.it secondo cui Caltagirone, dimessosi dalla carica di consigliere di Mps nonché di vice presidente, ha acquisito tra l'1 e il 2% di piazza Cordusio.

"Perché dovrebbe preoccuparci? La concorrenza è l'anima del commercio", ha ribadito. Ma il mercato, secondo gli analisti di Equita, potrebbe pensare a una futura fusione Mps-Unicredit, che avrebbe meno sovrapposizioni rispetto a Mps-Intesa Sanpaolo e rafforzerebbe gli azionisti italiani.

Discorsi comunque prematuri per gli stessi esperti visto il lavoro di ristrutturazione e rilancio che aspetta i due gruppi. Oggi c'è la conclusione dell'aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro di Unicredit: "sono molto contento che si chiuda positivamente rispetto all'inizio dell'operazione, ero molto preoccupato", ha aggiunto Guzzetti.

Secondo alcune fonti le adesioni all'aumento di capitale sono attese pari ad almeno il 95% dell'offerta e potrebbero attestarsi intorno al 97-98%. Intanto il titolo in Borsa scende dello 0,99% a 3,78 euro, ma dal minimo a 2,20 euro segnato lo scorso 9 gennaio, giorno del debutto dell'operazione, il titolo ha recuperato ben il 71,8%, segno di un interesse crescente per l'aumento di capitale.

"Le nostre sono banche sane", ha concluso Guzzetti, riferendosi al settore bancario italiano in generale, "non hanno investimenti massicci in Grecia né prodotti tossici ma hanno continuato a lavorare nella tradizione". In effetti, anche per Barclays il rifinanziamento Ltro a 3 anni avvenuto a dicembre da parte della Bce ha contribuito a ridurre il rischio di rifinanziamento per le banche italiane, facilitando così il costo di finanziamento.

L'operazione della Bce potrebbe anche aumentare i ricavi nel breve termine e ridurre la pressione del deleverage. "Si tratta di un grande miglioramento rispetto allo scenario tetro che si era profilato nel quarto trimestre del 2011, tuttavia i dati mostrano che dalla scorsa estate le banche italiane hanno sensibilmente spostato la loro dipendenza dal finanziamento attraverso il mercato alle operazioni della Bce, i cui fondi attualmente rappresentano il 25% del totale dei bond bancari in circolazione, ovvero il 10% dei depositi totali", precisano gli analisti di Barclays.

Quindi, prosegue il broker, questa forte dipendenza dalla Bce, in un contesto di persistente crisi del debito sovrano, potrebbe provocare problemi di medio/lungo termine in termini di capacità delle banche italiane nel riguadagnare l'accesso al mercato del debito. Durante l'operazione Ltro dello scorso dicembre, le banche italiane hanno preso in prestito 116 miliardi di euro, cifra che corrisponde al 61% dei 190 miliardi di euro di obbligazioni wholesale e retail, di cui hanno bisogno per crescere nel corso del biennio 2012-2013.

Per quanto riguarda il secondo Ltro, fissato per il prossimo 3 febbraio, gli analisti si aspettano una partecipazione da parte delle banche di almeno 45 miliardi di euro, di cui 15 miliardi di euro potrebbero derivare dal Ltro a 3 e a 6 mesi con scadenza il giorno dell'assegnazione del Ltro a 3 anni, mentre un ulteriore importo di 30 miliardi di titoli dovrebbero essere emessi dall’Eurotower.

Anche se i dettagli non sono ancora disponibili, le nuove norme in materia di collaterali annunciate dall'Istituto di Francoforte potrebbero sostenere il prestito a lungo termine attraverso la creazione di garanzie nuove. La stima prevede circa 135 miliardi di liquidità aggiuntiva di rimborso crediti per le tre maggiori banche italiane. "Ci aspettiamo che il costo ridotto di rifinanziamento del funding di medio termine aumenti il margine d'interesse delle banche (Net interest income, ndr), soprattutto per quelle più piccole, cioè Ubi Banca e Mps", hanno dichiarato gli esperti.

Mentre la previsione è di una crescita del net interest income del 3% su base annua e di ricavi totali del +5% nei prossimi due anni in media, gli esperti non escludono rischi al ribasso. Infatti, il finanziamento resta particolarmente costoso e la base di depositi si sta restringendo, cosa che peggiora il gap del finanziamento già elevato. Infine, le grandi banche italiane non dovrebbero aumentare il volume dei prestiti in modo significativo in quanto l'assorbimento di capitale rimane sempre il vincolo principale.

Di conseguenza, Barclays ha mantenuto la sua visione cauta sulle banche italiane nel medio termine. Il giudizio potrebbe diventare più attraente nel breve soprattutto per quanto riguarda Intesa Sanpaolo (equalweight, target price 1,6 euro), di cui sono state alzate le stime di utile per azione 2011 da 0,14 a 0,16 euro, Mps (equalweight, prezzo obiettivo a 0,4 euro) e Unicredit (equalweight, target price a 3,60 euro).

Anche sull'istituto di Piazza Cordusio le stime di Eps 2011 sono state riviste da 0,9 a 0,16 euro e quelle 2012 da 0,39 a 0,41 euro. Nel caso di Ubi Banca il broker ha alzato il target price da 3 a 3,7 euro, mantenendo la raccomandazione equalweight, per riflettere un'evoluzione migliore del Rote (Return on tangible equity), anche se per il momento il dato è ancora basso (5,4%) in termini assoluti.

Il titolo è uno di quelli che beneficerà di più del Ltro a 3 anni. Inoltre vanta un'esposizione bassa verso i titoli di Stato italiani. I due principali elementi negativi che riguardano Ubi rimangono invece i deboli livelli di redditività e gli stress test Eba, che hanno evidenziato 1,5 miliardi di euro di deficit di capitale. Ubi sta progettando di colmare il buco da 1,5 miliardi senza accedere direttamente al mercato azionario ma utilizzando il bond convertibile, pertanto gli analisti hanno rivisto al rialzo le stime di Eps 2011 da 0,26 a 0,29 euro e quelle 2012 da 0,33 a 0,40 euro.

 


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