Il Servizio in questione, avuto riguardo alla Sentenza della Corte di Cassazione del 20 settembre 2006 n. 20410, è completamente gratuito ed è privo di qualsiasi finalità di lucro; gli articoli riportati vengono diramati nel tardo pomeriggio onde evitare pregiudizio alla diffusione in edicola.
Da Il Giornale del 6 Febbraio 2012
Dal Corriere della Sera del 6 Febbraio 2012
UNA MATURITA’ DA RITROVARE
Di Ernesto Galli della Loggia
Per giudizio di tutti gli osservatori e secondo tutti i sondaggi la credibilità dei partiti politici italiani è oggi vicina allo zero. Eppure, forse illudendosi che a un tratto ogni cosa possa tornare miracolosamente come prima, nessuno di essi si chiede veramente perché mai tutto ciò è accaduto. Perché mai, quando il Paese si è trovato con l'acqua alla gola, quando è stata necessaria un'azione politica urgente e incisiva, si è dovuto ricorrere non a loro ma ad altri. E i partiti sono stati messi da parte.
È proprio tale mancanza di analisi autocritica, a me pare, la causa prima dell'incertezza, dei continui tentennamenti, con cui i partiti suddetti stanno affrontando quell'unico tema, ma davvero cruciale, ormai rimasto nel loro dominio: e cioè la riforma della legge elettorale e della parte della Costituzione concernente l'organizzazione dei poteri pubblici. I partiti fanno fatica a capire la necessità di procedere a una tale riforma, e come farlo, perché sembrano non avere ancora chiaro che cos'è che li ha portati al punto in cui sono, che cos'è che non è andato per il verso giusto nell'esperienza politica che li ha visti protagonisti. Cioè nell'esperienza della democrazia italiana. Eppure è solo facendo chiarezza su questo passato che essi possono sperare di avere un futuro.
Ora, se è vero che nel nostro Paese proprio la presenza di una democrazia dei partiti ha avuto l'effetto di promuovere un alto grado di pluralismo, è anche vero che la medesima assoluta centralità dei partiti è stata all'origine di un'intermediazione politica pervasiva e generalizzata. La quale si è tramutata, durante la Prima Repubblica, in una formidabile spinta alla corporativizzazione della società italiana, nonché alla creazione di crescenti deficit di bilancio trasformatisi con il tempo in un crescente debito pubblico. Una molteplicità di gruppi professionali, di sindacati, di gruppi d'interesse (e talora di vero e proprio malaffare), innanzi tutto condizionando in mille modi la scelta dei candidati e la loro elezione, e poi stabilendo rapporti privilegiati con l'alta burocrazia e i gabinetti ministeriali, si sono impadroniti di fatto di una parte significativa del processo legislativo piegandolo ai propri voleri. La sostanziale impotenza dell'esecutivo espressamente voluta dalla Costituzione, unitamente alla frequente scarsa capacità dei ministri di controllare l'operato dell'amministrazione, hanno fatto il resto. È accaduto così che in Italia l'esperienza democratica con al centro i partiti si sia trasformata in vera e propria partitocrazia, al tempo stesso sempre più alimentando un processo patologico di frantumazione lobbistico-corporativa.
Che cosa hanno fatto i partiti per porre rimedio a tutto questo? Praticamente nulla. Si può anzi dire che per moltissimo tempo (in sostanza fino ad oggi), tranne la pugnace quanto inascoltata pattuglia dei Radicali, essi abbiano addirittura negato i fatti e voltato la testa dall'altra parte. Ora però non è più possibile. Ora, se desiderano riacquistare un ruolo effettivo nella vita italiana, stanno davanti a loro due compiti ineludibili: quello di recuperare la dimensione nazional-statale (di cui ho già detto in un mio precedente articolo: Corriere, 31 gennaio scorso) e quello di ripensare a fondo, spregiudicatamente, la propria intera esperienza nella democrazia italiana. Soprattutto di ripensare in che modo sistemi elettorali inadeguati e una Costituzione inattuale hanno influito su quell'esperienza contribuendo ad avviarla al fallimento odierno.
Da La Stampa del 6 Febbraio 2012
IL CAVALIERE RIAPRE I GIOCHI
Di Marcello Sorgi
Una novità imprevista si affaccia nel quadro politico congelato dal governo Monti: Berlusconi non sta pensando a restaurare l'asse con la Lega, ma a tentare l'accordo con il Pd su una nuova legge elettorale.
È il Cavaliere stesso a dirlo in un colloquio con Libero, mentre dal Giornale Giuliano Ferrara gli suggerisce di trattare a tutto campo, mettendo in conto anche la possibilità di una sistema maggioritario a doppio turno come quello francese. Le conseguenze di una simile riforma sarebbero di capovolgimento della tendenza considerata al momento più diffusa: mentre infatti in molti sono disposti a scommettere che la conclusione della legislatura segnerà, con o senza la riforma, la fine dell'assetto bipolare che ha caratterizzato la Seconda Repubblica, da un accordo Pdl-Pd, sia il bipolarismo, sia i due partiti maggiori, uscirebbero molto rafforzati. Che poi Berlusconi sia disposto a spendersi fino in fondo per limitare le prospettive del Terzo polo e che il Pd sia in grado di mettere da parte una volta e per tutte L'antiberlusconismo pregiudiziale che, a parte la Bicamerale, lo ha sempre caratterizzato, per trattare con il Cavaliere, è ancora tutto da vedere.
Prove di intelligenza con il nemico sono in corso da un po' al Senato e alla Camera. Ma risultati concreti ancora non se ne sono visti. La ragione di queste difficoltà è presto detta: i partiti italiani da tempo non sono più in grado di trattare in modo pragmatico su singole issues, come avviene in tutte le democrazie occidentali, senza rimettere in discussione il resto. Per fare solo un esempio recente, in Inghilterra dopo le ultime elezioni politiche che non avevano sancito nessun vincitore, i conservatori di Cameron e i lib-dem di Clegg hanno formato un governo di coalizione basato anche sull'impegno reciproco di riformare il sistema uninominale maggioritario secco, che non sembrava più garantire l'alternanza tra laburisti e tories. Sottoposta a referendum, questa eventualità è stata scartata dagli elettori, senza che poi per questo si aprisse una crisi di governo. Una cosa del genere da noi sarebbe impensabile: e la vera ragione per cui la Lega minaccia di far cadere la giunta della Regione Lombardia in questi giorni, non è tanto il sostegno dato a Monti da Berlusconi mentre il Carroccio passava all'opposizione. Ma appunto il rischio, inaccettabile per Bossi, che all'ombra di questo governo Berlusconi trovi un'intesa con il Pd per cambiare la legge elettorale.
I referendum elettorali bocciati il mese scorso dalla Corte Costituzionale avrebbero potuto costringere tutti a una trattativa più serrata, essendo scontato che se fossero stati ammessi la maggioranza degli elettori avrebbe votato a favore dell'abrogazione dell'attuale contestatissimo Porcellum. Adesso invece i partiti si trovano nella scomoda posizione di temere, ciascuno per conto suo, che gli altri si mettano d'accordo a proprio discapito. Di qui la riapertura di un gioco in cui ognuno ha almeno due possibilità di scelta. E infatti, assodato che Berlusconi, per chiudere con il Pd, dovrebbe apertamente rompere con la Lega, la stessa cosa vale per i rapporti tra Bersani e Casini. Al Senato infatti (dove, sia detto per inciso, giacciono una quarantina di diverse proposte di riforma elettorale) l'ala veltroniana che fa capo a Morando, Tonini e Ceccanti ha un discorso aperto con il vicecapogruppo del Pdl Quagliariello. Obiettivo: salvare a qualsiasi costo il bipolarismo, per non consentire il propugnato (dai terzisti) ritorno a una riedizione del centrismo democristiano. Mentre alla Camera Violante (non più parlamentare, ma ancora autorevolmente in campo su questa materia), Franceschini e Bressa trattano più volentieri con Casini su un sistema di tipo tedesco o spagnolo (proporzionale ma anche bipolare), valutando in questo caso, non solo le regole elettorali, ma anche la possibilità di un alleanza tra Terzo polo e centrosinistra per il prossimo governo. Inoltre Franceschini ha avanzato la proposta cosiddetta «del proporzionale per una volta sola»: eleggere proporzionalmente, senza alcuna limitazione come ai tempi della Prima Repubblica, un Parlamento costituente che si incarichi una volta e per tutte della riforma della Costituzione, rinviando a subito dopo la gara, con regole elettorali da stabilirsi, per chi dovrà governare il Paese.
C'è dunque una complicata antologia di proposte, di fronte alla quale non c'è dubbio che la proposta di Berlusconi sposti in avanti la discussione. Se davvero, come dice, il Cavaliere non si sente più vincolato all'asse con Bossi (che d'altra parte ripete la stessa cosa), e se è disposto a trattare senza pregiudiziali con il Pd, approfittando del comune sostegno al governo Monti che lo pone in una posizione meno antagonistica rispetto a Bersani, la riforma, da improbabile che era, diventa possibile. E non perché i due maggiori partiti debbano farla necessariamente nel loro interesse e contro quello di tutti gli altri, a cominciare dal Terzo polo. Ma al contrario perché, se Pdl e Pd sono in campo, e prendono in considerazione un accordo diretto, anche gli altri devono necessariamente darsi una mossa.
Da questo punto di vista, il sistema francese a doppio turno, da sempre scartato in Italia, vuoi, a suo tempo, per le riserve democristiane, vuoi, più di recente per i timori della destra (entrambe ritenevano che la scelta secca incoraggiasse di più la maggioranza di elettori moderati a manifestarsi), da implausibile che era, è destinato a diventare almeno un buon argomento di discussione. Nel primo turno, infatti, contiene un buon tasso di proporzionale (tutti o quasi tutti i partiti possono presentarsi e le intese locali diventano necessarie per un'equilibrata rappresentanza parlamentare). Nel secondo turno costringe ad alleanze trasparenti, che difficilmente possono essere capovolte con il trasformismo o soggette al ribaltonismo.
Una cura possibile per le più recenti e insidiose malattie italiane, che nell'ultima legislatura, non va dimenticato, sono riuscite ad atterrare anche una maggioranza fortissima come quella (ex) di Berlusconi. Il cui impegno diretto nella trattativa, tuttavia, non è detto serva a sbloccare la discussione. La politica italiana, si sa, a volte preferisce convivere con i suoi mali. O peggio ancora, sopravvivere grazie ad essi.
Da Il Sole 24 Ore del 6 Febbraio 2012
La nuova sfida per un Fisco più facile
In arrivo il decreto del Governo che dovrà «disboscare» 270 imposte – In un anno 650 modifiche
Di Andrea Maria Candidi e Giovanni Parente
La prossima mission impossible per il Governo Monti è semplificare il fisco. Nel decreto in arrivo (e che potrebbe essere varato già questa settimana dal Consiglio dei ministri) sono previsti, tra l'altro, interventi sull'abuso del diritto, sui, termini per gli accertamenti e sullo spesometro. Tre punti molto sentiti da imprese e professionisti (si veda anche a pagina 5). Sull'abuso del diritto potrebbe finalmente essere definito quali operazioni societarie sono elusive e quali invece sono pienamente legittime da un punto di vista economico. L'allungamento del tempo a disposizione del fisco per accertare un contribuente (i tempi supplementari scattano quando si commette una violazione perseguibile anche penalmente) dovrebbe essere più circoscritto. Mentre l'attuale limite dei 3mila euro rilevante per le comunicazioni dei dati al fisco previste dallo spesometro dovrebbe essere abolito nelle operazioni tra partite Iva: si ritornerebbe così al vecchio elenco clienti-fornitori.
Più in generale, il compito di chi è chiamato a semplificare si profila piuttosto arduo. Cittadini, imprese e professionisti si trovano a fare i conti con una serie di adempimenti sempre più complessi e in cui è difficile districarsi. Prova ne è il continuo cambiamento delle leggi fiscali: in pratica due novità al giorno, considerardo soltanto l'ultimo anno. Secondo un'indagine condotta dal Sole 24 Ore sui provvedimenti approvati nel corso del 2011, e limitandosi alle "manovre" di maggiore impatto, la somma delle modifiche a leggi fiscali esistenti e delle nuove disposizioni è spropositata; 650. Se non consideriamo i festivi e le domeniche, ci si trova ad avere a che fare con due novità fresche di giornata. E non si tratta di piccoli interventi. Basta pensare che solo il testo unico delle imposte sui redditi ha subito più di mille ritocchi da quando è entrato in vigore ventiquattro anni fa: due volte alla settimana. E tutto senza prendere in considerazione le "leggine" oppure gli atti di rango legislativo inferiore, come ad esempio i provvedimenti dell'agenzia delle Entrate o i decreti ministeriali, che pure incidono sui portafogli e sui comportamenti di contribuenti e professionisti.
Sì, ma quante sono tasse e imposte in Italia? Circa 270, se si considerano anche i nuovi arrivi delle patrimoniali introdotte dal decreto salva-Italia di dicembre. Non c'è, però, una stima ufficiale e questo conferma che il problema va oltre la complessità e tocca da vicino la "tracciabilità" del prelievo dai redditi dei contribuenti.
Naturalmente, la litania dei numeri può portarci lontanissimo (come riporta la sintesi a lato) con 1.182 codici tributo e quasi 1.900 leggi fiscali in vigore. Il tutto in un universo di oltre cinque milioni di partite Iva, la spina dorsale del Paese, circa 58 milioni di dichiarazioni (dato relativo all'esercizio 2010) che ogni anno arrivano al Fisco, più di 87 milioni di versamenti effettuati coni canali telematici, 93 diversi modelli di dichiarazione. È in questa giungla che dovrà districarsi il lavoro dell'esecutivo, dove ogni adempimento trova anche la sua eccezione. Prendiamo proprio il caso di esenzioni, deduzioni, detrazioni e crediti d'imposta: le agevolazioni fiscali oggi utilizzabili sono 720. Un terreno su cui già il precedente Esecutivo aveva lanciato un monitoraggio (concluso poche settimane fa) e il cui riordino dovrà portare già da quest'anno a risparmi di spesa, altrimenti dal 1° ottobre è pronto a scattare un doppio aumento dell'Iva.
Ma c'è anche un'altra faccia. di questa medaglia. L'iperproduzione normativa in materia fiscale alimenta un contenzioso di dimensioni tutt'altro che fisiologico. Ormai si viaggia su una media di 360mila nuove cause tributarie l'anno con una pendenza a fine 2010 appena sotto il milione (tra primo grado, appello e "vecchia" commissione tributaria centrale). Da far invidia, quasi, all'arretrato civile.
L’iniziativa del Sole 24 Ore
Sul Web le proposte antiburocrazia dei lettori
E’ possibile immaginare un fisco davvero più semplice? Le esperienze del passato nostrano che - anche quando si parla di tributi - la strada verso adempimenti più lineari, obblighi meno oppressivi e riduzione delle complicazioni è sempre in salita.
Ma rinunciare sarebbe un errore. Ecco perché il Sole 24 Ore lancia oggi una nuova iniziativa il cui obiettivo è di arrivare a un censimento delle "piccole complicazioni" di tutti i giorni. Quelle che si possono superare a costo zero per l'amministrazione e solo con un pizzico di buona volontà. Nessuno meglio degli operatori-professionisti e imprese - comprende quanto ciò sia importante.
Così mentre il Governo si appresta a varare il nuovo decreto sulle semplificazioni tributarie, il Sole 24 Ore chiede ai lettori di farsi parte attiva e di inviare le proposte per un fisco dal volto più umano.
Tutto può essere utile: modelli sbagliati; codici tributo mancanti; comunicazioni inutili; istruzioni incomprensibili; regole fiscali che cambiano in continuazione e che rendono gli adempimenti più complessi.
Idee, proposte, suggerimenti, iniziative da attuare, a costo zero per migliorare il rapporto tra amministrazione finanziaria e contribuenti. Le segnalazioni e le proposte più significative saranno poi selezionate dagli esperti del Sole 24 Ore, e pubblicate sulle colonne del giornale e sul sito internet prima dell'approvazione del decreto: un contributo potenzialmente importante per il Governo stesso e per l'amministrazione, ma anche per i parlamentari che saranno poi impegnati nella conversione del decreto.
Da Italia Oggi del 6 Febbraio 2012
Antiriciclaggio, nessuno si salva dalle sanzioni oltre i mille euro
Di Cristina Feriozzi
Le disposizioni, gli obblighi e le connesse sanzioni in tema antiriciclaggio, ivi compresa, in particolare, l'applicazione delle stringenti previsioni relative alla «manovra Monti» sono operative a 360° a partire dallo scorso 1° febbraio. È proprio il caso di dire che di adempimenti ce n'è per tutti, considerato che i soggetti coinvolti sono non solo gli intermediari e i professionisti del settore finanziario o quelli dell'ambito contabile, ma anche le imprese e i privati cittadini.
Ecco chi deve fare cosa nel panorama delle problematiche collegate alla sanzionabilità delle transazioni di contanti e titoli al portatore oltre la soglia dei mille euro. Rapporti finanziari fra privati. Dallo scorso 6 dicembre 2011, con le modifiche apportate all'art. 49 del dlgs 231/07 a opera della cosiddetta «Manovra Monti» (dl 201/2011, conv. l. 22/12/2011, n. 214) è stata ulteriormente abbassata la soglia limite oltre la quale scatta la tracciabilità obbligatoria dei pagamenti. In pratica, sono stati così inibiti i pagamenti in contanti fra soggetti privati, in unica soluzione, a partire dai mille euro. Ma la riduzione della soglia si estende anche all'emissione di assegni liberi. Infatti, anche gli assegni bancari e postali emessi per importi pari o superiori a mille euro dovranno avere, oltre che l'indicazione del nome e della ragione sociale del beneficiario (in assenza della quale i titoli risulterebbero, di fatto, al portatore), anche la clausola di intrasferibilità. Gli assegni circolari, vaglia postali e cambiari potranno, inoltre, essere richiesti senza clausola di intrasferibilità solo se inferiori a mille euro.
In proposito, la stretta conseguente alla soglia dei mille euro non sembra del tutto immediatamente applicabile, e conseguentemente sanzionabile, in capo al soggetto privato che, nell'ambito dei suoi rapporti finanziari con altri soggetti privati, decida di movimentare valori maggiori del limite ammissibile, sia mediante un'unica transazione sia con più operazioni frazionate. Si pensi, infatti, al caso di due amici o parenti fra cui uno dei due decide di prestare due mila euro all'altro per esigenze contingenti e quest'ultimo decida di spendere tale cifra, sempre in contanti, per l'acquisto di generi alimentari, vestiario e anche per il pagamento di una bolletta di utenza. Successivamente, il soggetto che ha ricevuto il prestito restituisce lo stesso in contanti in più rate, magari aggiungendo anche qualche euro di interesse. In tale situazione, data l'assenza di possibile riscontro cartolare o di movimentazioni di somme su conti correnti risulterà praticamente impossibile rilevare l'infrazione e applicare la sanzione. Non si capisce, poi, a carico di chi ricadrebbe l'onere di tale rilievo. Lo stesso dicasi per il padre che elargisce 1.200 euro al mese in contanti, affinché il figlio si sostenga agli studi svolti fuori città, o per il caso della pensionata che paga una prestazione di servizi per totali mille euro, svolta completamente in «nero» presso la propria abitazione.
Rapporti banca-cittadino. A seguito del polverone sollevato da più parti, in particolare nei rapporti con le banche, per il ridimensionamento della soglia delle transazioni in contanti a mille euro, si era creato allarmismo in merito al fatto che non si potessero più prelevare o depositare somme in contanti dai conti correnti e che, nel caso di richieste in tal senso, l'istituto di credito avesse dovuto far compilare un apposito modello al cliente con cui evidenziare e giustificare le ragioni dell'operazione.
Tutto è stato successivamente chiarito a mezzo della circolare Abi dell'11 gennaio 2012 (richiamando quanto già evidenziato nella circ. Mef del 4/11/11), con la quale si precisa che la soglia di mille euro si applica esclusivamente ai trasferimenti di denaro tra privati cittadini e non ai versamenti e prelievi allo sportello. È pertanto pacifica l'effettuazione di prelevamenti e versamenti bancari in misura pari o superiore alla citata soglia senza incorrere nell'irrogazione di specifiche sanzioni, né dover evidenziare le ragioni dell'operazione, in quanto non si configura il trasferimento a terzi delle somme richiesto dall'art. 49 del dlgs 231/07, poiché la quantità di denaro in questione rimane a disposizione del medesimo soggetto.
Da non dimenticare, tuttavia, che le banche sono tenute ad assolvere gli altri obblighi previsti dalle disposizioni antiriciclaggio. Laddove, infatti, le operazioni in contante si prefigurassero eccessivamente frequenti (per la stessa persona) e per importi particolarmente elevati la banca dovrà valutare se i comportamenti descritti possano eventualmente configurare un'ipotesi di operazione sospetta da segnalare al Mef, ai sensi dell'art. 41 del medesimo decreto.
Rapporti fra impresa e privato. Facendo riferimento alla soglia «off limit» dei mille euro in contanti o titoli al portatore, ipotizziamo quali potrebbero essere le situazioni pratiche più concretamente a rischio sanzionatorio nell'ambito della normale operatività quotidiana fra i privati e i soggetti con partita Iva. Per esempio, non è ammissibile lasciare un acconto in contanti di mille euro per l'ordinazione di un arredamento presso il negozio, come pure è irregolare pagare in contanti la parcella di totali 1.200 euro di un avvocato, o, ancora, costituisce violazione il pagare un soggiorno in hotel, per 1.500 euro complessivi in contanti direttamente presso la hall. Altresì non consentito, secondo il Mef (risposte giugno 2008), risulta il pagamento in contanti, benché frazionato, di un unico dividendo ultrasoglia corrisposto dalla società a un socio, anche qualora tali pagamenti venissero effettuati a distanza superiore dei sette giorni (art. 1, lett. m) del dlgs 231/07) in quanto tale frazionamento non deriva dal preventivo accordo fra soci e società ma da una decisione unilaterale di quest'ultima. Addirittura, possiamo evidenziare che pure il pagamento di una polizza assicurativa presso l'agenzia costituirebbe irregolarità se attuata in contanti oltre soglia, come anche il pagamento di imposte e/o sanzioni presso lo sportello di una esattoria. Difatti solo nei confronti di banche e Poste italiane viene espressamente prevista deroga al divieto.
Il problema consiste nel fatto che, a seguito del superamento della soglia lecita, dovrebbe essere tanto l'operatore che riceve il pagamento a rifiutare di ricevere il contante, che colui che lo effettua a negare la possibilità di saldare con denaro. Ma da un punto di vista pratico il rischio concreto si paventa solo allorché tale transazione resti documentata esplicitamente in una contabilità o a seguito di un contratto scritto che contempli tali specifici pagamenti, affinché, successivamente, a seguito del vaglio ad es. di un consulente tributario o di un Ced, o di una verifica della Guardia di Finanza, tale irregolarità possa essere riscontrata nei documenti.
Da Il Giornale del 6 Febbraio 2012
Una gestione in famiglia
Così il clan Lusi «vigilava» sui conti della Margherita
Il nipote dell’ex tesoriere per anni ha lavorato nello studio del commercialista che ha certificato i rendiconti dei Dl
Di Paolo Bracalini
Roma - Una gestione in famiglia, quella di Lusi e amici ovviamente. Il revisore contabile chiamato a certificare i rendiconti della Margherita firmati dall'ex tesoriere ora indagato per appropriazione indebita, è un importante commercialista di Roma, il dott. Giovanni Castellani, titolare dell'omonimo studio contabile in via Bassano del Grappa. È lui che, il 6 giugno 2011, mette la sua firma (insieme agli altri due revisori, Mauro Cicchelli e Gaetano Troina) in calce alla «Relazione del collegio dei revisori dei conti sul rendiconto chiuso al 31.12.010 Democrazia è Libertà - La Margherita», promuovendo a pieni voti il lavoro di Lusi, che nel rendiconto avrebbescrive Castellani - «rispettato il principio della prudenza, per quanto attiene le valutazioni di attività e passività», concludendo che il bilancio di Lusi «è attendibile, atto a rappresentare la gestione economica e finanziaria e pertanto questo Collegio esprime il proprio parere favorevole all'approvazione dello stesso».
Una bella promozione, dunque, condita anche da qualche complimento per la «prudenza» e la saggezza del tesoriere Lusi. Che in effetti conosce bene il suo «revisore» Castellani, come ci conferma lo stesso commercialista al telefono: «Beh, direi che io e Lusi siamo in rapporti di cordialità, è lui che mi chiese di far fare il praticantato da commercialista a suo nipote presso il mio studio, e io dissi di sì, come faccio per altri che me lo chiedono, non c'è niente di strano mi sembra», ci dice il revisore di Lusi. Niente di strano né di irregolare, solo un'opinabile prossimità tra controllato (i tesoriere della Margherita Luigi Luisi) e controllore (il revisore dei conti della Margherita). In effetti il nipote di Lusi, Emanuele, ha collaborato a lungo con lo studio di Castellani, dove appunto ha fatto la pratica.
Attualmente Emanuele Lusi è partner di uno studio legale di Roma, lo studio Lusi, che poi è lo zio Luigi, senatore Pd. Prima di passare dallo zio, Lusi jr lavorava da quello che, in quel momento e anche dopo, era il commercialista investito della responsabilità di dire sei rendiconti di Lusi erano fatti bene o meno. Nel maggio 2010 il solito collegio di revisori approva, con le stesse valutazioni dell'anno successivo, il rendiconto di Lusi. Qualche mese dopo vengono assegnate due borse di studio del valore di 5mila euro dalla Fondazione Telos, «centro studi dell'ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Roma». Chi è il presidente della Fondazione Telos? Giovanni Castellani, dottore commercialista e revisore dei conti della Margherita. E a chi viene assegnato il «Premio Chiaron Casoni» con relativa borsa? Proprio a Emanuele Lusi, nipote del tesoriere della Margherita, per uno studio su «Ebitda svalutazione d'azienda. Un approccio sperimentale».
Qualità e professionalità a parte, la domanda si pone: era sufficientemente super partes il revisore dei conti di Lusi? Che garanzia può dare un collegio di controllo nominato dagli stessi organi di partito che devono essere controllati, magari anche amici oppure datori di lavoro di parenti? «I revisori dei partiti sono revisori un po' anomali - ammette il dott. Castellani -. Noi facciamo un controllo sul rispetto delle voci previste dalla legge, ma non sulle spese, altrimenti sarebbe un lavoro infinito che non possiamo fare». Niente controlli sulle spese di Lusi...
L'altro organo che ha approvato il bilancio di Lusi, cioè l'Assemblea federale della Margherita, non ha certo fatto verifiche più approfondite. Restano nero su bianco, nel verbale chiuso nel giugno 2011, le valutazioni di alcuni di loro. Il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, che «ringrazia i Tesoriere Lusi per l'equilibrio e la correttezza delle funzioni assegnategli», e definisce il bilancio «in ordine, senza debiti né patrimoni residui». Paolo Gentiloni, ex ministro della Margherita, certo che l'operato di Lusí «consenta di chiudere l'esperienza del partito in modo sereno dal punto di vista finanziario». Serenissimo. Chiude il presidente dell'assemblea, senatore Enzo Bianco, che «ringrazia il Tesoriere Lusi per la riconosciuta professionalità con la quale ha svolto il suo servizio in questi anni». Erano loro, insieme al revisore amico di famiglia, a «vigilare» su Lusi.
Faida Pd per i soldi scomparsi
«Chi ha finanziato Bersani?»
L’indagine su Lusi porta alla luce sospetti e rancori tra gli ex della Margherita. Ora si scava nelle sovvenzioni al segretario per le primarie contro Franceschini
Di Laura Cesaretti
Roma - Ora, nel Pd e dintorni, tutti si ricordano di qualcosa; ognuno scopre di avere qualche sospetto da avanzare. «Ma se non veniva fuori il caso Lusi, perché si è attivata la Banca d'Italia, chi si svegliava?», si chiede polemico un ex rutelliano come Roberto Giachetti, oggi segretario del gruppo Pd alla Camera. Per il quale, da vecchio radicale, «il problema sta nel manico», ossia nell'oscuro, faraonico sistema del finanziamento pubblico. «Non a caso noi radicali, Rutelli incluso, passavamo intere giornate di congressi, a porte aperte, a esaminare e discutere ogni voce di bilancio: sapevamo che, dove ci sono i soldi, la trasparenza totale è l'unica contromisura possibile». Nessun altro partito lo ha fatto, e ora il pasticcio sta emergendo. Sotto i riflettori c'è la Margherita, «ma qualcuno - dice Giachetti - si è chiesto cosa fanno dei loro soldi Forza Italia o An, Di Pietro o Vendola o Bossi? O magari l'Asinello di Prodi e Parisi, che ha avuto anch'esso i suoi finanziamenti?»
Già, i Democratici: il loro exploit elettorale risale alle Europee del'99, con conseguenti rimborsi fino al 2004. Usati come? Andrea Armaro, da sempre braccio destro di Parisi, è pronto a rintuzzare ogni sospetto: «Gran parte di quei soldi, per volontà di Parisi, che si scontrò su questo con altri esponenti, vennero dati alla Margherita». La fetta rimanente è servita a pagare la sede di Piazza Santi Apostoli (che fu anche quartier generale di Prodi) fino alla fine del 2011, e a finanziare campagne elettorali e referendarie, fino a quello sul sistema elettorale appena bocciato dalla Consulta. Nel 2001, anno in cui debuttò la Margherita con - grazie alla leadership di Rutelli, candidato premier- un esaltante 15%, sui soldi si accese una furibonda discussione. «Ci fu una riunione interminabile dei partiti fondatori a Rocca di Papa - ricorda Armaro – in cui gli esponenti del Ppi (Castagnetti, Bindi, Marini) minacciavano di andarsene se la Margherita non gli avesse dato una quota di finanziamento. Alla fine Rutelli e Parisi cedettero, e così i Dl salvarono i Popolari, che erano nei debiti fino al collo».
Ora Parisi è uno dei grandi accusatori del «sistema Lusi», e ha il dente avvelenato con Rutelli: «Lusi era un avversario politico messo a guardia delle risorse, e a garanzia del fatto che fossero spese a sostegno della linea rutelliana», dice a Repubblica. Linda Lanzillotta, rutelliana, ammette che «il caso Lusi apre una questione politica nell'Api», ma se la prende anche con Parisi che i bilanci li ha votati. Intanto l'ex Dl Rino Piscitello accusa su Libero: «Avevamo il sospetto che quei soldi venissero divisi tra gruppi, correnti e leader che contavano nella Margherita. Come? Lo decideva il tesoriere: tu mi stai simpatico e ti finanzio». Dentro «una rete di complicità».
E invita: «Tutti quelli che hanno avuto soldi da Lusi per le loro attività politiche lo dicano». Sul Fatto, invece, Mario Adinolfi chiama in causai Ds eleprimarie di Bersani: «Come fai a stare dentro il tetto dei 250mila euro dichiarati se la tua faccia è in tutte le stazioni d'Italia?».
Sui soldi delle primarie 2009 lo scontro finì anche sui giornali. Fu Franceschini a denunciare l'operato dello staff di Bersani, capeggiato da Filippo Penati, con una lettera aperta ai competitor. Gli spazi a pagamento (muri, tv, giornali, fiancate dei bus) erano invasi dai manifesti con la faccia -di Bersani. «Uno spreco enorme -protestò Franceschini - I militanti vivono tra mille difficoltà finanziarie e capiscono a fatica perché vengono impiegate risorse e costosissimi spazi pubblicitari per la competizione tra noi, anziché essere utilizzati per il partito».
«Solo manifesti e attacchinaggio saranno costati 200mila euro», stimò Roberto Cuillo, capo della comunicazione per Franceschini: Il tetto per i candidati era di 250mila euro. «Qualcuno in questo Pd si sente proprietario del partito, ora si capiscono le resistenze a mollare le sedi, a mischiare le casse e i patrimoni, il proliferare di fondazioni», aggiunse Francesco Saverio Garofani, braccio destro di Franceschini. Ricorda Cuillo: «Altro che 4 milioni di euro, come dice Lusi. Con i 250mila stanziati, riuscimmo a fare dieci iniziative pubbliche in giro per l'Italia, un librettino di propaganda e un solo manifesto. Convinsi io Dario a farlo, negli ultimi giorni di campagna, perché eravamo sommersi da quelli di Bersani». E il tutti contro tutti minaccia di allargarsi.
Da L’espresso
Se Voltaire entrasse in carcere
Privilegi, auto blu, sprechi consulenze agli amici degli amici. L’ennesima casta di apparato cresce a spese nostre e di detenuti che vivono in cella stipati come polli. Se da questo si misura il tasso di civiltà di un paese …
Di Bruno Manfellotto
Scrive un lettore a "l'Espresso" che governi e parlamento non si occupano dello scandalo di carceri disumane per una semplice ragione: delle patrie galere, in fondo, non interessa a nessuno anche perché, sotto sotto, molti italiani, molti elettori - spiega quel lettore - si augurano che il carcerato resti dietro le sbarre e sia trattato male, magari peggio, perché altro non merita. Di fronte a un così agghiacciante sospetto viene alla niente quello che disse due anni fa il deputato leghista Gianluca Buonanno dopo il suicidio di un detenuto, e cioè che se altri avessero seguito il suo esempio non sarebbe poi stato tanto male...
Se le cose stessero davvero così, è ancora più encomiabile l'impegno di chi si batte contro carceri stipate come pollai da detenuti in attesa di giudizio, immigrati e tossicodipendenti. Il pensiero corre a Marco Pannella che con i suoi ripetuti scioperi della fame e della sete - sfidando il suo corpo callo stesso tempo la reiterazione di un gesto radicale che può diventare malsopportata routine - mette la sua vita a disposizione di una battaglia di civiltà. E naturalmente il pensiero va anche a Giorgio Napolitano che in questi anni non ha perso occasione per spingere governi e parlamento ad affrontare una realtà divenuta insostenibile con parole come queste: «Una situazione che ci umilia in Europa e ci allarma per la sofferenza quotidiana».
DEL RESTO, VENERDÌ 27 GENNAIO, inaugurando l'anno giudiziario a Catania, è stato lo stesso ministro della Giustizia Paola Severino a ricordare-evocando Voltaire senza citarlo - che è proprio dallo stato delle carceri che si misura il tasso di civiltà e democrazia di un paese. Se prendessimo questo principio alla lettera, l'Italia precipiterebbe nel fondo di ogni classifica, appunto, di civiltà e democrazia. Lo dicono i numeri e ciò che può vedere chiunque visiti un penitenziario.
Mentre il Parlamento ignorava il problema e si occupava di leggi ad personam e di cancellare il falso in bilancio, le carceri si sovraffollavano anche in conseguenza della nuova legislazione sugli immigrati, sul possesso di stupefacenti e sui termini di prescrizione. Così, secondo un rapporto dell'associazione Antigone, le prigioni italiane rinchiudono oggi almeno 26 mila persone in più di quante ne potrebbero sopportare; più prudente, ma poi non tanto, il ministero della Giustizia che ha calcolato in 44 mila 218 il numero accettabile di detenuti e in 67 traila 593 quelli che realmente vi sono ospitati: almeno 23) mila di troppo. Evidenti condizioni di invivibilità provocano morti precoci - quasi 600 dal 2009 a oggi - e un'ondata di suicidi: 72 nel 2009, 66 sia nel 2010 che nel 2011, quattro già nel primo mese del 2012.
E NEPPURE QUESTO BASTA. "l’Espresso" ha svolto una sua inchiesta (è a pag. 54) e, a fronte della realtà che abbiamo appena riassunto, ha anche scoperto un'incredibile voragine di sprechi, privilegi, investimenti mancati, auto blu, consulenze e appartamenti a ministri, politici e amici degli amici. Roba anche qui da casta e da cricca -che sembra aver avuto come unico scopo quello della propria comoda conservazione e non lo svolgimento del proprio dovere- per di più in un ambito che esigerebbe per mandato non solo quella sobrietà divenuta proverbiale al tempo di Monti, ma soprattutto un quotidiano impegno morale e civile.
Niente di tutto questo. Qui l'inefficienza sfocia nella rasala amministrazione se non nel malaffare, il dovere sociale nel tornaconto personale, l'impegno nella negligenza. Mentre le carceri esplodono. Questo governo -come spiega a pag. 58 Ignazio Marmo che tanto si è battuto per questa storica conquista - ha avuto il coraggio di chiudere finalmente gli ospedali psichiatrici giudiziari, quelli che una volta si chiamavano più crudamente manicomi criminali. Speriamo che ora trovi la forza e le risorse per affrontare finalmente lo scandalo delle carceri. Che umilia questo paese e lo regredisce al grado zero della civiltà.
Da Il Tempo del 6 Febbraio 2012
In libreria «Piazza Fontana e il mito della strategia della tensione»
Il Piano Solo una bufala giornalistica inventata dal Kgb
Tutte le accuse contro il generale De Lorenzo studiate da un agente russo che operava a Roma
Di Francesco Perfetti
La grande offensiva cominciò nel maggio 1967. Il settimanale "L'Espresso" avviò una campagna giornalistica firmata da Eugenio Scalfari e da Lino Jannuzzi secondo la quale l'allora presidente della Repubblica, Antonio Segni e il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, all'epoca comandante generale dell'Arma, avevano messo in piedi, nell'estate del 1964, un progetto golpista noto come "Piano Solo". Le prime avvisaglie dell'offensiva si erano avute però già qualche tempo prima, quando, nell'autunno dei 1965, un altro settimanale, "L'Astrolabio", diretto dal senatore Ferruccio Parri, aveva pubblicato una serie di articoli che mettevano sotto accusa il Servizio Forze Armate Italiane (Sifar) sostenendo che esso, guidato dal generale De Lorenzo, stava svolgendo spionaggio politico e aveva perciò " deviato" rispetto ai compiti istituzionali.
La campagna giornalistica del settimanale romano ebbe una vastissima eco nell'opinione pubblica: era quanto mai (e quanto meno) allarmante l'idea, pur non concretata, che i carri armati avrebbero potuto sfilare per le strade della Capitale e che la classe politica avrebbe potuto essere decapitata tre anni prima. In realtà i fatti denunciati dal settimanale romano non avevano nessuna consistenza. Si trattava, in una parola, di una vera e propria "bufala" la quale, però, grazie a complicità mediatiche e a intrighi politici, avrebbe finito, inevitabilmente, per diventare popolare, solleticare la sindrome ricorrente del colpo di Stato, provocare la creazione di commissioni di inchiesta e influenzare perfino la letteratura storiografica.
In un saggio dal titolo Piazza Fontana e il mito della strategia della tensione (Lindau, Editore, pp. 312, euro 22) Massimiliano Griner è giunto alla conclusione, rileggendo le inchieste giornalistiche e quel che ne seguì, che le cose stavano in maniera molto diversa rispetto a quella della vulgata dei sostenitori dell'esistenza di una minaccia golpista. Nei 1964 non esistevano né le premesse né le condizioni per un colpo di Stato. Il cosiddetto Piano Solo non era altro che uno studio operativo, peraltro puramente teorico e ritenuto inattuabile persino da chi lo redasse, per garantire una difesa delle istituzioni democratiche in caso di insurrezione. E ciò senza nessuna finalità eversiva. Griner accenna, ritenendola plausibile, all'ipotesi secondo la quale il "caso De Lorenzo" sarebbe stato frutto di una operazione del Kgb portata avanti attraverso un agente operante a Roma sotto copertura giornalistica. Del resto è comprensibile che l'Urss, nel contesto politico del tempo, potesse avere interesse ad avallare l'idea di scenari golpisti in Italia e che, d'altro canto, le sinistre potessero trarre vantaggio, quanto meno per accreditarsi come difensori della democrazia e delle istituzioni democratiche, dalla psicosi del pericolo di una possibile svolta autoritaria.
Vittima dell'operazione di destabilizzazione politica e disinformazione giornalistica e mediatica fu, per gli incarichi ricoperti, il generale De Lorenzo. Questi - al quale Virginio Ilari ha dedicato molti anni or sono una approfondita biografia dal titolo Il generale col monocolo (Ed. Nuove Ricerche, 1994) - godeva di grandissima reputazione e prestigio all'interno dell'Arma dei Carabinieri. La sua carriera militare nel secondo dopoguerra toccò il culmine nel decennio 1956-1966: in quest'arco di tempo, infatti, De Lorenzo, promosso generale di brigata nel 1954, ricoprì successivamente gli incarichi di capo del Sifar, comandante generale dell'Arma dei Carabinieri e capo distato maggiore dell'esercito. Il periodo di permanenza alla guida dell'Arma, iniziato nel 1962, ne segnò, per così dire, la ripresa e il rilancio. Al momento della nomina di De Lorenzo a comandante generale, l'Arma, intatti, attraversava una crisi che si rifletteva sul morale dei carabinieri e che era dovuta, in gran parte, alla sua forzata emarginazione rispetto alla Pubblica Sicurezza cui erano affidate la maggior parte delle operazioni dipolizia giudiziaria. I carabinieri, insomma, venivano usati per la raccolta di informazioni e per il servizio di vigilanza nei centri abitati, nei paesi e nelle campagne.
In un breve arco di tempo De Lorenzo cambiò la situazione. Senza aumentare l'organico trasformò l'Arma, la modernizzò autonomizzandola dallo stato maggiore dell'esercito e creando al suo interno nuclei specializzati e tecnologicamente attrezzati per indagini scientifiche. La dotò di una brigata meccanizzata che non aveva affatto finalità golpiste od eversive (come qualcuno cercò di sostenere) ma di tutela dell'ordine pubblico e della legalità democratica. Ripristinò, persino, la classica e amata divisa nera che riprese il posto di quella color cachi. La gestione di De Lorenzo, autoritaria ed efficientistica, significò, insomma, per l'Arma l'uscita da una fase di torpore e l'avvio di una fase di rilancio che l'avrebbe resa ben presto una delle istituzioni più popolari.
Le due offensive giornalistiche - quella sulle schedature del Sifar e quella sul cosiddetto Piano Solo - erano collegate in un oscuro disegno di destabilizzazione politica fondata sulla tecnica della disinformazione. Non a caso furono, più volte, smontate, o ridimensionate, dalla magistratura nel corso di alcuni processi. Il volume di Griner, in realtà dedicato al più ampio tema della cosiddetta strategia della tensione, contribuisce anche a una rilettura dello scandalo del Sifar e del Piano Solo che porta a una sola conclusione: non vi fu nessun tentativo golpista.
Dal Corriere della Sera del 6 Febbraio 2012

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