06-02-2012

Servizio segnalazione articoli del 6 Febbraio 2012

Il Servizio in questione, avuto riguardo alla Sentenza della Corte di Cassazione del 20 settembre 2006 n. 20410, è completamente gratuito ed è privo di qualsiasi finalità di lucro; gli articoli riportati vengono diramati nel tardo pomeriggio onde evitare pregiudizio alla diffusione in edicola.

 

Da Il Giornale del 6 Febbraio 2012

 

 

 

 

 


 


Dal Corriere della Sera del 6 Febbraio 2012

UNA MATURITA’ DA RITROVARE

Di Ernesto Galli della Loggia


Per giudizio di tutti gli osservatori e se­condo tutti i son­daggi la credibilità dei partiti politici italiani è oggi vicina allo zero. Eppu­re, forse illudendosi che a un tratto ogni cosa possa tornare miracolosamente come prima, nessuno di es­si si chiede veramente per­ché mai tutto ciò è accadu­to. Perché mai, quando il Paese si è trovato con l'ac­qua alla gola, quando è sta­ta necessaria un'azione poli­tica urgente e incisiva, si è dovuto ricorrere non a loro ma ad altri. E i partiti sono stati messi da parte.


È proprio tale mancanza di analisi autocritica, a me pare, la causa prima dell'in­certezza, dei continui ten­tennamenti, con cui i parti­ti suddetti stanno affrontan­do quell'unico tema, ma davvero cruciale, ormai ri­masto nel loro dominio: e cioè la riforma della legge elettorale e della parte della Costituzione concernente l'organizzazione dei poteri pubblici. I partiti fanno fati­ca a capire la necessità di procedere a una tale rifor­ma, e come farlo, perché sembrano non avere ancora chiaro che cos'è che li ha portati al punto in cui sono, che cos'è che non è andato per il verso giusto nell'espe­rienza politica che li ha visti protagonisti. Cioè nell'espe­rienza della democrazia ita­liana. Eppure è solo facen­do chiarezza su questo pas­sato che essi possono spera­re di avere un futuro.


Ora, se è vero che nel no­stro Paese proprio la pre­senza di una democrazia dei partiti ha avuto l'effetto di promuovere un alto gra­do di pluralismo, è anche vero che la medesima asso­luta centralità dei partiti è stata all'origine di un'inter­mediazione politica pervasi­va e generalizzata. La quale si è tramutata, durante la Prima Repubblica, in una formidabile spinta alla cor­porativizzazione della socie­tà italiana, nonché alla crea­zione di crescenti deficit di bilancio trasformatisi con il tempo in un crescente debi­to pubblico. Una molteplici­tà di gruppi professionali, di sindacati, di gruppi d'in­teresse (e talora di vero e proprio malaffare), innanzi tutto condizionando in mil­le modi la scelta dei candi­dati e la loro elezione, e poi stabilendo rapporti privile­giati con l'alta burocrazia e i gabinetti ministeriali, si so­no impadroniti di fatto di una parte significativa del processo legislativo piegan­dolo ai propri voleri. La so­stanziale impotenza dell'esecutivo espressamente voluta dalla Costituzione, unitamente alla frequente scarsa capacità dei ministri di controllare l'operato dell'amministrazione, hanno fatto il resto. È accaduto co­sì che in Italia l'esperienza democratica con al centro i partiti si sia trasformata in vera e propria partitocrazia, al tempo stesso sempre più alimentando un processo patologico di frantumazio­ne lobbistico-corporativa.


Che cosa hanno fatto i partiti per porre rimedio a tutto questo? Praticamente nulla. Si può anzi dire che per moltissimo tempo (in sostanza fino ad oggi), tran­ne la pugnace quanto ina­scoltata pattuglia dei Radi­cali, essi abbiano addirittu­ra negato i fatti e voltato la testa dall'altra parte. Ora pe­rò non è più possibile. Ora, se desiderano riacquistare un ruolo effettivo nella vita italiana, stanno davanti a lo­ro due compiti ineludibili: quello di recuperare la di­mensione nazional-statale (di cui ho già detto in un mio precedente articolo: Corriere, 31 gennaio scorso) e quello di ripensare a fon­do, spregiudicatamente, la propria intera esperienza nella democrazia italiana. Soprattutto di ripensare in che modo sistemi elettorali inadeguati e una Costituzio­ne inattuale hanno influito su quell'esperienza contri­buendo ad avviarla al falli­mento odierno.


Da La Stampa del 6 Febbraio 2012

IL CAVALIERE RIAPRE I GIOCHI

Di Marcello Sorgi


Una novità impre­vista si affaccia nel quadro politi­co congelato dal governo Monti: Berlusconi non sta pensando a restaurare l'asse con la Le­ga, ma a tentare l'accordo con il Pd su una nuova legge elettorale.


È il Cavaliere stesso a dir­lo in un colloquio con Libero, mentre dal Giornale Giuliano Ferrara gli suggerisce di trat­tare a tutto campo, mettendo in conto anche la possibilità di una sistema maggioritario a doppio turno come quello francese. Le conseguenze di una simile riforma sarebbero di capovolgimento della ten­denza considerata al momen­to più diffusa: mentre infatti in molti sono disposti a scom­mettere che la conclusione della legislatura segnerà, con o senza la riforma, la fine dell'assetto bipolare che ha ca­ratterizzato la Seconda Repubblica, da un accordo Pdl-­Pd, sia il bipolarismo, sia i due partiti maggiori, uscireb­bero molto rafforzati. Che poi Berlusconi sia disposto a spendersi fino in fondo per li­mitare le prospettive del Ter­zo polo e che il Pd sia in grado di mettere da parte una volta e per tutte L'antiberlusconi­smo pregiudiziale che, a par­te la Bicamerale, lo ha sem­pre caratterizzato, per tratta­re con il Cavaliere, è ancora tutto da vedere.


Prove di intelligenza con il nemi­co sono in corso da un po' al Se­nato e alla Camera. Ma risulta­ti concreti ancora non se ne so­no visti. La ragione di queste difficoltà è presto detta: i partiti italiani da tempo non sono più in grado di trattare in modo pragmati­co su singole issues, come avviene in tutte le democrazie occidentali, senza rimette­re in discussione il resto. Per fare solo un esempio recente, in Inghilterra dopo le ul­time elezioni politiche che non avevano sancito nessun vincitore, i conservatori di Cameron e i lib-dem di Clegg hanno forma­to un governo di coalizione basato anche sull'impegno reciproco di riformare il sistema uninominale maggioritario secco, che non sembrava più garantire l'alter­nanza tra laburisti e tories. Sottoposta a referendum, questa eventualità è stata scartata dagli elettori, senza che poi per questo si aprisse una crisi di governo. Una cosa del genere da noi sarebbe impensabi­le: e la vera ragione per cui la Lega minac­cia di far cadere la giunta della Regione Lombardia in questi giorni, non è tanto il sostegno dato a Monti da Berlusconi men­tre il Carroccio passava all'opposizione. Ma appunto il rischio, inaccettabile per Bossi, che all'ombra di questo governo Berlusconi trovi un'intesa con il Pd per cambiare la legge elettorale.


I referendum elettorali bocciati il mese scorso dalla Corte Costituzionale avrebbe­ro potuto costringere tutti a una trattati­va più serrata, essendo scontato che se fossero stati ammessi la maggioranza de­gli elettori avrebbe votato a favore dell'abrogazione dell'attuale contestatissimo Porcellum. Adesso invece i partiti si trova­no nella scomoda posizione di temere, cia­scuno per conto suo, che gli altri si metta­no d'accordo a proprio discapito. Di qui la riapertura di un gioco in cui ognuno ha al­meno due possibilità di scelta. E infatti, as­sodato che Berlusconi, per chiudere con il Pd, dovrebbe apertamente rompere con la Lega, la stessa cosa vale per i rapporti tra Bersani e Casini. Al Senato infatti (do­ve, sia detto per inciso, giacciono una qua­rantina di diverse proposte di riforma elet­torale) l'ala veltroniana che fa capo a Mo­rando, Tonini e Ceccanti ha un discorso aperto con il vicecapogruppo del Pdl Quagliariello. Obiettivo: salvare a qualsiasi co­sto il bipolarismo, per non consentire il propugnato (dai terzisti) ritorno a una rie­dizione del centrismo democristiano. Men­tre alla Camera Violante (non più parla­mentare, ma ancora autorevolmente in campo su questa materia), Franceschini e Bressa trattano più volentieri con Casini su un sistema di tipo tedesco o spagnolo (proporzionale ma anche bipolare), valu­tando in questo caso, non solo le regole elettorali, ma anche la possibilità di un al­leanza tra Terzo polo e centrosinistra per il prossimo governo. Inoltre Franceschini ha avanzato la proposta cosiddetta «del proporzionale per una volta sola»: elegge­re proporzionalmente, senza alcuna limi­tazione come ai tempi della Prima Repub­blica, un Parlamento costituente che si in­carichi una volta e per tutte della riforma della Costituzione, rinviando a subito do­po la gara, con regole elettorali da stabilir­si, per chi dovrà governare il Paese.


C'è dunque una complicata antologia di proposte, di fronte alla quale non c'è dubbio che la proposta di Berlusconi spo­sti in avanti la discussione. Se davvero, co­me dice, il Cavaliere non si sente più vinco­lato all'asse con Bossi (che d'altra parte ri­pete la stessa cosa), e se è disposto a trat­tare senza pregiudiziali con il Pd, approfit­tando del comune sostegno al governo Monti che lo pone in una posizione meno antagonistica rispetto a Bersani, la rifor­ma, da improbabile che era, diventa possi­bile. E non perché i due maggiori partiti debbano farla necessariamente nel loro in­teresse e contro quello di tutti gli altri, a cominciare dal Terzo polo. Ma al contra­rio perché, se Pdl e Pd sono in campo, e prendono in considerazione un accordo di­retto, anche gli altri devono necessaria­mente darsi una mossa.


Da questo punto di vista, il sistema francese a doppio turno, da sempre scar­tato in Italia, vuoi, a suo tempo, per le ri­serve democristiane, vuoi, più di recente per i timori della destra (entrambe ritene­vano che la scelta secca incoraggiasse di più la maggioranza di elettori moderati a manifestarsi), da implausibile che era, è destinato a diventare almeno un buon ar­gomento di discussione. Nel primo turno, infatti, contiene un buon tasso di propor­zionale (tutti o quasi tutti i partiti possono presentarsi e le intese locali diventano ne­cessarie per un'equilibrata rappresentan­za parlamentare). Nel secondo turno co­stringe ad alleanze trasparenti, che difficil­mente possono essere capovolte con il tra­sformismo o soggette al ribaltonismo.


Una cura possibile per le più recenti e insidiose malattie italiane, che nell'ultima legislatura, non va dimenticato, sono riu­scite ad atterrare anche una maggioranza fortissima come quella (ex) di Berlusconi. Il cui impegno diretto nella trattativa, tut­tavia, non è detto serva a sbloccare la di­scussione. La politica italiana, si sa, a volte preferisce convivere con i suoi mali. O peg­gio ancora, sopravvivere grazie ad essi.


Da Il Sole 24 Ore del 6 Febbraio 2012

La nuova sfida per un Fisco più facile

In arrivo il decreto del Governo che dovrà «disboscare» 270 imposte – In un anno 650 modifiche
Di Andrea Maria Candidi e Giovanni Parente


La prossima mission impos­sible per il Governo Monti è semplificare il fisco. Nel decreto in arrivo (e che potrebbe es­sere varato già questa settima­na dal Consiglio dei ministri) sono previsti, tra l'altro, inter­venti sull'abuso del diritto, sui, termini per gli accertamenti e sullo spesometro. Tre punti molto sentiti da imprese e pro­fessionisti (si veda anche a pagi­na 5). Sull'abuso del diritto po­trebbe finalmente essere defini­to quali operazioni societarie sono elusive e quali invece so­no pienamente legittime da un punto di vista economico. L'allungamento del tempo a dispo­sizione del fisco per accertare un contribuente (i tempi sup­plementari scattano quando si commette una violazione per­seguibile anche penalmente) dovrebbe essere più circoscrit­to. Mentre l'attuale limite dei 3mila euro rilevante per le co­municazioni dei dati al fisco previste dallo spesometro do­vrebbe essere abolito nelle ope­razioni tra partite Iva: si ritorne­rebbe così al vecchio elenco clienti-fornitori.


Più in generale, il compito di chi è chiamato a semplifica­re si profila piuttosto arduo. Cittadini, imprese e professio­nisti si trovano a fare i conti con una serie di adempimenti sempre più complessi e in cui è difficile districarsi. Prova ne è il continuo cambiamento del­le leggi fiscali: in pratica due novità al giorno, considerar­do soltanto l'ultimo anno. Secondo un'indagine condot­ta dal Sole 24 Ore sui provvedi­menti approvati nel corso del 2011, e limitandosi alle "mano­vre" di maggiore impatto, la somma delle modifiche a leggi fiscali esistenti e delle nuove di­sposizioni è spropositata; 650. Se non consideriamo i festivi e le domeniche, ci si trova ad ave­re a che fare con due novità fre­sche di giornata. E non si tratta di piccoli interventi. Basta pen­sare che solo il testo unico delle imposte sui redditi ha subito più di mille ritocchi da quando è entrato in vigore ventiquattro anni fa: due volte alla settima­na. E tutto senza prendere in considerazione le "leggine" op­pure gli atti di rango legislativo inferiore, come ad esempio i provvedimenti dell'agenzia del­le Entrate o i decreti ministeria­li, che pure incidono sui portafo­gli e sui comportamenti di con­tribuenti e professionisti.


Sì, ma quante sono tasse e im­poste in Italia? Circa 270, se si considerano anche i nuovi arri­vi delle patrimoniali introdotte dal decreto salva-Italia di dicembre. Non c'è, però, una sti­ma ufficiale e questo conferma che il problema va oltre la com­plessità e tocca da vicino la "tracciabilità" del prelievo dai redditi dei contribuenti.


Naturalmente, la litania dei numeri può portarci lontanissi­mo (come riporta la sintesi a la­to) con 1.182 codici tributo e qua­si 1.900 leggi fiscali in vigore. Il tutto in un universo di oltre cin­que milioni di partite Iva, la spi­na dorsale del Paese, circa 58 mi­lioni di dichiarazioni (dato rela­tivo all'esercizio 2010) che ogni anno arrivano al Fisco, più di 87 milioni di versamenti effettuati coni canali telematici, 93 diver­si modelli di dichiarazione. È in questa giungla che dovrà districarsi il lavoro dell'esecutivo, do­ve ogni adempimento trova an­che la sua eccezione. Prendia­mo proprio il caso di esenzioni, deduzioni, detrazioni e crediti d'imposta: le agevolazioni fisca­li oggi utilizzabili sono 720. Un terreno su cui già il precedente Esecutivo aveva lanciato un mo­nitoraggio (concluso poche settimane fa) e il cui riordino do­vrà portare già da quest'anno a risparmi di spesa, altrimenti dal 1° ottobre è pronto a scattare un doppio aumento dell'Iva.
 

Ma c'è anche un'altra faccia. di questa medaglia. L'iperpro­duzione normativa in materia fi­scale alimenta un contenzioso di dimensioni tutt'altro che fisiologico. Ormai si viaggia su una media di 360mila nuove cause tributarie l'anno con una pendenza a fine 2010 appena sot­to il milione (tra primo grado, appello e "vecchia" commissio­ne tributaria centrale). Da far in­vidia, quasi, all'arretrato civile.


L’iniziativa del Sole 24 Ore

Sul Web le proposte antiburocrazia dei lettori


E’ possibile immaginare un fisco davvero più semplice? Le esperienze del passato nostrano che - anche quando si parla di tributi - la strada verso adempimenti più lineari, obblighi meno oppressivi e riduzione delle complicazioni è sempre in salita.


Ma rinunciare sarebbe un errore. Ecco perché il Sole 24 Ore lancia oggi una nuova iniziativa il cui obiettivo è di arrivare a un censimento delle "piccole complicazioni" di tutti i giorni. Quelle che si possono superare a costo zero per l'amministrazione e solo con un pizzico di buona volontà. Nessuno meglio degli operatori-professionisti e imprese - comprende quanto ciò sia importante.


Così mentre il Governo si appresta a varare il nuovo decreto sulle semplificazioni tributarie, il Sole 24 Ore chiede ai lettori di farsi parte attiva e di inviare le proposte per un fisco dal volto più umano.
Tutto può essere utile: modelli sbagliati; codici tributo mancanti; comunicazioni inutili; istruzioni incomprensibili; regole fiscali che cambiano in continuazione e che rendono gli adempimenti più complessi.


Idee, proposte, suggerimenti, iniziative da attuare, a costo zero per migliorare il rapporto tra amministrazione finanziaria e contribuenti. Le segnalazioni e le proposte più significative saranno poi selezionate dagli esperti del Sole 24 Ore, e pubblicate sulle colonne del giornale e sul sito internet prima dell'approvazione del decreto: un contributo potenzialmente importante per il Governo stesso e per l'amministrazione, ma anche per i parlamentari che saranno poi impegnati nella conversione del decreto.


Da Italia Oggi
del 6 Febbraio 2012

Antiriciclaggio, nessuno si salva dalle sanzioni oltre i mille euro

Di Cristina Feriozzi


Le disposizioni, gli ob­blighi e le connesse sanzioni in tema antiri­ciclaggio, ivi compresa, in particolare, l'applicazione delle stringenti previsioni re­lative alla «manovra Monti» sono operative a 360° a partire dallo scorso 1° febbraio. È pro­prio il caso di dire che di adem­pimenti ce n'è per tutti, consi­derato che i soggetti coinvolti sono non solo gli intermediari e i professionisti del settore fi­nanziario o quelli dell'ambito contabile, ma anche le imprese e i privati cittadini. 
 

Ecco chi deve fare cosa nel panorama delle problematiche collegate alla sanzionabilità delle transazioni di contanti e titoli al portatore oltre la soglia dei mille euro. Rapporti finanziari fra privati. Dallo scorso 6 di­cembre 2011, con le modifiche apportate all'art. 49 del dlgs 231/07 a opera della cosid­detta «Manovra Monti» (dl 201/2011, conv. l. 22/12/2011, n. 214) è stata ulteriormente abbassata la soglia limite oltre la quale scatta la tracciabili­tà obbligatoria dei pagamen­ti. In pratica, sono stati così inibiti i pagamenti in con­tanti fra soggetti privati, in unica soluzione, a partire dai mille euro. Ma la riduzione della soglia si estende anche all'emissione di assegni liberi. Infatti, anche gli assegni ban­cari e postali emessi per im­porti pari o superiori a mille euro dovranno avere, oltre che l'indicazione del nome e della ragione sociale del beneficia­rio (in assenza della quale i titoli risulterebbero, di fatto, al portatore), anche la clausola di intrasferibilità. Gli assegni circolari, vaglia postali e cam­biari potranno, inoltre, essere richiesti senza clausola di in­trasferibilità solo se inferiori a mille euro.


In proposito, la stretta con­seguente alla soglia dei mil­le euro non sembra del tutto immediatamente applicabile, e conseguentemente sanzio­nabile, in capo al soggetto privato che, nell'ambito dei suoi rapporti finanziari con altri soggetti privati, decida di movimentare valori mag­giori del limite ammissibile, sia mediante un'unica tran­sazione sia con più operazioni frazionate. Si pensi, infatti, al caso di due amici o parenti fra cui uno dei due decide di prestare due mila euro all'al­tro per esigenze contingenti e quest'ultimo decida di spen­dere tale cifra, sempre in con­tanti, per l'acquisto di generi alimentari, vestiario e anche per il pagamento di una bollet­ta di utenza. Successivamente, il soggetto che ha ricevuto il prestito restituisce lo stesso in contanti in più rate, ma­gari aggiungendo anche qual­che euro di interesse. In tale situazione, data l'assenza di possibile riscontro cartolare o di movimentazioni di som­me su conti correnti risulterà praticamente impossibile rile­vare l'infrazione e applicare la sanzione. Non si capisce, poi, a carico di chi ricadrebbe l'onere di tale rilievo. Lo stesso dicasi per il padre che elargisce 1.200 euro al mese in contanti, af­finché il figlio si sostenga agli studi svolti fuori città, o per il caso della pensionata che paga una prestazione di servizi per totali mille euro, svolta com­pletamente in «nero» presso la propria abitazione.
 

Rapporti banca-cittadi­no. A seguito del polverone sollevato da più parti, in parti­colare nei rapporti con le ban­che, per il ridimensionamento della soglia delle transazioni in contanti a mille euro, si era creato allarmismo in merito al fatto che non si potessero più prelevare o depositare somme in contanti dai conti correnti e che, nel caso di richieste in tal senso, l'istituto di credito avesse dovuto far compilare un apposito modello al cliente con cui evidenziare e giustificare le ragioni dell'operazione.

 

Tutto è stato successivamente chia­rito a mezzo della circolare Abi dell'11 gennaio 2012 (richia­mando quanto già evidenziato nella circ. Mef del 4/11/11), con la quale si precisa che la soglia di mille euro si applica esclu­sivamente ai trasferimenti di denaro tra privati cittadini e non ai versamenti e prelievi allo sportello. È pertanto pa­cifica l'effettuazione di prele­vamenti e versamenti bancari in misura pari o superiore alla citata soglia senza incorrere nell'irrogazione di specifiche sanzioni, né dover evidenzia­re le ragioni dell'operazione, in quanto non si configura il tra­sferimento a terzi delle somme richiesto dall'art. 49 del dlgs 231/07, poiché la quantità di denaro in questione rimane a disposizione del medesimo soggetto.


Da non dimenticare, tutta­via, che le banche sono tenute ad assolvere gli altri obblighi previsti dalle disposizioni anti­riciclaggio. Laddove, infatti, le operazioni in contante si prefi­gurassero eccessivamente fre­quenti (per la stessa persona) e per importi particolarmente elevati la banca dovrà valuta­re se i comportamenti descritti possano eventualmente confi­gurare un'ipotesi di operazio­ne sospetta da segnalare al Mef, ai sensi dell'art. 41 del medesimo decreto.
 

Rapporti fra impresa e privato. Facendo riferimento alla soglia «off limit» dei mil­le euro in contanti o titoli al portatore, ipotizziamo quali potrebbero essere le situazioni pratiche più concretamente a rischio sanzionatorio nell'am­bito della normale operatività quotidiana fra i privati e i sog­getti con partita Iva. Per esem­pio, non è ammissibile lasciare un acconto in contanti di mille euro per l'ordinazione di un arredamento presso il negozio, come pure è irregolare pagare in contanti la parcella di totali 1.200 euro di un avvocato, o, ancora, costituisce violazione il pagare un soggiorno in hotel, per 1.500 euro complessivi in contanti direttamente presso la hall. Altresì non consentito, secondo il Mef (risposte giugno 2008), risulta il pagamento in contanti, benché frazionato, di un unico dividendo ultrasoglia corrisposto dalla società a un socio, anche qualora tali pa­gamenti venissero effettuati a distanza superiore dei set­te giorni (art. 1, lett. m) del dlgs 231/07) in quanto tale frazionamento non deriva dal preventivo accordo fra soci e società ma da una decisione unilaterale di quest'ultima. Addirittura, possiamo eviden­ziare che pure il pagamento di una polizza assicurativa presso l'agenzia costituirebbe irregolarità se attuata in con­tanti oltre soglia, come anche il pagamento di imposte e/o sanzioni presso lo sportello di una esattoria. Difatti solo nei confronti di banche e Poste italiane viene espressamente prevista deroga al divieto.


Il problema consiste nel fatto che, a seguito del supe­ramento della soglia lecita, dovrebbe essere tanto l'opera­tore che riceve il pagamento a rifiutare di ricevere il contan­te, che colui che lo effettua a negare la possibilità di saldare con denaro. Ma da un punto di vista pratico il rischio concre­to si paventa solo allorché tale transazione resti documentata esplicitamente in una contabi­lità o a seguito di un contrat­to scritto che contempli tali specifici pagamenti, affinché, successivamente, a seguito del vaglio ad es. di un consu­lente tributario o di un Ced, o di una verifica della Guardia di Finanza, tale irregolarità possa essere riscontrata nei documenti.


Da Il Giornale del 6 Febbraio 2012

Una gestione in famiglia
Così il clan Lusi «vigilava» sui conti della Margherita

Il nipote dell’ex tesoriere per anni ha lavorato nello studio del commercialista che ha certificato i rendiconti dei Dl

Di Paolo Bracalini


Roma - Una gestione in famiglia, quella di Lusi e amici ovviamente. Il revisore contabile chiamato a certificare i rendiconti della Mar­gherita firmati dall'ex tesoriere ora indagato per appropriazione indebita, è un importante com­mercialista di Roma, il dott. Gio­vanni Castellani, titolare dell'omonimo studio contabile in via Bassano del Grappa. È lui che, il 6 giugno 2011, mette la sua firma (in­sieme agli altri due revisori, Mau­ro Cicchelli e Gaetano Troina) in calce alla «Relazione del collegio dei revisori dei conti sul rendicon­to chiuso al 31.12.010 Democrazia è Libertà - La Margherita», pro­muovendo a pieni voti il lavoro di Lusi, che nel rendiconto avrebbe­scrive Castellani - «rispettato il principio della prudenza, per quanto attiene le valutazioni di at­tività e passività», concludendo che il bilancio di Lusi «è attendibi­le, atto a rappresentare la gestione economica e finanziaria e pertan­to questo Collegio esprime il proprio parere favorevole all'appro­vazione dello stesso».

 

Una bella promozione, dunque, condita an­che da qualche complimento per la «prudenza» e la saggezza del te­soriere Lusi. Che in effetti conosce bene il suo «revisore» Castellani, come ci conferma lo stesso com­mercialista al telefono: «Beh, direi che io e Lusi siamo in rapporti di cordialità, è lui che mi chiese di far fare il praticantato da commercia­lista a suo nipote presso il mio stu­dio, e io dissi di sì, come faccio per altri che me lo chiedono, non c'è niente di strano mi sembra», ci di­ce il revisore di Lusi. Niente di stra­no né di irregolare, solo un'opina­bile prossimità tra controllato (i tesoriere della Margherita Luigi Lui­si) e controllore (il revisore dei conti della Margherita). In effetti il nipote di Lusi, Emanuele, ha colla­borato a lungo con lo studio di Ca­stellani, dove appunto ha fatto la pratica.

 

Attualmente Emanuele Lusi è partner di uno studio legale di Roma, lo studio Lusi, che poi è lo zio Luigi, senatore Pd. Prima di passare dallo zio, Lusi jr lavorava da quello che, in quel momento e anche dopo, era il commercialista investito della responsabilità di di­re sei rendiconti di Lusi erano fatti bene o meno. Nel maggio 2010 il solito collegio di revisori approva, con le stesse valutazioni dell'an­no successivo, il rendiconto di Lu­si. Qualche mese dopo vengono assegnate due borse di studio del valore di 5mila euro dalla Fonda­zione Telos, «centro studi dell'or­dine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Roma». Chi è il presidente della Fondazio­ne Telos? Giovanni Castellani, dottore commercialista e revisore dei conti della Margherita. E a chi viene assegnato il «Premio Chiaron Casoni» con relativa borsa? Proprio a Emanuele Lusi, nipote del tesoriere della Margherita, per uno studio su «Ebitda svalutazio­ne d'azienda. Un approccio speri­mentale».

 

Qualità e professionali­tà a parte, la domanda si pone: era sufficientemente super partes il re­visore dei conti di Lusi? Che garan­zia può dare un collegio di control­lo nominato dagli stessi organi di partito che devono essere control­lati, magari anche amici oppure datori di lavoro di parenti? «I revi­sori dei partiti sono revisori un po' anomali - ammette il dott. Castel­lani -. Noi facciamo un controllo sul rispetto delle voci previste dal­la legge, ma non sulle spese, altri­menti sarebbe un lavoro infinito che non possiamo fare». Niente controlli sulle spese di Lusi...


L'altro organo che ha approva­to il bilancio di Lusi, cioè l'Assem­blea federale della Margherita, non ha certo fatto verifiche più ap­profondite. Restano nero su bian­co, nel verbale chiuso nel giugno 2011, le valutazioni di alcuni di lo­ro. Il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, che «ringrazia i Tesoriere Lusi per l'equilibrio e la correttezza delle funzioni assegnategli», e definisce il bilancio «in ordine, senza debiti né patri­moni residui». Paolo Gentiloni, ex ministro della Margherita, certo che l'operato di Lusí «consenta di chiudere l'esperienza del partito in modo sereno dal punto di vista finanziario». Serenissimo. Chiu­de il presidente dell'assemblea, senatore Enzo Bianco, che «ringra­zia il Tesoriere Lusi per la ricono­sciuta professionalità con la quale ha svolto il suo servizio in questi anni». Erano loro, insieme al revi­sore amico di famiglia, a «vigilare» su Lusi.


Faida Pd per i soldi scomparsi
«Chi ha finanziato Bersani?»

L’indagine su Lusi porta alla luce sospetti e rancori tra gli ex della Margherita. Ora si scava nelle sovvenzioni al segretario per le primarie contro Franceschini

Di Laura Cesaretti


Roma - Ora, nel Pd e dintorni, tutti si ricordano di qualcosa; ognuno scopre di avere qualche sospetto da avanzare. «Ma se non veniva fuori il caso Lusi, perché si è atti­vata la Banca d'Italia, chi si sve­gliava?», si chiede polemico un ex rutelliano come Roberto Gia­chetti, oggi segretario del gruppo Pd alla Camera. Per il quale, da vecchio radicale, «il problema sta nel manico», ossia nell'oscu­ro, faraonico sistema del finanzia­mento pubblico. «Non a caso noi radicali, Rutelli incluso, passava­mo intere giornate di congressi, a porte aperte, a esaminare e discu­tere ogni voce di bilancio: sapeva­mo che, dove ci sono i soldi, la trasparenza totale è l'unica contro­misura possibile». Nessun altro partito lo ha fatto, e ora il pasticcio sta emergendo. Sotto i rifletto­ri c'è la Margherita, «ma qualcu­no - dice Giachetti - si è chiesto co­sa fanno dei loro soldi Forza Italia o An, Di Pietro o Vendola o Bossi? O magari l'Asinello di Prodi e Pari­si, che ha avuto anch'esso i suoi fi­nanziamenti?»


Già, i Democratici: il loro exploit elettorale risale alle Euro­pee del'99, con conseguenti rim­borsi fino al 2004. Usati come? An­drea Armaro, da sempre braccio destro di Parisi, è pronto a rintuz­zare ogni sospetto: «Gran parte di quei soldi, per volontà di Pari­si, che si scontrò su questo con al­tri esponenti, vennero dati alla Margherita». La fetta rimanente è servita a pagare la sede di Piazza Santi Apostoli (che fu anche quar­tier generale di Prodi) fino alla fi­ne del 2011, e a finanziare campa­gne elettorali e referendarie, fino a quello sul sistema elettorale ap­pena bocciato dalla Consulta. Nel 2001, anno in cui debuttò la Margherita con - grazie alla lea­dership di Rutelli, candidato pre­mier- un esaltante 15%, sui soldi si accese una furibonda discus­sione. «Ci fu una riunione inter­minabile dei partiti fondatori a Rocca di Papa - ricorda Armaro – in cui gli esponenti del Ppi (Casta­gnetti, Bindi, Marini) minaccia­vano di andarsene se la Margheri­ta non gli avesse dato una quota di finanziamento. Alla fine Rutel­li e Parisi cedettero, e così i Dl sal­varono i Popolari, che erano nei debiti fino al collo».


Ora Parisi è uno dei grandi ac­cusatori del «sistema Lusi», e ha il dente avvelenato con Rutelli: «Lu­si era un avversario politico mes­so a guardia delle risorse, e a ga­ranzia del fatto che fossero spese a sostegno della linea rutellia­na», dice a Repubblica. Linda Lan­zillotta, rutelliana, ammette che «il caso Lusi apre una questione politica nell'Api», ma se la pren­de anche con Parisi che i bilanci li ha votati. Intanto l'ex Dl Rino Pi­scitello accusa su Libero: «Aveva­mo il sospetto che quei soldi ve­nissero divisi tra gruppi, correnti e leader che contavano nella Mar­gherita. Come? Lo decideva il te­soriere: tu mi stai simpatico e ti fi­nanzio». Dentro «una rete di com­plicità».

 

E invita: «Tutti quelli che hanno avuto soldi da Lusi per le loro attività politiche lo dicano». Sul Fatto, invece, Mario Adinolfi chiama in causai Ds eleprimarie di Bersani: «Come fai a stare den­tro il tetto dei 250mila euro dichia­rati se la tua faccia è in tutte le sta­zioni d'Italia?».

 

Sui soldi delle pri­marie 2009 lo scontro finì anche sui giornali. Fu Franceschini a de­nunciare l'operato dello staff di Bersani, capeggiato da Filippo Penati, con una lettera aperta ai competitor. Gli spazi a pagamen­to (muri, tv, giornali, fiancate dei bus) erano invasi dai manifesti con la faccia -di Bersani. «Uno spreco enorme -protestò Franceschini - I militanti vivono tra mil­le difficoltà finanziarie e capisco­no a fatica perché vengono impie­gate risorse e costosissimi spazi pubblicitari per la competizione tra noi, anziché essere utilizzati per il partito».

 

«Solo manifesti e at­tacchinaggio saranno costati 200mila euro», stimò Roberto Cuillo, capo della comunicazio­ne per Franceschini: Il tetto per i candidati era di 250mila euro. «Qualcuno in questo Pd si sente proprietario del partito, ora si ca­piscono le resistenze a mollare le sedi, a mischiare le casse e i patri­moni, il proliferare di fondazioni», aggiunse Francesco Saverio Garofani, braccio destro di Fran­ceschini. Ricorda Cuillo: «Altro che 4 milioni di euro, come dice Lusi. Con i 250mila stanziati, riu­scimmo a fare dieci iniziative pubbliche in giro per l'Italia, un li­brettino di propaganda e un solo manifesto. Convinsi io Dario a far­lo, negli ultimi giorni di campa­gna, perché eravamo sommersi da quelli di Bersani». E il tutti con­tro tutti minaccia di allargarsi.


Da L’espresso

Se Voltaire entrasse in carcere

Privilegi, auto blu, sprechi consulenze agli amici degli amici. L’ennesima casta di apparato cresce a spese nostre e di detenuti che vivono in cella stipati come polli. Se da questo si misura il tasso di civiltà di un paese …

Di Bruno Manfellotto


Scrive un lettore a "l'Espresso" che governi e parlamento non si occupano dello scandalo di car­ceri disumane per una semplice ragione: delle patrie galere, in fondo, non interessa a nessuno anche perché, sotto sotto, molti italiani, molti elettori - spiega quel lettore - si augura­no che il carcerato resti dietro le sbarre e sia trattato male, magari peggio, per­ché altro non merita. Di fronte a un co­sì agghiacciante sospetto viene alla nien­te quello che disse due anni fa il deputa­to leghista Gianluca Buonanno dopo il suicidio di un detenuto, e cioè che se al­tri avessero seguito il suo esempio non sarebbe poi stato tanto male...


Se le cose stessero davvero così, è an­cora più encomiabile l'impegno di chi si batte contro carceri stipate come pollai da detenuti in attesa di giudizio, immi­grati e tossicodipendenti. Il pensiero cor­re a Marco Pannella che con i suoi ripe­tuti scioperi della fame e della sete - sfi­dando il suo corpo callo stesso tempo la reiterazione di un gesto radicale che può diventare malsopportata routine - mette la sua vita a disposizione di una battaglia di civiltà. E naturalmente il pensiero va anche a Giorgio Napolitano che in que­sti anni non ha perso occasione per spin­gere governi e parlamento ad affrontare una realtà divenuta insostenibile con pa­role come queste: «Una situazione che ci umilia in Europa e ci allarma per la sof­ferenza quotidiana».


DEL RESTO, VENERDÌ 27 GENNAIO, inaugurando l'anno giudiziario a Cata­nia, è stato lo stesso ministro della Giusti­zia Paola Severino a ricordare-evocando Voltaire senza citarlo - che è proprio dal­lo stato delle carceri che si misura il tasso di civiltà e democrazia di un paese. Se prendessimo questo principio alla lettera, l'Italia precipiterebbe nel fondo di ogni classifica, appunto, di civiltà e democra­zia. Lo dicono i numeri e ciò che può ve­dere chiunque visiti un penitenziario.


Mentre il Parlamento ignorava il pro­blema e si occupava di leggi ad personam e di cancellare il falso in bilancio, le car­ceri si sovraffollavano anche in conseguenza della nuova legislazione sugli im­migrati, sul possesso di stupefacenti e sui termini di prescrizione. Così, secondo un rapporto dell'associazione Antigone, le prigioni italiane rinchiudono oggi alme­no 26 mila persone in più di quante ne potrebbero sopportare; più prudente, ma poi non tanto, il ministero della Giustizia che ha calcolato in 44 mila 218 il numero accettabile di detenuti e in 67 traila 593 quelli che realmente vi sono ospitati: almeno 23) mila di troppo. Evidenti condizioni di invivibilità provoca­no morti precoci - quasi 600 dal 2009 a oggi - e un'ondata di suicidi: 72 nel 2009, 66 sia nel 2010 che nel 2011, quattro già nel primo mese del 2012.


E NEPPURE QUESTO BASTA. "l’Espres­so" ha svolto una sua inchiesta (è a pag. 54) e, a fronte della realtà che abbiamo appena riassunto, ha anche scoperto un'incredibile voragine di sprechi, privile­gi, investimenti mancati, auto blu, consu­lenze e appartamenti a ministri, politici e amici degli amici. Roba anche qui da ca­sta e da cricca -che sembra aver avuto co­me unico scopo quello della propria co­moda conservazione e non lo svolgimen­to del proprio dovere- per di più in un am­bito che esigerebbe per mandato non so­lo quella sobrietà divenuta proverbiale al tempo di Monti, ma soprattutto un quo­tidiano impegno morale e civile.


Niente di tutto questo. Qui l'ineffi­cienza sfocia nella rasala amministrazio­ne se non nel malaffare, il dovere socia­le nel tornaconto personale, l'impegno nella negligenza. Mentre le carceri esplodono. Questo governo -come spie­ga a pag. 58 Ignazio Marmo che tanto si è battuto per questa storica conquista - ha avuto il coraggio di chiudere final­mente gli ospedali psichiatrici giudizia­ri, quelli che una volta si chiamavano più crudamente manicomi criminali. Speriamo che ora trovi la forza e le risor­se per affrontare finalmente lo scandalo delle carceri. Che umilia questo paese e lo regredisce al grado zero della civiltà.


Da Il Tempo del 6 Febbraio 2012

In libreria «Piazza Fontana e il mito della strategia della tensione»

Il Piano Solo una bufala giornalistica inventata dal Kgb

Tutte le accuse contro il generale De Lorenzo studiate da un agente russo che operava a Roma

Di Francesco Perfetti


La grande offensiva co­minciò nel maggio 1967. Il settimanale "L'Espres­so" avviò una campagna gior­nalistica firmata da Eugenio Scalfari e da Lino Jannuzzi se­condo la quale l'allora presi­dente della Repubblica, Anto­nio Segni e il generale dei cara­binieri Giovanni De Lorenzo, all'epoca comandante genera­le dell'Arma, avevano messo in piedi, nell'estate del 1964, un progetto golpista noto co­me "Piano Solo". Le prime av­visaglie dell'offensiva si erano avute però già qualche tempo prima, quando, nell'autunno dei 1965, un altro settimanale, "L'Astrolabio", diretto dal se­natore Ferruccio Parri, aveva pubblicato una serie di articoli che mettevano sotto accusa il Servizio Forze Armate Italiane (Sifar) sostenendo che esso, guidato dal generale De Loren­zo, stava svolgendo spionag­gio politico e aveva perciò " de­viato" rispetto ai compiti istitu­zionali.


La campagna giornalistica del settimanale romano ebbe una vastissima eco nell'opinio­ne pubblica: era quanto mai (e quanto meno) allarmante l'idea, pur non concretata, che i carri armati avrebbero potu­to sfilare per le strade della Ca­pitale e che la classe politica avrebbe potuto essere decapi­tata tre anni prima. In realtà i fatti denunciati dal settimana­le romano non avevano nessu­na consistenza. Si trattava, in una parola, di una vera e pro­pria "bufala" la quale, però, grazie a complicità mediati­che e a intrighi politici, avreb­be finito, inevitabilmente, per diventare popolare, solletica­re la sindrome ricorrente del colpo di Stato, provocare la creazione di commissioni di inchiesta e influenzare perfi­no la letteratura storiografica.


In un saggio dal titolo Piazza Fontana e il mito della strate­gia della tensione (Lindau, Edi­tore, pp. 312, euro 22) Massimi­liano Griner è giunto alla conclusione, rileggendo le inchie­ste giornalistiche e quel che ne seguì, che le cose stavano in maniera molto diversa rispet­to a quella della vulgata dei so­stenitori dell'esistenza di una minaccia golpista. Nei 1964 non esistevano né le premesse né le condizioni per un colpo di Stato. Il cosiddetto Piano So­lo non era altro che uno studio operativo, peraltro puramen­te teorico e ritenuto inattuabi­le persino da chi lo redasse, per garantire una difesa delle istituzioni democratiche in ca­so di insurrezione. E ciò senza nessuna finalità eversiva. Gri­ner accenna, ritenendola plau­sibile, all'ipotesi secondo la quale il "caso De Lorenzo" sa­rebbe stato frutto di una opera­zione del Kgb portata avanti at­traverso un agente operante a Roma sotto copertura giornali­stica. Del resto è comprensibi­le che l'Urss, nel contesto poli­tico del tempo, potesse avere interesse ad avallare l'idea di scenari golpisti in Italia e che, d'altro canto, le sinistre potes­sero trarre vantaggio, quanto meno per accreditarsi come di­fensori della democrazia e del­le istituzioni democratiche, dalla psicosi del pericolo di una possibile svolta autorita­ria.


Vittima dell'operazione di destabilizzazione politica e di­sinformazione giornalistica e mediatica fu, per gli incarichi ricoperti, il generale De Loren­zo. Questi - al quale Virginio Ilari ha dedicato molti anni or sono una approfondita biogra­fia dal titolo Il generale col mo­nocolo (Ed. Nuove Ricerche, 1994) - godeva di grandissima reputazione e prestigio all'in­terno dell'Arma dei Carabinie­ri. La sua carriera militare nel secondo dopoguerra toccò il culmine nel decennio 1956-1966: in quest'arco di tempo, infatti, De Lorenzo, promosso generale di brigata nel 1954, ricoprì successiva­mente gli incarichi di capo del Sifar, comandante generale dell'Arma dei Carabinieri e ca­po distato maggiore dell'eser­cito. Il periodo di permanenza alla guida dell'Arma, iniziato nel 1962, ne segnò, per così di­re, la ripresa e il rilancio. Al mo­mento della nomina di De Lo­renzo a comandante generale, l'Arma, intatti, attraversava una crisi che si rifletteva sul morale dei carabinieri e che era dovuta, in gran parte, alla sua forzata emarginazione ri­spetto alla Pubblica Sicurezza cui erano affidate la maggior parte delle operazioni dipoli­zia giudiziaria. I carabinieri, in­somma, venivano usati per la raccolta di informazioni e per il servizio di vigilanza nei cen­tri abitati, nei paesi e nelle campagne.
 

In un breve arco di tempo De Lorenzo cambiò la situazio­ne. Senza aumentare l'organi­co trasformò l'Arma, la moder­nizzò autonomizzandola dal­lo stato maggiore dell'esercito e creando al suo interno nu­clei specializzati e tecnologica­mente attrezzati per indagini scientifiche. La dotò di una bri­gata meccanizzata che non aveva affatto finalità golpiste od eversive (come qualcuno cercò di sostenere) ma di tute­la dell'ordine pubblico e della legalità democratica. Ripristi­nò, persino, la classica e amata divisa nera che riprese il posto di quella color cachi. La gestio­ne di De Lorenzo, autoritaria ed efficientistica, significò, in­somma, per l'Arma l'uscita da una fase di torpore e l'avvio di una fase di rilancio che l'avreb­be resa ben presto una delle istituzioni più popolari.


Le due offensive giornalisti­che - quella sulle schedature del Sifar e quella sul cosiddet­to Piano Solo - erano collegate in un oscuro disegno di destabilizzazione politica fondata sulla tecnica della disinforma­zione. Non a caso furono, più volte, smontate, o ridimensio­nate, dalla magistratura nel corso di alcuni processi. Il volu­me di Griner, in realtà dedica­to al più ampio tema della co­siddetta strategia della tensio­ne, contribuisce anche a una rilettura dello scandalo del Si­far e del Piano Solo che porta a una sola conclusione: non vi fu nessun tentativo golpista.

Dal Corriere della Sera del 6 Febbraio 2012


 


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